header6
Venti euro


venti_euro“Licenzia qualcuno”.
Agostino guardò la scritta sulla faccia del dado della Gea Assicurazioni e scosse la testa.
“Possibile che esistano manager tanto deboli da affidarsi alle sentenze di un dado di plastica per decidere i tagli al personale?”, si chiese. “ E il decisionismo dei capi dove è andato a finire?”.
Per gioco, prese il dado dalla libreria dell’anticamera dove attendeva che il Direttore lo convocasse, e lo lanciò per aria, afferrandolo al volo. Poi aprì le mani e la scritta ricomparve, perentoria:
“Licenzia qualcuno”.
Per un istante si immaginò nell’atto di licenziare un lavoratore: no, non era lui l’uomo adatto ad un compito simile. Sarebbe morto dalla paura nel pronunciare frasi come “Il tuo contratto sta per scadere e il giornale non può permettersi di rinnovarlo”. Forse … se spalleggiato da un tipo come il Direttore, avrebbe trovato il coraggio di infliggere colpi così devastanti: Favelli sì che era un vero capo, uno che sapeva sempre cosa scegliere e come agire, senza bisogno di consigli; quando esponeva le sue decisioni alla redazione riunita, nessuno − a parte Andrea D’Amato, il Capo redattore  ̶  aveva la forza di ribattere, per non subire lo smacco di vedere la propria obiezione annichilita dalle sue controrepliche. Agostino non ricordava una sola occasione in cui Favelli non avesse avuto l’ultima parola: dava mostra di saperne sempre una più del diavolo in fatto di politica e comunicazione e, in mancanza di altri argomenti, se la cavava con lo sberleffo e la battuta pronta.
«Di’ un po’: riesci a distinguere chi dice la verità da quelli che dicono cose solo verosimili?», aveva bisbigliato un giorno D’Amato all’orecchio di Agostino, quando, durante una riunione, lo aveva visto col viso appoggiato sul palmo della mano, ammaliato dalle gesta verbali di Favelli.
Lui ci aveva pensato un attimo. Gli era tornato in mente quello che ripeteva sempre don Carlo, il suo parroco: «Ricordate: la ricerca della Verità è meno importante dell’Amore. Amate il prossimo, non giudicatelo. Non pensate di misurare il cuore umano col metro del vostro povero intelletto».
«Nessuno dice la verità. Siamo tutti mentitori», aveva risposto Agostino con un sorriso mite.
«Beh, chi più, chi meno, direi. Se non capisci questo, non potrai mai fare giornalismo d’inchiesta». Negli occhi di D’Amato era comparso un guizzo ostile, che subito si era tramutato in una misteriosa tristezza.
«Già … a volte lo penso anch’io», si era arreso Agostino.
Giocherellò col dado ancora un poco, chiedendosi che ci facesse quel cubo di plastica tra le carte del Direttore. “Conoscendo Favelli, per lui non è altro che una presa in giro dei manager senza spina dorsale, quelli che si affidano agli oroscopi o alla fortuna. E non sanno che il potere è un servizio faticoso e terribile”, rimuginò tra sé e sé.
Improvvisamente la segretaria di Favelli piombò in anticamera e interruppe il filo dei suoi pensieri.
«Il Direttore La riceverà tra cinque minuti».
«Benissimo», rispose sollecito Agostino; e, per stemperare la tensione, diede un’ultima scorsa alle altre facce del dado: “Gea Assicurazioni”… “compra”… “vendi”… “agisci”.
E poi l’ultima:
“Bleffa”.
Quando la porta si aprì, Agostino si trovò faccia a faccia con D’Amato che usciva dall’ufficio di Favelli. Aveva un’espressione torva e una gran fretta di andarsene.
«Buongiorno, capo», gli sorrise Agostino.
D’Amato non gli rispose e imboccò il corridoio a lunghi passi rabbiosi.
Un po’ sorpreso, Agostino entrò nella stanza e chiuse la porta cercando di fare meno rumore possibile. Il Direttore era lì, davanti alla finestra, che guardava pensoso oltre i vetri chiusi. Nella stanza aleggiava l’odore acido del fumo stantio, ma sembrava polvere da sparo appena esplosa.
«Tutto bene, direttore?», chiese Agostino premuroso. Non era abituato a vedere Favelli così meditabondo.
«Ah, eccoti». Favelli si girò verso di lui e riprese d’un colpo la sua espressione abituale di traboccante sicurezza. «Si, è tutto a posto … ora che abbiamo un nuovo Capo redattore».
Agostino sgranò gli occhi: quella notizia non se l’aspettava. Non era mai arrivato a pensare che le schermaglie tra D’amato e Favelli un giorno avrebbero portato ad una rottura tra i due. Stava quasi per dire che gli dispiaceva, che del talento di D’Amato tutta la redazione avrebbe sentito la mancanza; ma alla fine preferì non contraddire il piglio trionfante di Favelli e si trincerò dietro uno sguardo di muto stupore.
«Be’, ti meravigli? Tutti sanno che eravamo ai ferri corti già da un po’. Invece di fare solo il suo lavoro era diventato il tribuno dei giornalisti … Lui! Che se ha un tetto sopra la testa lo deve a me! Sono io, grazie alle mie amicizie, che gli ho fatto avere un appartamento dell’Empda di Bari, dove paga un affitto ridicolo! E ha il coraggio di lamentarsi per cinque stipendi arretrati … Non lo sa che il giornale è in stato di crisi, ed io non posso fare di più per voi?», ringhiò Favelli. Poi si strinse il nodo alla cravatta che si era allentato sotto la pressione delle vene del collo pulsanti di rabbia, e il suo sguardo si addolcì:
«Vedi, Agostino, vi ho sempre detto, fin da quando avete messo piede in redazione, che avreste dovuto lavorare in spirito di servizio. Questo è una piccola testata di provincia, ma è comunque un giornale di battaglia, e voi siete i nostri soldati. Dovreste sentirvi fieri di scrivere per noi e non per Novella Tremila. Alla vostra età, i laureati lavorano nei call center: voi almeno avete un posto dignitoso dove stare».
«Lo so, lo so,», si affrettò a dire Agostino. Si sentiva in colpa a nome di tutta la redazione. «Io Le sono enormemente riconoscente … ».
«Si, ma sei l’unico in mezzo a tanti ingrati», scrollò la testa Favelli. «Comunque non preoccuparti: alla mancanza di riconoscenza ci sono abituato ed è l’ultima delle mie pene. Quando sopravvivi alla morte di una persona che ami più della tua vita, ogni altro dolore ti sembra sopportabile» disse Favelli, e si girò di nuovo verso la finestra, fissando i binari della Stazione di Bari in lontananza. In quel momento, un treno in partenza fischiò dolorosamente e l’aria si squarciò come se una lama l’avesse tranciata di netto.
Agostino conosceva il dramma di Favelli. Tutti, in redazione ne avevano sentito parlare, anche se mai nessuno dalla viva voce del Direttore. In giro circolavano ne differenti versioni, perché ogni giornalista ne raccontava una in base alla propria immaginazione. Quel che era certo, però, era che Favelli, nell’87, quando era ancora un oscuro giornalista di una testata locale, aveva perso il figlioletto di appena tre anni, malato dalla nascita. La notte della sua morte, lui era in redazione a scrivere un articolo sulla Sacra Corona Unita, e dopo averlo consegnato, invece di tornare subito a casa, si era fatto una lunga passeggiata sul lungomare per smaltire l’eccesso di adrenalina che gli scorreva nel sangue quando doveva scrivere un pezzo sulla mala. Il mattino dopo, rientrando nel suo appartamento, aveva trovato il figlio che giaceva immobile nel letto, circondato dai parenti in lacrime. La moglie, accasciata per terra con gli occhi gonfi di pianto, gli aveva rivolto uno sguardo carico di rancore e lui, sconvolto e preso dai sensi di colpa per essersi assentato mentre si consumava la tragedia, era caduto in preda ad uno shock psichico. I medici avevano dovuto sedarlo con un’endovena di Valium.
«Io mi porto sulle spalle una colpa vera. Figuriamoci se mi sento in difetto di fronte a gente a cui sto offrendo un lavoro e una prospettiva di vita», continuò Favelli senza voltarsi.
«So che cosa Le è successo. È terribile» mormorò Agostino abbassando lo sguardo.
«Quello che forse non sai, è che, dopo il funerale di mio figlio, non tornai a casa. Lasciai mia figlia Debora e mia moglie coi parenti e andai direttamente alla stazione, deciso a gettarmi sotto un treno. Fu lì che casualmente incontrai Alberto Baiano – ricordi? Il famoso economista scomparso senza lasciare tracce – che quel mattino tornava dall’Inghilterra nella sua città di origine. All’epoca era il mio padrone di casa. Quando seppe che cosa era successo mi disse: “Ricordati, qualunque colpa tu abbia, c’è qualcuno che ne porta sulle spalle una più grossa della tua. Chiedi perdono a Dio e Lui ti aiuterà”. Da quel giorno sparì e tutt’ora nessuno sa dov’è. Vorrei tanto rincontrarlo, gli devo la vita».
Favelli tacque. Nell’ufficio scese un silenzio caldo e vibrante, dove aleggiavano remote presenze benefiche, pallidi lari che invitavano a riconciliarsi con la vita. Il cuore di Agostino era pieno di commozione: non solo per quella storia struggente, ma anche perché l’uomo di cui tanto ammirava la forza di carattere aveva deciso di fare di lui il confidente delle sue debolezze, raccontandogli in prima persona drammi privati che altri conoscevano solo per sentito dire. E per questo non poteva fare a meno di sentirsi un prescelto.
Favelli aspettò che la stanza si sfollasse lentamente dei ricordi e poi riprese a parlare.
«Allora … torniamo al presente. Non sei curioso di sapere chi è il nuovo Capo redattore?» disse con un tono bonario.
«Oh, certamente …», rispose Agostino.
Il Direttore fece una breve pausa.
«Sei tu».
Il ragazzo esitò a parlare. Forse non aveva capito bene.
«Si, sei tu. Sei sempre in redazione, anche al di fuori degli orari stabiliti, sempre appostato davanti ai siti delle agenzie per cogliere al volo le notizie più interessanti per i miei editoriali. Credevi che non lo avessi notato?».
Agostino era dibattuto tra la gioia e la paura. Riuscì a dire soltanto «Ho appena trent’anni».
«E cosa significa?», replicò sbuffando il Direttore. «Io ho fondato questo giornale a trent’anni, ed ero più bravo e coraggioso allora che non oggi».
«Ma io non ho il Suo carattere … Sono un timido» confessò, mascherandosi dietro un sorriso che non gli riuscì così ironico come avrebbe voluto.
«Timido? Sì, forse. Ma i timidi sono persone infinitamente sagge: conoscono come pochi la violenza degli uomini, sanno che cosa può farla esplodere, perciò, prudentemente, se ne stanno al coperto. E poi non dimenticare che dietro di te ci sarò sempre io: tu sarai il mio … come dite voi internauti? Il mio avatar. Non è male come inizio, no?».
«È molto di più di quanto sperassi», disse Agostino trepidante.
«Ecco. Così mi piaci. È questa la luce che voglio vedere nei vostri occhi. Dovete essere consapevoli che io vi ho riscattato da un destino anonimo e vi ho dato una casa dove stare. Cosa sono gli stipendi arretrati dinanzi alla visibilità che avete lavorando per un giornale coraggioso, l’unico in città a malmenare le giunte di destra e di sinistra, senza distinzioni? Preferivate vivere come dei piccolo-borghesi che non pensano ad altro che al loro squallido borsellino? Io lo so che tu non sei così. Sei stato formato all’abnegazione ed hai il senso delle gerarchie. Questo ti porterà lontano».
«Io non so come ringraziarLa», disse il ragazzo, sperando che Favelli sancisse quel momento con un abbraccio paterno.
E così fu. L’uomo che Agostino era abituato a vedere spavaldo e sprezzante si abbandonò ad una toccante effusione d’affetto e lo strinse forte tra le braccia, come se nel suo cuore provasse la stessa riconoscenza che il ragazzo sentiva per lui.
Poi, battendogli una pacca su una spalla, gli disse: «Ora vai da Debora. È qui, è venuta per te. Sa tutto fin da ieri sera».
Debora Favelli era la figlia maggiore del Direttore. Sposata a venticinque anni − per curiosità più che per dovere sociale – con Sebastiano Durante, proprietario di un caseificio di Bari, aveva lasciato l’Università al terzo anno fuori corso, quando si era accorta che la laurea, come il matrimonio, non era nient’altro che un pezzo di carta, e che la vita vera passava sicuramente per altre strade: l’importante era sperimentarle tutte. Così, aveva cominciato a lavorare nella redazione del giornale del padre, riscuotendo per la verità mediocri successi, e se n’era poi andata pensando che, tanto, quella porta per lei sarebbe rimasta sempre aperta. In seguito aveva lavorato come pierre prima in una discoteca, poi in una galleria di pop art; infine era approdata ad una società di comunicazione esperta di ignorance marketing, meditando di abbandonarla presto per aprire un negozio di mobili del Centro-America insieme a due o tre delle sue amiche più care. Arrivata a trent’anni, Debora aveva conosciuto tutto ciò che di più effervescente poteva offrire il mercato delle professioni in una modesta città di provincia, applicando al suo comportamento sentimentale la stessa inclinazione all’illusione e alla noia che metteva nel lavoro.
A tradire il marito aveva cominciato nel villaggio Valtour di Malindi, dove erano andati in viaggio di nozze, durante i tre giorni di dissenteria che avevano tenuto Sebastiano chiuso nella toilette del loro bungalow. Poi aveva proseguito ritornando a Bari, impegnandosi nell’adulterio con tutta la costanza e la regolarità che le facevano difetto sul posto di lavoro. Il marito sapeva, ma si guardava bene dal chiedere il divorzio, sospettando che, per un imprenditore, inimicarsi la figlia di un direttore di giornale non fosse la scelta migliore per tenere alta la sua reputazione; così aveva finito per trovare il suo vantaggio nella disinvoltura sessuale della moglie, conducendola a week-end alterni in un locale per scambisti nascosto tra gli uliveti di Castel del Monte.
Per Debora, tuttavia, il sesso in sé era solo un passatempo non disprezzabile, mai così divertente quanto il parlarne – dopo – con le amiche, ragionando di misure, durata e votazioni finali. Questo ghignante disincanto, però, mascherava la speranza inconfessata, e puntualmente delusa da ogni amplesso occasionale, di trovare qualcuno che si innamorasse perdutamente di lei, come mai le era accaduto nella vita. E non riuscendo a ispirare in nessuno dei suoi amanti una durevole follia, aveva fatto suo il vocabolario prêt-à-porter sull’inaffidabilità degli uomini e l’inossidabilità dell’amicizia femminile (“l’amore vero non esiste o non dura”, “gli uomini vanno e vengono, solo le amiche restano”, ecc.).
Il padre, che era venuto a conoscenza molto presto delle molteplici avventure extraconiugali di Debora, ogni tanto esplodeva per la rabbia davanti a Gennaro, il suo factotum, imprecando non solo contro l’ipermotilità sessuale della figlia (“Ma ti rendi conto? Ha dato il culo a metà dei baresi !!!) ma soprattutto contro l’improduttività di quel dispendio di energie erotiche (“Almeno fosse la metà giusta! E invece no: artisti pop, cubisti, persino un hacker ... mai nessuno utile al giornale!!!”. Queste frasi, ascoltate per caso da Agostino passando davanti all’ufficio del Direttore, lo avevano indotto a riflettere su quanto amore paterno ferito ci fosse dietro a quel cinismo così plateale).
Nella redazione del giornale, Debora detestava quasi tutti, o perché servili o perché troppo critici verso suo padre. Con l’istinto animale di cui disponeva, sapeva riconoscere benissimo i puri adulatori (di cui diffidava non per questioni morali, ma perché da un momento all’altro potevano decidere di cambiare padrone, non essendo fedeli che al proprio interesse), a differenza di suo padre, che, ansioso di conquistare il consenso generale, non disdegnava neanche quelli, e non immaginava nemmeno la possibilità che si potesse ridere per finta alle sue battute.
Solo Agostino aveva catturato le simpatie di Debora. Lui era sinceramente innamorato del carisma di suo padre, ne aveva fatto il suo inarrivabile punto di riferimento professionale, e forse anche umano, e questo era bastato perché Debora considerasse quel ragazzo parte integrante della sua famiglia: lo aveva presentato al marito e alle amiche, lo portava in giro con sé a fare shopping e, incuriosita dalla sua religiosità, lo aveva addirittura seguito una volta durante un ritiro spirituale – proprio lei, atea dichiarata –, convincendosi, dopo tre giorni di vitto a base di pasta in bianco e pesce lesso in modiche quantità, di aver avvertito un principio di afflato mistico, fisicamente localizzato alla bocca dello stomaco. Dopo quei giorni di ritiro, Agostino era diventato per lei la persona più degna di rispetto che conoscesse, e questo sentimento, inedito per Debora, si traduceva immediatamente nell’automatica esclusione di Agostino dal novero dei suoi potenziali amanti e nella sua elezione a punto di riferimento umano, nonché professionale.
Dal canto suo, Agostino era lusingato dalla predilezione che Debora aveva per lui. «È il mio confidente» replicava lei a chi si meravigliava di vederla frequentare un ragazzo di religiosi principi; «È la mia migliore amica», si giustificava lui con gli altri giornalisti della redazione, quando gli rimproveravano di frequentare una puttana sbandata, per giunta sicuramente inviata dal nemico, Favelli, a carpire gli umori segreti della redazione dalla ingenua voce di Agostino.
Eppure, dietro quella professione di amicizia disinteressata verso Debora, Agostino avvertiva una nota stonata, una forzatura, come se parlando di lei come di una sorella stesse tentando disperatamente di infilare un piolo quadrato dentro un foro rotondo. Non lo confessava mai a se stesso, ma proprio lui, che aveva avuto una sola donna nella vita (per otto anni, senza mai chiederle prestazioni sessuali non in regola col Kamasutra cattolico, riassumibile nell’imperativo “non fate mai niente per cui non possiate guardarvi negli occhi”); lui, che Sebastiano considerava benevolmente come un eunuco esangue, uno davanti a cui la moglie avrebbe anche potuto spogliarsi nuda e farsi un idromassaggio col suo bagnoschiuma ai feromoni senza che tra loro due succedesse l’irreparabile; ebbene proprio lui provava nascostamente una repulsiva attrazione per la lussuria di Debora; e mentre per i suoi amanti la ragazza rappresentava una preda troppo scontata per spremerne emozioni forti, Agostino al contrario vedeva in lei la terra proibita che il suo credo gli impediva di attraversare, e al solo furtivo pensiero di possederla si sentiva stordito e febbricitante come un adolescente alla sua prima esperienza in un bordello.
Una notte Agostino sognò un piccolo ragno nero annidato tra la folta peluria di una foglia a forma di calice, uno degli ascidi di una pianta carnivora, rossi e turgidi come la polpa di un muscolo; e dall’interno di quel canale purpureo, il ragno catturava e inghiottiva gli insetti che scivolavano dentro le pareti della foglia, attratti dal nettare denso che ne orlava la cima. Al risveglio Agostino aveva completamente dimenticato il sogno, ma il suo ricordo era riaffiorato improvvisamente il giorno dopo, quando Debora, col tono colpevole ma rassegnato di chi sa di non poter essere altro da ciò che è, gli aveva raccontato a telefono di aver passato la notte in compagnia di due uomini in un motel alla periferia di Bari. A quel punto Agostino aveva accantonato l’abituale, magnanima tolleranza verso la cieca e ingovernabile libidine di Debora, e pieno di invidia rabbiosa nei confronti dei due insetti che si erano spartiti la ragazza, le aveva duramente prospettato la punizione che attendeva tutti e tre nell’aldilà. Questa reazione, che lui certo non si sarebbe mai aspettato da se stesso, gli aveva fatto tornare in mente il sogno che aveva fatto la notte prima e gliene aveva restituito lo sconcertante significato: il ragno che divorava gli insetti di passaggio nel vischioso calice della pianta era proprio lui, Agostino, l’intruso che cercava per gelosia di mettersi di traverso tra la vulva carnivora di Debora e i suoi casuali visitatori.
Dal canto suo, la ragazza, per niente terrorizzata dalla minaccia di finire all’inferno, aveva anzi apprezzato che, per la prima volta nella sua vita, un uomo si fosse interessato del suo futuro dando al termine un’estensione temporale molto più ampia dei soli 15/20 minuti successivi; e si era ripromessa di non ferire più la santa suscettibilità del suo amico con certe inutili confessioni: un cambiamento che Agostino non mancò di notare, illudendosi che Debora covasse per lui un’attrazione tale da rinunciare per sempre agli altri uomini e sottomettersi definitivamente alla sua guida spirituale. Questo episodio rafforzò il legame tra i due, che da quel momento passarono ancora più tempo insieme, compiacendosi – lui – di essere nascostamente concupito da lei (laddove invece Debora non provava che stima e riconoscenza), e ingannandosi – lei – sulla natura fraterna dell’affetto di lui, in cui in realtà si celava soltanto il verme del desiderio.
Quando si incontrarono fuori dalla porta di Favelli, Debora cacciò un urlo di gioia e lo abbracciò stretto.
«Mio padre mi ha telefonato ieri sera per dirmelo. Ho dovuto mantenere il segreto per ben 12 ore! Dai, andiamo a festeggiare io e te da soli al Bitch Boys. Ci rimpinziamo di champagne. Che ne dici?».
Agostino era ancora frastornato dalla gioia e dal carico di nuove responsabilità.
«Non posso. Devo ancora parlare con D’Amato per il passaggio delle consegne. E poi devo salutarlo».
«Dio mio che palle!», sbuffò Debora al solo sentir nominare D’Amato: non l’aveva mai sopportato, con quei suoi continui richiami all’etica d’impresa e alla deontologia professionale. Almeno Agostino, quando parlava di morale e spiritualità, lo faceva in sordina, quasi vergognandosene. E soprattutto non in modo così scenografico, e cioè durante le riunioni di redazione, come invece faceva D’Amato per mettere in difficoltà suo padre.
«Io non vengo con te. Salutamelo tu. Anzi, non salutarmelo nemmeno», concluse Debora bruscamente.
Mentre Agostino accompagnava la ragazza verso l’uscita, le raccontò brevemente i particolari del colloquio con Favelli.
«Sai, mi ha anche fatto certe confidenze», le riferì con orgoglio. «Mi ha parlato di tuo fratello …» disse abbassando la voce, commosso.
«Ah», si limitò a rispondere lei, rabbuiandosi improvvisamente.
«Beh, chiamami quando ti liberi», tagliò corto; e salutandolo con un bacio sulla guancia e un buffetto infilò la porta e se ne andò.
Agostino non fece caso al rapido cambiamento d’umore di Debora, che spesso aveva reazioni bizzose quando si toccava l’argomento dei suoi familiari. Entrò rapidamente nello studio di D’Amato, dove d’ora in poi si sarebbe sistemato lui, e trovò il suo ex capo nel pieno del trasloco, tra libri, fascicoli e oggetti personali ancora da imballare negli scatoloni di cartone.
«Non preoccuparti, te ne libererò presto. Domani manderò qualcuno a prendere tutta questa roba», gli disse D’Amato non appena lo vide, sbucando da una pila di volumi di economia e diritto.
«Oh, non è un problema, credimi», gli sorrise Agostino. «Piuttosto volevo salutarti e dirti che mi dispiace, sinceramente. Posso fare qualcosa per te?».
«Ma certo: prestarmi venti euro per il taxi» rispose D’Amato come se invece di chiedergli un favore gli avesse dato un ordine; e cominciò a infilare in una cartella azzurra i documenti sparsi sulla scrivania intorno al computer.
Senza dire nulla, Agostino mise mano al portafoglio e gli porse le banconote.
«Grazie. Li riavrai quanto prima», gli rispose D’Amato distrattamente, e si infilò i soldi in tasca senza dare spiegazioni. Gli sembrava ovvio che, avendo lavorato senza essere pagato, avesse bisogno di un prestito. E in quel momento Agostino rappresentava la proprietà del giornale verso cui l’ex capo-redattore era in credito, dunque anticipargli quei soldi era un dovere, più che un favore.
Il ragazzo avvertì il sottile disprezzo con cui D’Amato gli aveva chiesto il prestito, come fosse una specie di corvée; e ne intuì il motivo.
«Mi consideri un servo del padrone, vero? O peggio: un traditore … Ma sappi che io Favelli lo stimo veramente. Così come ho sempre stimato te».
D’Amato posò sul tavolo la cartella azzurra e lo guardò sospettoso.
«Io e Favelli siamo agli antipodi in tutto. Come puoi stimare sia me che lui?».
«È un uomo che ha molto sofferto. E poi, da quanto ne so, ti ha fatto del bene. Mi riferisco all’appartamento dove abiti».
«Se permetti avrei preferito scegliere io il mio appartamento, pagando un affitto magari meno vantaggioso, ma con i soldi di uno stipendio sicuro e regolare. E comunque è tipico di Favelli concederti il superfluo per evitare di darti il necessario».
Si sedette alla sua scrivania e si accese una sigaretta, guardando pensoso il muro alle spalle di Agostino.
«Ascolta, io so bene che lui per te è come un padre e che tu non sei un semplice leccapiedi … insomma un servo nel senso classico del termine. Nei fatti, però, finisci con l’essere servile lo stesso, anche se le tue motivazioni non sono tra le più ignobili».
«Lo so che tutti mi giudicate troppo conciliante verso Favelli. Ma io sono semplicemente una persona mite, che ama il proprio lavoro» si giustificò Agostino. «Comunque mi fa piacere sapere che almeno tu non mi ritieni un ambizioso, uno che accondiscende alla volontà del padrone solo per fare carriera».
D’Amato scoppiò a ridere.
«No, no, qui c’è un equivoco: tu non saresti ambizioso? E allora perché tanto zelo nel lavoro, tanta disponibilità ai sacrifici che ti richiede il Direttore? Tu mi risponderai che lo fai per migliorarti e imparare il più possibile da un uomo che giudichi eccezionale. Ma è proprio da questa venerazione per Favelli che si riconosce la tua ambizione: lui, ai tuoi occhi, è il capo carismatico che vorresti disperatamente emulare. Stargli vicino, far parte del suo entourage, o anche della sua cerchia di intimi, è la grande occasione che hai per succhiare la forza del leader e sperare di diventarlo a tua volta. Certo conosci i tuoi limiti − anche se pensi che stare fianco a fianco con Favelli ti aiuterebbe a minimizzarli −; perciò ti accontenteresti anche di diventare una sua riproduzione in scala. Insomma, visto che non puoi essere il Papa, ti appagherebbe diventare vescovo … Se non puoi essere Berlusconi, almeno diventa Sandro Bondi: è questo il tuo motto».
D’Amato spense nel portacenere la sigaretta da cui aveva tirato solo due boccate e si alzò per rimettersi al lavoro.
«No, credimi, di ambizione ne hai, eccome. Il tuo vero problema è che in te si accompagna ad una totale mancanza di personalità», concluse sprezzante.
Agostino non perse le staffe: «Immagino che tu sia sconvolto per quello che ti è successo oggi. Lo capisco, e non ti giudico per questo».
D’Amato rise beffardo.
«Già, lo so: tu non giudichi mai. E soprattutto, non giudichi con la tua testa: per farlo dovresti premettere la frase “Io penso che …”, ma purtroppo in Chiesa ti hanno insegnato che l’io è da abolire. Questo è un precetto funzionale al potere dei capi carismatici, lo capisci o no?», gli disse guardandolo dritto negli occhi.
Quando D’Amato fissava Agostino in quel modo, il ragazzo si sentiva come se una sonda d’acciaio gli scavasse la mente, uncinando tutti i suoi complessi e facendoli affiorare alla coscienza. Quello sguardo non era un semplice osservare ma un vero e proprio frugare, da cui Agostino tentava disperatamente di sganciarsi distogliendo gli occhi, anche se così facendo ne usciva sconfitto e con un senso frustrante di inferiorità o di colpa. Una volta, mentre D’Amato gli rimproverava di aver intervistato il sindaco di Bari ponendogli domande eccessivamente prudenti, lo sguardo di Agostino aveva persino provato a tener testa all’occhiata corrosiva del Capo redattore: il ragazzo aveva resistito per un po’, dandosi un contegno rilassato, ma poi aveva cominciato ad avvertire che gli occhi da basilisco di D’Amato gli stavano lentamente scarificando la faccia, e che un’anima grigia, sconosciuta a lui stesso e nascosta dietro il suo sorriso dipinto, stava affiorando a poco a poco contro il suo volere. Così, sconfitto ancora una volta, lo sguardo di Agostino era andato a rintanarsi nel paesaggio caldo e rassicurante del termosifone sotto la finestra dell’ufficio. E quel giorno, parlando per l’ultima volta col suo ormai ex Capo, istintivamente i suoi occhi presero la medesima direzione.
«Tu pensi di poter rimediare alla mancanza di carattere con l’impegno e la buona volontà. Ma questo non basta, Agostino», concluse D’Amato.
«C’è chi non la pensa come te», obiettò sommessamente il ragazzo pensando alle parole affettuose che Favelli aveva avuto per lui.
Lo sguardo di D’Amato si incupì. «Devo riconoscere che hai ragione. Dopo tutto, sono io ad essere fuori dal gioco, adesso; e non ho titoli per darti lezioni».
«Non volevo dire questo. Io da te ho soltanto da imparare. È solo che forse anche la gente come me ha un suo scopo nel mondo».
D’Amato gettò la spugna. Quel ragazzo sembrava di gomma: umile, consapevole di non essere un leone, ma − proprio perché rassegnato alla propria debolezza − anche irremovibile e resistente alle critiche, quando riguardavano i suoi difetti di personalità. Adorava Favelli anche perché lui non gli chiedeva di cambiare la sua natura, mentre invece tutti i colleghi del giornale, persino Galli e Pasquino, i suoi amici più cari, gli rinfacciavano la sua indole troppo remissiva.
D’Amato prese lo scotch e cominciò a sigillare il primo scatolone pieno di libri.
«Già. Come vedi, è la gente come me che non ce l’ha».
«È ora che il giornale abbia una svolta, non credi, Agostino?».
Favelli si guardò intorno per accertarsi che nello scompartimento dell’Eurostar che li portava verso Roma non vi fossero orecchie indiscrete; e si rilassò abbandonandosi sul sedile quando vide che nelle immediate vicinanze non c’era nessuno in ascolto.
«Sai cosa ci abbiamo guadagnato ad essere sempre super partes, a prendere a pugni senza guantoni sia la destra che la sinistra? Che ora il giornale è in stato di crisi», continuò Favelli a bassa voce. «D’accordo. Stiamo pagando per il coraggio che abbiamo avuto. Ma se veramente un partito di centro fosse disposto a sostenerci, e mi offrisse una candidatura alle politiche, io non ci vedrei niente di male. Sarebbe la naturale evoluzione della linea del giornale. Non cambieremmo mica bandiera. O no?».
«No, a rigore di logica», confermò Agostino. Ma sul suo viso non c’era il solito entusiasmo. Quel mattino aveva la netta sensazione di essere spettatore di decisioni già prese. E, benché se ne sentisse onorato, non capiva fino in fondo come mai Favelli avesse richiesto la sua presenza per incontrare a Roma il Segretario Nazionale del Partito.
«Bene. È ora di pranzo. Vedrai come si mangia bene su certi Eurostar».
Favelli si incamminò verso il vagone ristorante, preceduto da Agostino, che spingeva il pulsante del comando pneumatico delle porte tra uno scompartimento e l’altro. Erano quasi giunti a destinazione quando dall’altro capo dello scompartimento spuntò la figura alta e canuta di Marco Abelardi, il più televisivo del drappello dei deputati del Partito. Era al cellulare e guardava dritto davanti a sé, mentre camminava a passo svelto tra le due file di poltroncine del treno.
«Che singolare coincidenza», osservò Favelli, e si sistemò il nodo alla cravatta che aveva da poco allentato in previsione di un pranzo abbondante. «Pensa che l’ho incontrato pochi giorni fa, a casa del Segretario Provinciale di Barletta. Mi ha detto che il Partito apprezza molto il lavoro del nostro giornale», sussurrò ad Agostino.
Favelli si gonfiò il petto e impresse al suo passo un’andatura più solenne, mentre spingeva lo sguardo negli occhi di Abelardi per intercettarne l’attenzione.
L’altro, tutto preso dalla sua conversazione al cellulare, sembrava non vedere nulla di fronte a sé.
Giunto a un metro di distanza, Favelli gli lanciò un risoluto «Buongiorno, Onorevole», e si dispose a ricevere l’omaggio di un saluto di risposta personalizzato.
«Si, ora ti sento … eravamo in una galleria … Buongiorno … aspetta ora ce n’è un’altra … ti richiamo io appena posso» fece Abelardi; e chiudendo il cellulare puntò dritto allo scompartimento successivo.
Favelli guardò Agostino con la coda dell’occhio sperando che gli fosse sfuggito il suo inutile agitarsi intorno al deputato. Il ragazzo, prudentemente, finse di non aver visto nulla.
Erano a tavola da circa una mezz’ora quando nel vagone ristorante entrò Abelardi accompagnato da Aldo Mercuri, ex Ministro per i beni culturali e suo compagno di partito. Si sedettero ad un tavolo poco distante dal loro e cominciarono a parlottare, senza neanche consultare il menu.
La cameriera si avvicinò prontamente.
«I signori hanno già scelto?»
«Siamo qui solo per parlare», rispose Abelardi con una certa insofferenza.
«Spiacente», ribatté la cameriera, per niente imbarazzata dal rango dei due ospiti. «I tavoli sono a disposizione solo dei clienti. Senza eccezioni».
Le labbra di Favelli si incresparono di un malcelato piacere: una giovane e coraggiosa cameriera, abbassando Abelardi al livello di un comune mortale, aveva automaticamente risollevato lui all’altezza dello spocchioso onorevole. L’equilibrio cosmico era stato ripristinato: finalmente Favelli aveva raggiunto quella parità con Abelardi che l’onorevole non aveva voluto riconoscergli prima, quando, incrociandolo, l’aveva ignorato. Ora poteva lanciarsi, gongolante, in un discorso contro l’arroganza dei potenti.
«Quando sarà il mio turno, non mi macchierò di certo con comportamenti simili», concluse.
Agostino si limitò ad annuire, pensieroso. Per la prima volta l’animo di Favelli gli era parso leggibile senza difficoltà, come fosse una pagina di un giornale di gossip alla portata di un lettore qualunque. E questo lo aveva profondamente turbato.
Prima di lasciare il tavolo, Favelli convocò la sua piccola vendicatrice.
«Tieni. Questi sono per te».
E le porse compiaciuto dieci euro di mancia.
L’incontro col Segretario Nazionale andò «Bene, anzi: benissimo», come annunciò Favelli ad Agostino entrando nella sala d’aspetto dove il ragazzo era rimasto ad attenderlo.
«Presto ci sarà l’ufficializzazione della candidatura», disse prendendolo sottobraccio. «E ora, tutti a cena da Fortunato al Pantheon assieme a lui. Anche tu. Contento?».
«Io??? Beh, è incredibile … » balbettò Agostino. «Certo con Lei non ci si annoia mai, Direttore». E rituffandosi nella vita a tinte forti che Favelli gli offriva, dimenticò quel confuso senso di perdita che lo stava avvelenando a partire dal pranzo in treno.
Durante la cena, alla presenza del Segretario Nazionale e di Aldo Maselli, il Capogruppo del Partito alla Camera, Agostino non pronunciò neppure una parola. Anche i due politici parlarono poco, forse – pensò il ragazzo − perché sopraffatti dalla verve di Favelli, che spaziava dalla previsione dei futuri scenari della politica internazionale alle barzellette salaci sulle mogli dei politici italiani con la consueta, inarrivabile leggerezza.
Tornarono a Bari la mattina seguente, entrambi soddisfatti ed eccitati per il futuro che li aspettava: se fosse stato eletto, promise Favelli ad Agostino, si sarebbe dimesso da Direttore del giornale e avrebbe lasciato a lui il suo posto.
«Una carriera fulminea. Non tutti possono vantarla, ragazzo mio. Ma te la meriti. Hai un dono raro, per questi tempi: la fedeltà. Ed io so ripagarla bene».
Il giorno dopo, Agostino venne convocato d’urgenza nell’ufficio del Direttore, e subito pensò che fossero arrivate novità da Roma.
Nell’anticamera dove aspettava di essere ricevuto, notò il dado della Gea Assicurazioni che mostrava la solita scritta, “Licenzia qualcuno”. Ma il cubo di plastica aveva cambiato collocazione: non era più sulla libreria, bensì sul davanzale della finestra dove spesso Favelli si fermava a fumare.
«Allora, Direttore, come stai?», lo accolse Favelli con un sorriso complice quando il ragazzo entrò nell’Ufficio.
Agostino ebbe un fremito.
«Hanno confermato la candidatura?» chiese elettrizzato.
«Cosa? Oh, no, ancora no. La campagna elettorale non si è ancora aperta», rise l’altro. «Però devi cominciare a farci l’orecchio, a quell’appellativo futuro. Ora siediti, devo parlarti».
Presero posto entrambi sul divano del salottino di pelle bordeaux su cui il Direttore teneva le riunioni più riservate.
«Ascolta, il giornale ha un problema ed io ho bisogno di un tuo intervento», esordì Favelli.
Il ragazzo rimase in silenzio, paralizzato dall’ansia.
«So che sei amico di Galli e Pasquino, e mi dispiace darti questa notizia. Ma sono costretto a mandarli via».
«No … no, Direttore, La scongiuro …», lo supplicò Agostino sconcertato.
«Credimi, non posso fare diversamente. Stanno sobillando la redazione contro di me a causa degli stipendi arretrati. Gennaro ha sentito tutto e mi ha riferito. Non darti pena per quei due: sono loro a non voler rimanere qui, altrimenti accetterebbero di buon grado le rinunce che comporta questo lavoro».
«Ma hanno dei figli, è normale che si lamentino se non vengono pagati», obiettò Agostino prendendo il coraggio a quattro mani.
«Questo è un lavoro per gente giovane, Agostino. Per gente che ha energia e capacità di concentrazione da dedicare alla ricerca della verità. Non è un rifugio per borghesucci preoccupati solo del guadagno personale».
«Ed io che cosa dovrei fare?» chiese il ragazzo disperato.
«Licenziarli».
«Cosa???»
«Il loro contratto è in scadenza, ed io non voglio rinnovarglielo. Non è un vero e proprio licenziamento, ma una rottura della collaborazione. Solo che, essendo stati assunti per quattro anni consecutivi come lavoratori a progetto, potrebbero fare una vertenza al giornale chiedendo il riconoscimento della natura subordinata del rapporto di lavoro. Ed io non posso passare per uno sfruttatore, ora che mi avvio ad una carriera politica».
«Si, ma io … ».
«Tu dovrai aiutarmi ad evitare una vertenza, per il nostro bene. Convincili a rassegnarsi alla perdita del posto. Spiega che gli arretrati li riavranno a breve, e se ti accennano ad una causa di lavoro, scoraggiali. Tira in ballo le lungaggini della giustizia e – soprattutto – cerca di incutergli timore di me, della mia possibile reazione. Spiega che ho amicizie potenti – tu lo hai visto – e che potrei rovinare la loro carriera ovunque cercheranno di ricollocarsi. Sono tuoi amici: da te si lasceranno persuadere».
Agostino era sconvolto.
«Non so se ci riuscirò», mormorò.
«Tu non sai se te la senti», ringhiò Favelli, e una cocente delusione si dipinse sul suo volto. «Ti credevo più riconoscente. Ed anche più lungimirante».
«Mi dia del tempo per pensarci», lo implorò il ragazzo.
«Ti darò del tempo per convincerti. Posso concederti solo questo». Gli volse le spalle e si accese una sigaretta guardando la finestra.
«Ma non più di tre giorni».
La notizia della ricomparsa di Alberto Baiano e della sua fuoriuscita dal convento certosino di Serra San Bruno, dove era andato a rifugiarsi, aveva fatto impazzire le agenzie di stampa, che ogni cinque minuti battevano qualcuna in più delle informazioni – ben poche – disponibili sull’accaduto. Per il momento si sapeva che l’economista, un tempo liberista di fama internazionale e ispiratore della politica della Thatcher, si era volontariamente rinchiuso per più di vent’anni nella Certosa, senza prendere i voti, ma lavorando come “donato” al servizio dei padri e dei fratelli del convento. Poi, a sessant’anni passati, ne era uscito per riprendere la sua attività di studioso, ma con un orientamento di politica economica completamente diverso, addirittura keynesiano. Era tornato a vivere a Bari, ma nessuno sapeva esattamente dove. L’unica certezza era che fosse inavvicinabile.
Appena letta la notizia, Agostino, ansioso di recuperare la fiducia del Direttore con uno scoop (che avrebbe avuto l’ulteriore merito di far rincontrare Favelli con l’uomo che gli aveva salvato la vita), pensò di chiedere aiuto al suo parroco. Don Carlo aveva fama di sant’uomo: per tutta la vita si era dedicato alla cura degli ammalati ed era riuscito a creare, nella periferia di Bari, un ospedale pediatrico di eccellenza dove i piccoli pazienti giungevano da tutto il mondo. Forse lui aveva l’autorità necessaria a contattare il Priore di Serra perché intercedesse presso Baiano e lo convincesse a rilasciare un’intervista al giornale: dopotutto, perché rinchiudersi in uno sdegnoso isolamento se voleva tornare a pubblicare? Anche la Chiesa, artefice della sua conversione spirituale e scientifica, avrebbe tratto vantaggi da una eventuale intervista, dunque aveva tutto l’interesse a farlo desistere dal suo silenzio.
Quando ricevette la richiesta di Agostino, Don Carlo sospirò, alzando gli occhi al cielo, ma prese in mano il telefono e contattò il Priore. Questi sospirò a sua volta, e recriminò contro la tentacolarità dei media, ma alla fine promise che avrebbe cercato di convincere Baiano. E dopo poche ore, Agostino, entusiasta, ricevette la telefonata del grande studioso che lo invitava in uno sconosciuto caffè di periferia per rilasciargli «una veloce intervista. Dieci minuti, e non di più».
Seduto al tavolino del bar dove si erano dati appuntamento, Agostino, arrivato con largo anticipo, si figurava Baiano come una specie di Innominato, imponente e contegnoso, dai lineamenti duri e gli occhi grifagni. E invece, dall’ingresso del locale comparve un ometto occhialuto, magro e ingobbito, di cui solo il lampeggiare vivido dello sguardo indicava l’enorme forza interiore. Riconosciuto Agostino dal registratore poggiato sul tavolo, gli si avvicinò, porgendogli una mano callosa e piena di escoriazioni.
«Ho lavorato vent’anni nella falegnameria del convento. Ho ancora delle schegge di legno nelle dita» disse pacatamente, notando che Agostino era rimasto colpito da quelle mani che poco avevano a che fare con quelle levigate di uno studioso.
Agostino ordinò due caffè e si mise subito al lavoro.
«Cosa l’ha indotta a rifugiarsi in convento?», chiese accendendo il registratore.
Le mani dell’uomo si intrecciarono e cominciarono a contorcersi. Sembrava che la pace che aveva trovato per anni nella Certosa fosse piuttosto controversa, un cristallo sottile che il mondo in cui era tornato aveva già cominciato a scalfire.
«A quel tempo insegnavo ad Oxford. La Thatcher si consultava con me prima di prendere le decisioni più impopolari. C’ero io dietro la sua idea di privatizzare il settore estrattivo e dietro le altre scelte che portarono al licenziamento di 250.000 minatori. Poi, un giorno, durante una mia lezione, uno dei miei migliori studenti si alzò in piedi e mi disse che suo padre, un minatore dello Yorkshire, si era suicidato per aver perso il posto. Mi sputò in faccia e uscì dalla classe. Da quel giorno la mia vita cambiò: mi ritirai in convento per riflettere in solitudine e cominciare a vedere il mondo dalla parte dei lavoratori, sgobbando tutto il giorno in falegnameria».
Lo studioso tacque, assorto
«E poi cosa è successo?», chiese ansioso Agostino. «Cosa l’ha spinta ad uscire dalla Certosa?».
Lo sguardo di Baiano si velò di una cupa malinconia.
«Vede, questo è il tempo degli sciacalli. La riduzione della spesa pubblica, in Italia, non ha introdotto comportamenti virtuosi, ma ha accentuato lo spirito di rapina. Soprattutto ai danni dei lavoratori. Mi sembrava giusto rinunciare alla mia pace interiore e cominciare a denunciare certi fenomeni di sfruttamento del lavoro, che la legge condanna, ma la pratica tollera, e che la flessibilità ha lasciato dilagare».
La cameriera li interruppe sistemando sul tavolo le due tazzine di caffè.
Approfittando della pausa, Agostino abbandonò per un attimo l’intervista e cercò un approccio più confidenziale.
«Alfredo Favelli, il mio Direttore, mi ha incaricato di porgerLe i suoi saluti», mentì. «La ricorda con affetto. Dice sempre che Lei gli ha salvato la vita in un momento terribilmente doloroso …».
Baiano si tirò su gli occhiali che gli erano scivolati sul naso e aggrottò le sopracciglia.
«Mi perdoni. È passato tanto tempo e qualcosa mi sfugge … Ricordo solo che ad Alfredo Favelli avevo affittato l’appartamento sottostante al mio … e che … sì, insomma … non era proprio un inquilino modello in quanto al pagamento dell’affitto …», osservò sarcastico. «Ma non ricordo avvenimenti particolarmente dolorosi che lo abbiano riguardato in quel periodo».
Agostino spense immediatamente il registratore.
«Il figlioletto …», gli suggerì con delicatezza, «morto a soli tre anni … Lei impedì a Favelli di gettarsi sotto un treno per la disperazione … », mormorò a voce bassissima.
Baiano lo guardò con compassione.
«Lei si deve essere confuso, ragazzo mio. Quando Favelli abitava nel mio appartamento, viveva con la moglie e la loro bambina − un vero terremoto ... quando era in azione, il frastuono che faceva mi impediva di concentrarmi sulle mie carte», sospirò. «Non mi risulta che avessero altri figli. Forse ne avranno avuti in seguito, ma io non ne so assolutamente nulla».
A quelle parole, la mente di Agostino cominciò a macinare ipotesi a folle velocità: forse il professore non ricordava l’episodio, o forse Favelli si era sbagliato e nel citare Baiano come testimone della sua disperazione di quella notte si era confuso con un’altra persona … Ma era davvero possibile? No, no … forse la spiegazione era un’altra: Favelli aveva mentito. Aveva raccontato una squallida, macabra menzogna per apparire più forte di quanto non fosse in verità e costruirsi l’immagine di uomo invincibile, capace di sopravvivere anche alla morte: una combinazione blasfema tra Cristo risorto e un supereroe hollywoodiano.
Baiano lesse la tristezza nel cuore del ragazzo.
«Forse vuole rimandare l’intervista … », gli disse con dolcezza.
Senza alzare gli occhi dal tavolo, Agostino rispose: «No, La prego. Continuiamo».
I dieci minuti che Baiano gli aveva concesso furono lunghissimi per Agostino. Per tutto il tempo, il suo cuore batté all’impazzata e fece una fatica enorme a comprendere anche le risposte più semplici che gli forniva lo studioso. Quando l’intervista fu finalmente conclusa, salutò di fretta Baiano e decise di tornare in redazione a piedi.
Lungo il tragitto non fece altro che pensare a D’Amato. Dov’era in questo momento? Conosceva Favelli anche in questi suoi aspetti più meschini? Era anche per questo che era arrivato alla rottura con lui?
Già, D’Amato. Chissà che fine aveva fatto.
Forse un giorno sarebbe riuscito a risalire la china, dopo essere stato cacciato dal giornale.
O forse no.
“Non conta il merito personale. È il caso che decide delle nostre vite”, concluse tra sé e sé.
Arrivato al giornale chiese alla segretaria un appuntamento col Direttore, che lo ricevette immediatamente.
«Allora … Hai riflettuto su quanto ci eravamo detti?», gli chiese Favelli accigliato, seduto dietro la sua scrivania.
«Sì, Direttore. E ho deciso di fare quello che mi ha chiesto. Lavorare in questo posto, come Capo redattore, è un onore per me; e merita qualunque sacrificio».
Favelli si alzò dalla sua poltrona e lo abbracciò entusiasta.
«Ero sicuro che avresti deciso per il bene di tutti noi».
«Le ho portato una sorpresa», gli disse il ragazzo sciogliendosi dall’abbraccio. «Ho qui un’intervista esclusiva che Alberto Baiano mi ha rilasciato un’ora fa».
Favelli lo fissò raggiante. «Ma come hai fatto?».
Poi, subito dopo, un’ombra gli attraversò lo sguardo.
«Gli hai per caso parlato di me … della mia … tragedia?».
«Oh, no», rispose prontamente Agostino. «Ho preferito non toccare questioni private».
«Bene, sei stato molto professionale», gli disse Favelli rincuorato, battendogli una pacca sulla spalla.
Il telefono squillò a mezzogiorno passato. Agostino scavalcò Debora, che ancora dormiva profondamente, e raggiunse il comodino dall’altro lato del letto, su cui era appoggiato il cordless. La ragazza mugugnò, infastidita dallo squillo e dai movimenti di Agostino sopra di lei.
«Ciao, sono D’Amato. Dalla voce si direbbe che ti ho svegliato».
«Che piacere sentirti», svicolò Agostino.
«Sono dalle tue parti. Anzi sono proprio sotto casa tua. Che ne diresti di prenderci un caffè? Ho ancora quei famosi venti euro da restituirti».
«Dammi un quarto d’ora e scendo».
Si infilò sotto la doccia gelata, per snebbiarsi la mente il più velocemente possibile; ma la stanchezza della notte di sesso con Debora sembrava volergli restare appiccicata addosso.
Uscì senza salutarla, tanto dormiva; conoscendola non si sarebbe svegliata prima dell’una.
Qualche minuto dopo, ancora assonnato, sedeva con D’Amato al bancone del bar sotto casa, di fronte ad un caffè doppio.
«Allora, raccontami. Com’è Favelli visto da vicino?, chiese D’Amato con benevola ironia.
«Un bluff», rispose Agostino stropicciandosi gli occhi.
D’Amato sorrise soddisfatto.
«Sapevo che te ne saresti accorto. Avevi scambiato un parolaio per la Parola. Un logorroico per il Logos».
«E tu cosa fai adesso?», chiese Agostino, cambiando discorso.
«Nulla. Sono tornato a scrivere racconti e ai miei studi di filosofia. A quanto pare, il mondo del lavoro non sembra aver bisogno di me, in questo momento», ridacchiò D’Amato.
In quel momento il cellulare di Agostino squillò. Era Favelli. Lo chiamava per invitarlo a pranzo la domenica successiva e lo informava di aver chiamato Roma per avere notizie della sua candidatura.
«Il segretario mi ha assicurato che le probabilità aumentano di giorno in giorno».
«Ne sono certo», rispose Agostino. «Non possono perdersi una persona eccezionale come Lei».
“Da ipovedente a ipocrita. Un bel salto di qualità”, rise dentro di sé D’Amato mentre ascoltava le parole di Agostino.
«Pare che voglia entrare in politica», lo informò il ragazzo riattaccando il cellulare.
«Oh, non è una novità. Sono anni che ci prova. Lo illudono per un po’, giusto il tempo di garantirsi una buona campagna stampa sul suo giornale in vista delle elezioni; e poi lo abbandonano come un cane sull’autostrada», rispose D’Amato alzando le spalle.
«Questi sono i tuoi venti euro», fece poi, aprendo il portafoglio.
Agostino lo ringraziò e se li mise in tasca.
Parlarono ancora un po’ della loro vita al giornale, e non poterono fare a meno di pensare a quanto fossero distanti l’uno dall’altro, pur nel disincanto che li accomunava.
Si salutarono sapendo che non si sarebbero mai più rivisti.
Mentre si avviava a piedi verso casa, D’Amato notò delle banconote per terra, cadute dal portafoglio di chissà chi.
Si chinò a raccoglierle e trasalì per lo stupore.
Erano esattamente venti euro.
Non potevano essere caduti dalla tasca di Agostino, che dopo averlo salutato era risalito immediatamente a casa. “Sono un simbolo”, si disse D’Amato. “Un simbolo della sua nullità. Non valeva la pena sentirmi in debito verso uno come lui”.
Si infilò i soldi nel portafoglio e si rimise in marcia, soddisfatto per quel piccolo rimborso piovuto dall’alto.
Lungo la strada pensò che non sarebbe stata una cattiva idea scrivere un racconto su Agostino.
Dopotutto, aveva già il titolo in tasca.