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Il Festival di Sanremo, ad esempio, lo guardava solo per le mani.
Non le mani dei cantanti, che sapevano sempre dove tenerle – sul microfono, sulla chitarra, oppure sospese per aria in una coreografia appena accennata –, ma quelle delle vallette: loro sì che conoscevano il problema. Magari non lo avevano mai sofferto in tutta la loro vita, poi arrivavano sul palco di Sanremo, fasciate di seta e cristalli, scendevano senza inciampare l'infida scala del palco dolcemente ondeggiando sul tacco dodici, arrivavano sorridenti sul proscenio e plaf, improvvisamente si accorgevano di avere le mani: "e ora dove le metto, non posso gesticolare, devo stare composta, e se le mettessi dietro la schiena? macché, sembro una ragazzina inesperta, magari le metto davanti, intrecciate sotto la pancia, dio, che disastro, mi danno un'aria così scoglionata, certo sempre meglio che le braccia conserte, quello è un errore da non fare mai, ecco, l'ho fatto, non ho resistito, ora tutti diranno che ero visibilmente emozionata, ci metterò un secolo per recuperare l'immagine di tigre del sesso, e tutto per colpa di queste dannatissime mani, erano la parte meno guardata del mio corpo e ora si sono prese la rivincita ...". Qualche valletta più spavalda alla fine sceglieva di tenere una mano sul fianco, mimando un'intraprendente sensualità: la stampa allora la elogiava, diceva: «ha dimostrato una grande personalità», «si è impadronita del palco», e la valletta, intervistata, rispondeva: «Sanremo mi ha dato tanto», «quest'esperienza mi ha fatto crescere», e dentro di sé ripensava con terrore a quei giorni sul palco e alla battaglia con le mani che aveva affrontato e vinto, si scostava i capelli dal viso e si accendeva una sigaretta, finalmente libera di usare le mani come le pareva, e di dimenticarsi della loro esistenza.
La strategia della sigaretta era un trucco che Chiara conosceva molto bene: era convinta che tenere le mani impegnate fosse uno dei motivi principali per cui si fumava, o non si riusciva a smettere di fumare. Con una sigaretta tra le dita, parlare con gli altri per una donna diventava più facile: le mani, finalmente sottomesse, cessavano di ciondolare inerti e spaesate, o di vagolare irrequiete sul corpo a grattarsi le braccia, il mento o il cuoio capelluto, assumevano pose socialmente accettabili, persino seducenti. Diventavano una scultura: l'avambraccio alzato, in appoggio sull'altro braccio che cingeva la vita, il polso mollemente piegato e le due dita che si dipartivano dall'alcova del palmo per avvinghiarsi intorno alla sigaretta, un amplesso vampiresco in cui gli amanti si succhiano il sangue l'un l'altro.
Gli uomini invece fumavano a mani basse, o seduti a gambe larghe e i gomiti appoggiati sulle ginocchia. Tra le loro dita la sigaretta diventava un oggetto di uso comune, si rimetteva ai loro ordini, servizievole, una cameriera che sfaccenda in punta di piedi. Avevano un'autorità sulla sigaretta a cui le donne difficilmente potevano aspirare. L'unica eccezione che Chiara conosceva era quella della sua commercialista, una virago dagli occhi di gambero, che riusciva a scartarsi le gommose alla liquerizia tenendo saldamente la sigaretta tra le dita, senza far cadere nemmeno un grammo di cenere sulla scrivania.
Chiara però aveva resistito alle seduzioni del fumo e non aveva mai preso il vizio. Benché le piacesse osservare il corpo dei fumatori trasformarsi in presenza della sigaretta, acquisire un senso, una coreografia, non sopportava uno dei loro tic più frequenti: girare di scatto il viso di lato per non espirare il fumo in faccia all'interlocutore. Era convinta che in quel gesto paternalistico ci fosse una soddisfazione inconfessabile, quella di negare per un attimo lo sguardo all'altro facendogli percepire, di sfuggita, la sua inferiorità.Ma il motivo fondamentale per cui Chiara non era mai diventata una fumatrice (a parte qualche goffo tentativo di cominciare, a quattordici anni, per puro spirito di gregge) era un altro, ed era nascosto tra le pieghe del suo orgoglio: Chiara era una di quelle ingenue e fragili creature assurdamente convinte di potercela fare con le proprie forze, senza l'aiuto di pose o sovrastrutture, contando semplicemente sulla propria autenticità. Le sue amiche, durante le feste o nei locali, terrorizzate all'idea di non sapere dove mettere le mani, le tenevano occupate accendendosi una sigaretta dopo l'altra. Chiara invece si rifiutava ostinatamente di cercare un'ancora di salvezza in un semplice rotolino di tabacco. Le sembrava degradante, oltre che idolatrico, chiedere soccorso a un oggetto, che in cambio del suo aiuto l'avrebbe fatta prigioniera per sempre, umiliandola con la dipendenza. Sapeva di chiedere molto alle sue mani, pretendendo che alle feste se la sbrigassero da sole e che per giunta mantenessero un atteggiamento composto e decoroso. Ma non avrebbe mai accettato di liberarsi della sua timidezza semplicemente fingendo di non essere timida, come invece facevano le sue amiche inalberando la sigaretta tra le dita.
E tuttavia la disciplina inflessibile che Chiara imponeva alle sue mani durante le feste non reggeva fino alla fine. Accadeva sempre che dopo un po' le mani si ribellassero e gliela facessero pagare, sbugiardando davanti a tutti la sua finta autosufficienza. All'inizio si divertivano a formicolare sul suo corpo, grattandole pruriti immaginari sul collo, sulla clavicola, sul naso: un assedio interminabile, un imbarazzo crescente che le faceva lo sguardo triste come quello di una mucca infestata dalle mosche (a quel punto, dopo averle inizialmente compatite, Chiara provava invidia verso le sue amiche con la sigaretta in mano, eleganti come candelabri, metafisicamente libere ormai dall'impaccio del loro corpo). Poi, sempre più spietate, le mani si facevano molli e lasciavano cadere tutto quello che afferravano: il bicchiere preso al buffet – rigorosamente di aranciata o coca, Chiara ovviamente non cedeva alla funzione rassicurante degli alcolici – e rovesciato sulla tovaglia o sulle scarpe di qualche invitato; il piatto di couscous, il cellulare, tutto ciò che le passava per le mani precipitava fuori dal suo luogo naturale, si ritrovava fuori posto, esattamente come si sentiva lei. Mani di ricotta la apostrofano allora le sue amiche, ridendo con una sigaretta nella destra e un white lady nella sinistra.
Che le mani potessero giocarle brutti scherzi Chiara lo aveva capito a diciott'anni, il giorno dell'esame di maturità.
Interrogazione di italiano. Il commissario le fa una domanda a largo raggio, "il tema del sepolcro nel neoclassicismo". Dentro di sé Chiara esulta: e vai! mi ha chiesto Foscolo! "Si, ma non solo", realizza subito dopo. La sua sicurezza si sfarina, la mente annaspa, "gli parlerò del Canova". La voce le esce dura e bellicosa, ma è la mano sinistra a tradirla: disegna per aria un ampio gesto insensato (forse un'allusione all'ampiezza della domanda) tremando velocissima come le ali di un colibrì, i commissari se ne accorgono, sorridono con misericordia, ma Chiara si sente scoperta e rabbiosamente ingabbia la mano nascondendola dietro la schiena. Il suo esame di maturità si chiude con 60 sessantesimi, i complimenti dei commissari, e l'inizio di una cronica, snervante guerra di posizione tra lei e le sue mani.
Fino a quel giorno Chiara aveva avuto con le mani un rapporto di serena noncuranza, che nemmeno il vizio di mangiarsi le unghie era riuscito a intaccare. Le piacevano le sue dita lunghe, talmente sottili che quasi nessun anello le calzava alla perfezione (un dettaglio aristocratico che le ricordava la scarpina di cristallo di Cenerentola, così piccola che nessuno tranne l'eroina riusciva ad indossarla); ma in generale non faceva caso alle sue mani, appendici leali e sottomesse, periferie tranquille dove mai si sarebbero potuti sviluppare dei disordini.
Le unghie, invece, erano la sua fissazione. Erano come un corpo estraneo e ostile, una spina che Chiara non riusciva a strapparsi. Pur essendo il terminale delle sue dita, e benché fossero lunghe ed eleganti come queste, Chiara le considerava come un organo a parte, extraterritoriali rispetto alle sue mani. Una specie di enclave dove gli insorti si erano asserragliati opponendole una fiera resistenza.
Sua madre le aveva provate tutte per impedirle di mangiarsi le unghie: gliele aveva cosparse di caffè e sale, ricoperte di Onicox, una vernice amara che aveva scovato in farmacia; ma dopo i primi assaggi disgustati Chiara si era assuefatta anche a quei sapori repellenti e aveva preso a considerare gli intrugli di sua madre come niente di più che un semplice condimento delle sue unghie, magari un po' forte, ma tutto sommato sopportabile.
Chi la vedeva mangiarsi le unghie diceva che schifo, mi fa impressione, ma che gusto ci provi, sei nervosa? Nessuno capiva che l'onicofagia era anche un piacere: sentire il croc dei denti che affondavano nella cheratina, masticare tra gli incisivi il pezzettino di unghia asportato e ridurlo in una polvere gessosa era un vero sfizio, era come sgranocchiare una nocciolina, una patatina, anche se non ne aveva il sapore. Le unghie erano croccanti, ecco. E lo erano anche le pellicine, soprattutto quelle rintanate nelle pieghe ungueali laterali, che si potevano strappare a morsi o con le dita. Faceva male, a volte usciva sangue e il dito si gonfiava, ma che soddisfazione sentire tra i denti lo scrocchio con cui si giustiziava il nemico.
Ma il piacere più grande che Chiara traeva dalle unghie era limarle. Non certo con la limetta, strumento freddo e impersonale, ma con gli incisivi superiori. Quello di sinistra, in particolare, che si era impercettibilmente scheggiato quando Chiara aveva una decina d'anni: il gancetto di ferro che pendeva dalla zip del suo giaccone si era staccato, lei per riagganciarlo al cursore lo aveva stretto con i denti e nello sforzo un minuscolo pezzettino dell'incisivo sinistro le era saltato. Chiara non ci aveva messo molto a capire quale importante funzione poteva svolgere il suo dente scheggiato: finalmente una lima sempre a portata di mano, con cui livellare quelle intollerabili ondulazioni che non cessavano mai di riformarsi sul margine distale delle unghie e che ne guastavano la perfezione dell'arco. L'incisivo sinistro non avrebbe mai risolto il problema definitivamente, ma perlomeno era uno strumento chirurgico a sua completa disposizione. La sua bocca, una sala operatoria sempre in attività.
L'unghia perfetta! Era il suo obiettivo. A volte ci riusciva a realizzarlo, quando, dopo un'accurata limatura, il margine esterno della lamina disegnava una curva precisa come una figura geometrica, senza scheggiature né ondulazioni, e anche la pelle intorno all'unghia era libera da cuticole e croste di cellule morte. Durava poco, però: dopo qualche giorno, le irregolarità si ripresentavano, nuove pellicine sbucavano dal solco ungueale e il margine esterno dell'unghia si profilava di nuovo accidentato. Tutti i suoi sforzi vanificati. Una fatica di Sisifo che Chiara era condannata a ripetere a vita. Ma dopotutto non si poteva lamentare troppo, in fondo erano imperfezioni contro cui poteva sempre fare qualcosa: limare, appianare, triturare (mai sputato un pezzo di unghia asportato, che gusto c'era sennò?), e allora che cosa avrebbero dovuto dire quei poveracci con le macchioline bianche sulle unghie – carenza di zinco, si era documentata – , loro non potevano farci proprio nulla, dovevano tenersele e basta. Al posto loro, Chiara ne sarebbe uscita pazza.
Di tutto quel lavorio infinitesimale di molatura e rifinitura, sua madre non ne capiva niente: ti storce la bocca, diceva, ti prendi le infezioni, le unghie sono piene di germi, te le vorrei far vedere al microscopio come le ho viste io! Le era successo al liceo, quando il professore di scienze aveva invitato lei e i suoi compagni di classe a mettere le mani sotto la lente: una visione disgustosa, ti passerebbe la voglia di mangiarti le unghie. Ma Chiara non ci credeva: anche se l'avesse osservato al microscopio, il sabba dei microbi sotto le sue unghie dopo un po'se lo sarebbe dimenticato e avrebbe ricominciato a mangiarsele senza neanche rendersene conto.
Però le strigliate di sua madre un certo effetto lo producevano: per non sentirla, Chiara aveva cominciato a rosicchiarsele di nascosto, oppure ad utilizzare le dita, anziché i denti, per asportare le pellicine, e le stesse unghie, quelle più lunghe, per limare le altre unghie. Dita contro dita, unghie contro unghie: una guerra civile che si svolgeva normalmente sotto la tovaglia del tavolo da pranzo, quando mangiavano assieme, lei e sua madre. Nemmeno davanti a una grigliata di carne, il suo piatto preferito, le mani di Chiara smettevano di azzuffarsi: tra un boccone e l'altro, dita a tenaglia strappavano lembi di pelle, unghie impietose arrotavano altre unghie.Ben presto, però, sua madre aveva scoperto anche la sua nuova tecnica (a Chiara le si leggeva in faccia quel lavorio sottobanco, lo sguardo assente e concentratissimo, le braccia contratte nello sforzo verso la perfezione) e non perdeva occasione per apostrofarla:
«Che stai facendo???».
Domanda retorica, in realtà le era perfettamente chiaro cosa facevano sotto il tavolo le mani di Chiara, ma in quei momenti sua madre si sentiva Dio nel giardino terrestre che chiede ad Adamo «Dove sei?» pur sapendo benissimo dove si è nascosto per la vergogna di aver peccato.
Un mondo di onicofagi sarebbe un mondo più libero, pensava Chiara in quei frangenti: un mondo senza guardie né ladri, dove ognuno porta le sue miserie a vista e non ha nulla di cui vergognarsi, perché tanto tutti sono deboli e nessuno ha il diritto di giudicare.
Quel mondo era esistito, un tempo, per una frazione di anni, ma Chiara purtroppo lo aveva mancato, perché Barbara era più grande di lei ed era nata nel Salento, a Otranto, a più di seicento chilometri da Roma. Ti mangi le unghie? Anch'io! le aveva detto porgendole la mano, con una leggerezza a cui Chiara non era abituata in tema di onicofagia, E anche i miei fratelli. Quando eravamo piccoli, per non sentire i rimproveri dei nostri genitori che non volevano vederci con le mani in bocca, ci chiudevamo a chiave nella cameretta, e ci mangiavamo le unghie in santa pace. Una comunità di onicofagi! Chiara ne era rimasta estasiata. Piccoli mangiatori di unghie che chiudono la porta della cameretta e si dimenticano del resto del mondo, degli altri, dei loro sguardi severi, come i lotofagi dell'Odissea. Peccato non averli incontrati, forse se avessi avuto degli amici con cui condividere il vizio, lontano dai giudizi degli altri, crescendo me ne sarei liberata, aveva pensato Chiara. E invece, sulla sua strada, sempre e soltanto quell'Ulisse di sua madre, che la strappava al cibo della dimenticanza e la riconduceva a forza sulla nera nave del divieto.
Ma forse ora aveva finalmente trovato un'amica che poteva capirla: Barbara Meda, cinquant'anni, scrittrice di genio inspiegabilmente baciata anche dal successo commerciale, nuovo acquisto della Rasputin edizioni dove Chiara lavorava come editor, e soprattutto onicofaga dichiarata, nel senso che non si vergognava di mangiarsi le unghie pubblicamente, persino quando veniva intervistata in tv (che forza di carattere, io non ci riuscirei mai, si diceva Chiara quando la vedeva nei salotti televisivi).
Ora lei e Barbara erano lì, davanti alla macchinetta del caffè vicino all'ufficio di redazione, e parlavano da ore come due amiche di lunga data benché fosse la prima volta che si incontravano. Tu sei Barbara Meda? Piacere, Chiara Miceli, una stretta di mano, poi lo sguardo di Barbara era caduto sulle unghie tremendamente corte ma ottimamente cesellate di Chiara, e da lì uno scambio fitto di ricordi tra onicofaghe di lungo corso.
Per la verità era stata soprattutto Chiara a raccontarsi, in un profluvio di ricordi che fino a quel momento non aveva mai rivelato a nessuno, e a confessare la sua difficile convivenza con le mani e le unghie. Barbara dal canto suo si era rivelata una paziente ascoltatrice, comprensiva e attenta, unica pecca l'ironia a volte un po' aggressiva con cui alleggeriva i discorsi più intimi, come se non riuscisse a rimanere seria a lungo: ma non lo faccio per frivolezza, le aveva detto alla fine, scusandosi per le sue battute, è solo che secondo me il dialogo non è il luogo più adatto per le verità profonde. Quelle le cerco solo nella parola scritta.
Solo al momento dei saluti (allora ci vediamo quando torni a consegnare le bozze del tuo libro, andiamo a mangiarci le unghie ... oddio! Scusa! Volevo dire a mangiarci un sashimi fantastico al sushi bar qui sotto), mentre assaporava la sensazione di non essere più sola al mondo, Chiara si era accorta che in due ore di chiacchiere con Barbara non aveva mai sentito il bisogno di infilarsi un'unghia tra i denti.
***
«Tu perché ti mangi le unghie?». Che domanda cretina, si disse Chiara subito dopo averla fatta. Una di quelle domande radicali che solo i bambini, nella loro ingenuità, hanno il coraggio di porre. Eppure Barbara la prese sul serio. «Il perché non lo so. Però posso dirti come mi sento quando lo faccio». Un alito di vento spirò all'improvviso dalla finestra aperta spegnendole la sigaretta. Lei non la riaccese, la schiacciò nel portacenere e si mise a fissare i gabbiani che volavano giù in picchiata dai cornicioni del palazzo di fronte a casa sua. «All'improvviso, mi sembra di dovermi assentare. Mi capita quando parlo con qualcuno con cui non vorrei parlare, quando faccio qualcosa che non vorrei fare o che penso di non riuscire a fare. Insomma, quando vorrei essere oltre, o semplicemente non essere lì. E allora nella mia mente si apre una botola, una fossa buia da cui mi sento irresistibilmente attratta, perché sento che lì si azzererebbero tutti i miei pensieri, si sgonfierebbero le preoccupazioni. Ma il mio corpo non vuole seguirmi nel buio, fa resistenza, lui è solido, presente, starebbe bene lì dove sta. E allora lo devo togliere, raschiare via. Comincio dalle unghie, perché non sentono niente (il dolore mi farebbe tornare pienamente cosciente ed io non voglio essere presente a me stessa): una dopo l'altra, le erodo con i denti, millimetro dopo millimetro, poi passo alle pellicine intorno, prima quelle morte, poi quelle vive. E lì, dopo un po', mi devo fermare, perché comincia a uscirmi il sangue, e il sangue è la vita che mi tira per i capelli, e per quanto sia faticosa e banale io non ce la faccio proprio a non seguirla. E così riemergo dal nulla in cui mi volevo seppellire: ora sono di nuovo presente a me stessa, con tutta la fatica che questo comporta. Il mio tentativo disperato di cancellarmi è fallito». La tesi poteva apparire un po'azzardata: l'onicofagia come crisi della presenza, bisogno di dileguarsi, scomparire (nulla di cui stupirsi, in fondo Barbara si era laureata su Ernesto De Martino, l'etnologo che proprio in terra d'Otranto aveva svolto i suoi studi sulla crisi della presenza nei tarantolati). E tuttavia Chiara la trovò piuttosto convincente: non era vero, forse, che le poche volte in cui si sentiva parte del mondo, disciolta nel presente, insomma: integrata, non sentiva il bisogno di mangiarsi le unghie? «E tu, invece, perché te le mangi?». Strano a dirsi, Chiara non se lo era mai chiesto. Mangiarsi le unghie per lei era naturale come nutrirsi, bere, dormire, un bisogno imprescindibile, continuo anche se mai pienamente appagato. Il rosichìo era diventato il rumore di fondo di qualunque sua attività al punto che neanche ci faceva più caso. Solo davanti agli altri recuperava un briciolo di autocontrollo e anziché lavorare le unghie coi denti se le limava di nascosto dietro la schiena con l'aiuto delle "kapò" (così chiamava le unghie più lunghe, quelle che in cambio di un trattamento di favore contribuivano allo sterminio delle unghie sorelle). Ma la domanda di Barbara la fece riflettere. Che peso avevano mani e unghie nella sua vita? Immenso. Fin da quando era nata: signora, sua figlia ha le mani da pianista, aveva detto l'ostetrica a sua madre di fronte alle sue piccole dita lunghe e affusolate, stranamente già adulte, fatte per suonare il pianoforte. Che difatti aveva suonato dagli undici ai venti anni, nove anni di sacrificio e ossessione per l'esecuzione perfetta che non era mai arrivata, fino a quando la sua frustrazione non si era materializzata in una tendinite che l'aveva allontanata dal pianoforte per sempre. Quelle mani che prima erano il suo vanto avevano cominciato a tradirla, finita l'adolescenza erano diventate inaffidabili, incontrollabili, indomite come le sue unghie dove l'imperfezione era sempre in agguato e il lavoro di correzione non finiva mai. Avrebbe potuto fare la manicure, guadagnare soldi limando, stondando e verniciando le unghie, nessuno l'avrebbe fatto meglio di lei. E invece era diventata un'editor che per lavoro revisionava romanzi, operette mediocri che una volta limate – taglia qui, rimpolpa lì, anteponi, posponi – diventavano storie quantomeno leggibili (non così i manoscritti di Barbara, in cui c'era poco da correggere, al massimo qualche refuso: i suoi romanzi nascevano pronti per la stampa, erano un miracolo di autonomia e saggezza, come se in lei convivessero l'autore, il censore e il critico letterario). «Per lo stesso motivo per cui faccio questo lavoro», rispose. Sì, era così, le piaceva limare, le unghie come i testi. Tutto per lei era una bozza da rivedere e correggere, materiale da sgrossare, covo di imperfezioni. Mai si sentiva tanto indispensabile come quando poteva falciare via un paragrafo di troppo o sopprimere una notazione troppo didascalica, un'aggettivazione ampollosa, anche se poi si rodeva il fegato a pensare che il suo lavoro sarebbe rimasto nell'ombra per sempre mentre l'autore del romanzo reinventato da lei sarebbe andato in giro a raccogliere immeritati consensi nei programmi culturali della tv. Ma da quando aveva conosciuto Barbara, un anno addietro, qualcosa in lei era cambiato. Le discussioni infinite sui giovani autori, la lettura reciproca dei passi degli scrittori preferiti, la commozione di Barbara dinanzi alla bellezza di un aggettivo, nulla di tutto questo aveva lasciato il segno nella vita di Chiara quanto l'amicizia con una donna che non poteva fare a meno di essere scrittrice. Barbara scriveva in continuazione. Fin da quando aveva undici anni aveva capito qual era la sua vocazione e da quel momento in poi vi era rimasta fedele, senza distrazioni o esitazioni, nemmeno quando, finito il primo romanzo, non riusciva a trovare uno straccio di editore che glielo pubblicasse. Gli altri fanno gli scrittori, tu lo sei, le diceva Chiara quando la vedeva improvvisamente silenziosa e distratta: era il segno che Barbara stava meditando su un finale spiazzante o sulle parole definitive con cui descrivere una mente tortuosa, e che di lì a poco si sarebbe seduta al computer senza rivolgerle più la parola per ore. Chiara sapeva che in quei momenti era meglio non disturbarla, e allora si accoccolava sul divanetto vicino alla scrivania di lei con un libro in mano e in grembo una ciotola di patatine (l'unica cosa che nella dispensa di Barbara non mancava mai). Ogni tanto alzava gli occhi e la guardava lavorare: "Ehrenbreitstein", pensava, la fortezza autarchica con una sorgente racchiusa entro le mura (la citava Melville in Moby Dick), a quella assomigliava Barbara, inespugnabile e zampillante. Era impossibile non fare confronti, sovrumano non invidiare lei e tutti gli altri come lei che fin da piccoli avevano perseguito un'unica strada, fedeli a un'unica malattia: Giacomo, il primo amore di Chiara, inseparabile dalla sua macchina fotografica fin da quando aveva tredici anni e poi diventato fotoreporter nei teatri di guerra; Eva, sua amica d'infanzia, che a quattordici anni aveva fondato il giornale del liceo e adesso ne dirigeva uno di partito; e il figlio di lei, Claudio, un ragazzino di dodici anni che sapeva a memoria tutte le formazioni di tutte le squadre di calcio di serie A delle ultime tre stagioni, tutti gli autori di tutti i goal della Champions league, e che diceva di voler diventare da grande un giornalista sportivo: persino lui era da invidiare agli occhi di Chiara, perché la stupida devozione al calcio era comunque meno invalidante della malattia di cui soffriva lei, la sterilità. La sua inclinazione ad aggiustare anziché a creare era nota a tutti, anche tra i suoi compagni di lavoro. Gli altri suggerivano, lei correggeva, che fossero le iniziative dei colleghi della direzione editoriale o le proposte degli amici per una serata insieme. Solo dopo aver ascoltato le idee degli altri le veniva in mente qualcosa da dire, in genere opportuna, ma sempre una controproposta, mai il primo passo. A maggior ragione ora si sentiva intimidita da quello che stava per fare: passare dall'altra parte, prima che fosse troppo tardi. Che non ci fosse più tempo da perdere l'aveva capito guardandosi le mani: era da qualche mese che le vedeva secche, inaridite, la pelle tirata sui palmi, un reticolo di rughette in corrispondenza delle nocche e dei polpastrelli. Mani da vecchia. Quando era piccola, le sue mani soffrivano facilmente il freddo, nonostante il riscaldamento, e allora Chiara le teneva a bagno qualche minuto in una bacinella d'acqua calda: ne uscivano tutte raggrinzite, i polpastrelli rugosi, la pelle violacea. Sua madre le chiamava mani da vecchia, per prenderla un po' in giro, ma a lei quello scherzo procurava un'indefinibile angoscia, la stessa che provava ora a guardare le sue mani appassite. Aveva passato anni a faticare in palestra, cercando di scongiurare il decadimento fisico, spiando l'avanzare del tempo dalla piega delle natiche, dal turgore dei seni, ed ecco che invece la morte si era annidata nell'ultimo luogo dove Chiara si sarebbe immaginata di trovarla, le sue mani. Non c'era più tempo, bisognava osare. «Ti ho portato una cosa», disse tirando fuori un manoscritto dalla sua borsa. Barbara si sporse incuriosita dalla cucina dove stava preparando il the. «Cos'è? Un'esordiente?». Chiara annuì. «E di che parla? Di droga, di sesso o di una donna che a un certo punto della sua vita è costretta a fare i conti con se stessa?» ironizzò Barbara mimando il linguaggio standard delle quarte di copertina. «L'ho scritto io». Barbara non sembrò stupita. «In tal caso il mio the norvegese può aspettare», disse semplicemente, avvicinandosi per prendere il manoscritto. Diede un'occhiata al titolo: «"Format". Bello. Promette bene». «È un racconto lungo», sussurrò Chiara imbarazzatissima. Senza dire altro, Barbara si sdraiò sul divanetto col manoscritto in mano e cominciò a sfogliarlo, dapprima senza leggerlo, poi, arrivata all'ultima pagina ritornò alla prima e si inabissò in una lettura lenta, estenuante, che sembrava non finire mai. Seduta alla scrivania in attesa del giudizio di Barbara, Chiara si torceva le mani in preda all'ansia mentre il suo cervello, anticipando il verdetto, macinava opposte ipotesi di esultanza e prostrazione. Ogni tanto, di soppiatto, lanciava un'occhiata a Barbara per vedere a che pagina fosse arrivata: ancora lì, pensava, io non ci metto mica così tanto a capire se un manoscritto è buono o cattivo. Ma Barbara imperterrita si prendeva il suo tempo, soppesando ogni parola sulla carta con l'olimpica crudeltà di chi sa di dover rendere conto dei suoi giudizi solo all'arte. La sua posa fluida – i lunghi capelli sparpagliati sui cuscini di tela, le gambe piegate da un lato, in torsione rispetto al busto – era in sensuale contrasto con la lignea bellezza dei suoi muscoli affusolati, che si intravedevano sotto la t-shirt bianca e i pantaloni larghi di cotone leggero. Strano, pensò Chiara, non mi era mai parsa così bella come adesso che potrebbe diventare il mio boia. Non appena vide Barbara chiudere il manoscritto, non resistette. «Allora ... che ne pensi?». Lei si alzò dal divano con un sospiro, ma sul viso era dipinta una strana soddisfazione. «Il file del racconto ce l'hai con te?». Chiara frugò mentalmente nella sua borsa. Sì, il file era nella chiavetta usb che si portava sempre dietro. Gliela porse. «Dammi due ore di tempo», disse Barbara. E afferrata la chiavetta si mise al computer. Chiara non chiese spiegazioni. Silenziosamente uscì di casa, vagò senza meta per una ventina di minuti, entrò in un bar a caso e ordinò un caffè, e poi, contraddittoriamente, una camomilla. Senza rendersene conto ci versò dentro due cucchiaini di zucchero come faceva col the. Dovette ordinarne un'altra. Uscì dal bar e si rituffò per strada, in mezzo al frastuono del traffico delle cinque del pomeriggio riusciva a sentire solo i battiti del suo cuore che le rimbombavano nelle orecchie. All'angolo tra via Cadorna e via Palestro c'era un mendicante africano che voleva venderle un pacco di fazzolettini: tienili pure, disse lei, e gli diede un euro, desiderando essere al posto suo, a lottare per la vita e non per il suo senso. Trascorse due ore esatte risalì a casa di Barbara. «Dove sei stata? Avevo finito prima del previsto». «Finito cosa?». Barbara le porse un fascicolo spillato con lo stesso titolo del suo racconto, ma con un numero di cartelle maggiore, a occhio. Chiara trasalì: «Lo hai riscritto?». «Dai, leggilo, ora tocca a te». Lei si sedette sul bordo del divano e cominciò a leggere, ma non le ci volle molto a capire che il suo racconto rimaneggiato da Barbara era diventato qualcosa di profondamente diverso, più ardito ed emozionante, come se fosse stato pigiato e spremuto fino a farne sprizzare tutto il succo che aveva dentro. La storia era rimasta la stessa: quella di Dogo, cantante di una nota band underground, narciso e depresso, che diventa un personaggio televisivo partecipando a un talent show, ma paga il prezzo della sua popolarità perdendo completamente la sua vena creativa; Barbara, però, l'aveva arricchita di dettagli mortificanti – lui che si riduceva a riscrivere cover di successi passati, che si procurava volontariamente una lesione alle corde vocali per giustificare l'ennesimo rinvio dell'uscita del suo cd, e che arrivava a dichiarare pubblicamente la sua tossicodipendenza nell'inconscio tentativo di sabotare la sua popolarità e recuperare l'ispirazione. Il finale, poi, era stato completamente stravolto rispetto a quello immaginato da Chiara: non più il suicidio di Dogo (soluzione banale, in verità), ma il suo avvilente trasformarsi in un format televisivo, quello del pierrot squilibrato e anarcoide, che raggiunge l'apice del successo offrendosi totalmente in sacrificio al trash in grottesche esibizioni nonsense. Chiara chiuse il racconto, piegata dall'umiliazione. Sentiva una lacerazione al basso ventre, un vuoto dolorante, come se Barbara le avesse strappato l'utero con le sue mani nude e lo avesse gettato per terra calpestandolo con tutte le sue forze. Il racconto che lei aveva impiegato tre mesi a scrivere – il suo unico, timido tentativo di creare qualcosa dal nulla – era stato smontato e riscritto in due ore soltanto, senza nessuna fatica, o perlomeno così sembrava. Barbara non avrebbe potuto trovare un modo più efficace per farle capire che lei come scrittrice non valeva niente. Che il genio si misura anche dalla velocità e dalla passione, cose di cui Chiara – roditrice lenta e meticolosa dei romanzi altrui e delle unghie proprie – sembrava essere completamente sprovvista. «Allora, com'è?», chiese Barbara con naturalezza. «Buono. Solo il finale ... un po' prevedibile». Chiara si alzò dal divano e le riconsegnò il manoscritto. «Beh, ci possiamo lavorare ancora. Hai altro da farmi leggere?». «Sì, un noir», mentì, «ma ci sto ancora lavorando». Rimosse la chiavetta dal computer, fece per rimetterla in borsa ma le cadde di mano in mezzo ai libri sparsi a terra vicino alla scrivania. Dovette annaspare parecchio per recuperarla. Qui dentro l'imbarazzo si taglia col coltello, pensò. Afferrò la giacca e si avviò verso la porta di casa. «Non ti fermi?», la rincorse Barbara. Lei le fece un saluto impacciato con la mano. «Stasera ho un impegno. Il tuo the norvegese può aspettare».
***
Una brezza madida di afa estiva alitò d'improvviso lungo il vicolo e le tendine bianche all'ingresso dei bassi che affacciavano in strada si sollevarono per aria, dimenandosi come spiritelli insolenti. Prima che ricadessero a terra, Chiara ebbe il tempo di scorgere, dietro una di esse, il cadavere di un vecchio disteso su un letto disposto tra il frigorifero e la tavola da pranzo: aveva la faccia ingiallita, gli zigomi affioranti sottopelle, il naso aguzzo che puntava dritto verso un lampadario al neon. Un prete vestito di nero agitava un aspersorio sulla salma, mentre un crocchio di parenti assisteva in lacrime al rituale. Una vecchia dalle mani nodose si asciugava gli occhi con un fazzoletto fradicio. Sembrava aver pianto più forte degli altri. Chiara non aveva mai visto un morto così da vicino, tranne suo padre, stroncato da un ictus quando lei aveva solo dieci anni. La notizia gliela aveva data sua madre accogliendola sulla porta di casa al suo ritorno da scuola: papà è morto, le aveva detto con una smorfia della bocca che somigliava tanto a un mezzo sorriso. Poi l'aveva condotta in camera dove suo padre giaceva sul letto matrimoniale, già vestito di nero. Nel guardarlo così, mite e inespressivo nella morte come lo era stato in vita, Chiara non aveva provato nessuna emozione, tranne la vergogna di non riuscire a versare nemmeno una lacrima. Di quella morte non aveva altri ricordi, a parte le esalazioni della cassa di zinco saldata dagli uomini delle pompe funebri, lo stesso odore che si sprigionava dalle sue unghie quando insisteva troppo a mangiarsele. Odore di zinco, appunto. «Ehi, ti sei incantata?». La voce di Barbara irruppe nell'aria soffocante del vicoletto e la distolse dai suoi pensieri. «Guarda che il Salento è anche questo: la morte coricata affianco al tavolo da pranzo. Non avrai mica pensato di venire fin qui solo per vedere il mare più bello di tutta la Puglia?». Che Barbara l'avrebbe portata sulle spiagge di Otranto a liquefarsi sotto il sole d'agosto, non l'aveva pensato neanche per un attimo. Anche per questo motivo – una vacanza diversa, lontano dalle rotte turistiche più frequentate – Chiara le aveva detto di sì, quando l'amica l'aveva invitata a passare l'ultimo scorcio d'estate nella sua masseria di Martano, diciotto kilometri da Otranto. Il Salento lo capisci molto di più se lo guardi dall'interno, anziché dalla costa, Barbara glielo ripeteva sempre quando parlavano della sua terra. E infatti, da quando era arrivata, il mare otrantino Chiara l'aveva visto solo da lontano. Niente Baia dei Turchi, niente Conca Specchiulla, niente windsurf a Frassanito. Nell'itinerario che Barbara aveva preparato per lei c'erano solo pietre: la pietra lattea, a volte ambrata, del barocco di Lecce, il carparo giallo e grezzo, meno nobile della pietra leccese, che ardeva dai muri delle casupole e delle chiese salentine, il pietrame diffuso che il terreno coltivato espelleva in continuazione dalle sue profondità: questa è terra aspra, calcarea, che a coltivarla ti fa impazzire, le aveva detto Barbara mentre percorrevano in macchina le campagne dell'entroterra di Otranto, il primo giorno di vacanza. In mezzo ai campi, tra lo sparpaglìo dei sassi rivomitati dal sottosuolo, Chiara aveva visto affiorare strani scogli di roccia biancastra dove si infiltravano piccole conche di terra coltivabile. Barbara li conosceva bene, c'erano anche nella sua masseria: sono i "cuti". Un tempo i contadini zappavano anche tra quelli. Ci coltivavano i legumi, per disperazione. Ancora pochi passi e il vicolo afoso sboccò in uno slargo circondato da casette a pianoterra scialbate a calce, con le porte-finestre in legno verde: un odore di uliate con le olive appena sfornate, proveniente da un panificio sulla piazza, afferrò Chiara alle narici, ricordandole che a pranzo lei e Barbara avevano preso solo una granita di mandorle in un chioschetto sulla via di Borgagne poco fuori Martano – una delizia mangiarla così, sedute sul ciglio della strada, tra il profumo di mentuccia e rosmarino selvatico, dopo una mattinata di sudore e polvere trascorsa a visitare i resti di antiche masserie fortificate. Nel forno fecero incetta di uliate con pomodori, cipolle e peperoncino e si misero a mangiarle poco più avanti, ai piedi di una stele di pietra davanti alla porta d'ingresso di una casetta a pianoterra. Chiara si avventò sulle piccole pucce addentandole una dopo l'altra. Barbara scoppiò a ridere. «Ti sei accorta che siamo sedute sotto a un menhir?». Chiara si girò a guardare, gli occhi sgranati e la testa all'insù, verso la cima del monolite. «Sarà alto almeno cinque metri». Barbara annuì, frugando nel suo sacchetto di pucce. Quello di Martano era il più alto dei tanti menhir disseminati lungo le strade del Salento. Pietrefitte, le chiamavano i salentini, resti di epoca preistorica (o forse più recenti) come i dolmen e le specchie che a Chiara erano piaciute tanto (sull'enorme cumulo di pietre della Specchia dei Mori si era arrampicata fino a raggiungere l'albero di fico che la sovrastava, e da lì, come una vedetta messapica aveva gettato lo sguardo sull'immenso panorama sottostante, ulivi a perdita d'occhio fino a Otranto, poi l'azzurro terso del mare e, ancora oltre, il profilo fantasma delle montagne d'Albania). Certo per Chiara era spiazzante, persino buffo, vedere piccole utilitarie parcheggiate sotto il menhir, come se un monolite vecchio di millenni potesse essere addomesticato a oggetto di uso comune, familiare. Ma in terra d'Otranto tra il presente e il passato, così come tra la vita e la morte, c'era promiscuità e consuetudine, le due dimensioni vivevano fianco a fianco come nelle antiche case a corte che Chiara aveva visto a Martano: basse casupole radunate intorno ad un unico cortile, dove a sera le famiglie, tutte dello stesso ceppo, si riunivano per ricrearsi e tramandare ai giovani le storie delle generazioni passate; e quando la morte si prendeva uno della famiglia, si chiamavano le prefiche a piangere il defunto e a recitare i moroloja dell'antico Salento: canti funebri in cui il morto parlava per bocca della prefica, come se fosse vivo, e raccontava la sua nostalgia per i cari abbandonati per sempre. Così, dandogli voce un'ultima volta, si accompagnava il defunto nel mondodisotto, dove non c'erano né Cristo né i Santi, ma solo una pianura triste e sconfinata: «quaggiù è sempre sonno, sempre notte buia», diceva il morto in un lamento funebre che Barbara le aveva recitato; poi il morto si inabissava per sempre nel suo nero Ade, e i vivi tornavano alla loro vita scabra, calcarea, un Erebo anch'essa ma a cielo aperto, dove il mangiare si cavava a forza dalle pietre e la vita consumava come la morte. Solo la banalità del marketing turistico poteva ridurre il Salento a mare e pizzica tarantata, spacciare la frenesia dei balli per ebbrezza del vivere, quando invece era volontà di stordirsi, arrendersi alla fatica e dormire il sonno dei morti. Il mare di Otranto, lago di luce azzurra, era solo un abbaglio, veste apollinea dei tormenti dell'entroterra dal ventre pietroso, dove mondodisopra e mondodisotto erano vasi comunicanti e il regno dei morti mandava continui messaggi affiorando nelle ossa biancastre dei cuti. Massì, Barbara ha ragione, al diavolo il mare, pensò Chiara addentando l'ultima puccia. Che me ne facevo di spiagge e scogli, grotte e immersioni. L'acqua mi avrebbe soltanto rinfrescato, disintossicato, sarei ritornata a casa nuova di zecca, lucente di scaglie come una sirena, ma alla fine di questi posti non avrei capito niente, e di Barbara non avrei capito niente di più. Queste pietre invece mi hanno fatto mangiare la polvere, mi hanno fatto sudare tra megaliti e trappeti, masserie e specchie, mi hanno molato come la macina di un frantoio, ma d'ora in poi mi porterò sempre sul cuore il loro dolcissimo peso. E quello di Barbara, naturalmente. Si girò verso di lei per guardarla nella luce matura del pomeriggio: ha gli occhi troppo grandi, pensò. Il naso è dritto ma troppo scosceso, si stacca poco dal profilo del viso e punta giù verso la bocca, le dà un'aria troppo volitiva. Ma quelle pieghe agli angoli delle labbra mi fanno impazzire. Immaginò di aprirle con le dita e di infilarci la punta della lingua percorrendole da cima a fondo, poi di forzarle le labbra e affondare nel caldo umido della sua bocca. "Che sto facendo", pensò con un brivido. Sconvolta, si passò le mani sugli occhi come per cancellare l'immagine che le era passata davanti ma fu inutile: la visione delle loro bocche incollate era di quelle da cui non si tornava indietro, aveva la forza degli eventi che in un lampo deviano il corso di una vita. "Pazienza. Non è certo la prima pazzia che faccio per lei". Già. Era per Barbara, per la fiducia che riponeva in lei, che aveva rinunciato al suo sogno di scrivere. Barbara come Elena di Troia – helenaus, distruttrice di navi – stroncando il suo primo racconto le aveva incendiato le vele delle sue ambizioni di scrittrice, lei sulle prime si era risentita, se ne era andata quasi sbattendo la porta, ma alla fine si era arresa al suo verdetto (l'onestà intellettuale non le era mai mancata), in fondo che importavano le sue aspirazioni, che importava scrivere se la perfezione era essere un passo dietro Barbara, seguirla a ruota come la prima delle imperfette, la sua prediletta. Di Barbara si era accollata la malinconia, accompagnandola senza fiatare in quei luoghi da negromanti, dove si parlava con l'oltretomba e il sonno della morte bisbigliava un perverso richiamo, lei e Barbara, loro due da sole a perlustrare quella terra marziana, senza altri amici né compagni di viaggio – meglio così, era il segno che Barbara la voleva tutta per sé, l'esclusiva era il prezzo della predilezione. Per stare con Barbara aveva trascurato le sue amiche di sempre, rinunciando a passare le vacanze con loro – due settimane in Kenia sulle tracce di Hemingway, era una vita che voleva andarci – non senza qualche esitazione, perché Barbara non era un tipo leggero, con lei non c'era molto spazio per il cazzeggio, la presa in giro amichevole, quel reciproco sfottersi sui rispettivi inciampi e difetti (come succedeva con Eva, ad esempio, che riusciva come nessun'altra a cogliere Chiara in fallo, a mettere in risalto i suoi imbarazzi e la sua timidezza. Anche troppo, ora che ci pensava, "se ci prova un'altra volta la mando all'inferno"). Barbara non era portata per i dialoghi frettolosi, la conversazione a volo d'uccello in cui c'era il tempo di affermare solo i propri preconcetti: in situazioni del genere rimaneva zitta, guardava altrove, sembrava che avesse fretta di chiudere la conversazione e sparire. Ma se solo riuscivano, loro due da sole, a trovare il tempo e l'intimità giusta, allora ovunque si trovassero cominciavano a parlare fitto fitto, le loro superfici franavano e sotto di loro si aprivano caverne di ricordi, miniere di pensieri, veri o inventati che fossero non faceva differenza, perché per Barbara l'importante era spremere sempre e comunque da sé qualcosa di interessante da dire, avere il cervello sempre in tiro, non rilassarsi mai. Non era distensivo stare con lei. Piuttosto era eccitante, esaltante, erotico. Era come scrivere i dialoghi di un film in cui loro due erano le protagoniste. Forse la loro storia era solo questo: una specie di rappresentazione teatrale. Eppure tutto ciò che di bello Chiara aveva fatto o detto nell'ultimo anno era stato grazie alla presenza di Barbara. Una volta, a Roma, si era fatta coraggio e le aveva parlato: Io e te insieme non ci annoiamo mai. E non so se questo è buon segno. Quantomeno significa che non siamo veramente amiche. E Barbara aveva alzato le spalle e le aveva risposto, tranquilla e apodittica: Ciò non toglie che al momento io sia la persona più importante della tua vita. Aveva ragione. Mangiarsi le unghie insieme l'aveva avvinta a Barbara definitivamente: all'inizio della loro amicizia lei aveva quasi smesso di rosicchiarsele – quasi non riusciva a crederci –, Barbara invece no, se le mangiava mentre scriveva, mentre leggeva, e allora Chiara a furia di guardarla aveva ripreso il vizio, ma senza il nervosismo di un tempo: ora, mangiarsi le unghie mentre il loro cervello era a pieno regime e macinava pensieri e metafore era un gioco dei sensi, era come condividere la saliva, un bacio crudo ma pur sempre un bacio. Sì, dopotutto nella bocca di Barbara ci era già entrata da tempo. Vivere per sempre al suo fianco: era questa la perfezione che Chiara cercava da sempre. Lei e Barbara come Marta e Maria nel Vangelo, chiuse in una stanza a servire la Parola, ad assistere il Verbo, benché ciascuna a suo modo: Barbara seduta a scrivere, a bere la Parola dalla sua stessa sorgente, Chiara a fare quello che le riusciva meglio – pulire, ordinare, sistemare, aggiustare. Le avrebbe potuto correggere le bozze, suggerire modifiche ai suoi soggetti, poteva lavorare a una riduzione cinematografica dei suoi romanzi (alcuni erano proprio fatti per essere trasposti sul grande schermo). Al culmine della fusione le avrebbe anche chiesto di mangiarle le unghie, quelle sue piccole perle barocche dai bordi ruvidi e frastagliati. Al solo pensarci, che goduria.
***
«Chiara!!». Si alzò dal letto barcollando, gli occhi pieni di sonno. Doveva essere mattina prestissimo se le cicale ancora non avevano cominciato a frinire. Armeggiò qualche istante con il gancio arrugginito delle imposte, quando finalmente riuscì a spalancarle l'odore pungente dei fichi che circondavano la masseria invase la stanza. Barbara era sotto la sua finestra, già in jeans e camicia bianca. Sembrava sveglia da ore. «Che ci fai lì sotto a quest'ora?». «Dai, vieni a vedere!» le disse Barbara euforica. Chiara sbadigliò a lungo. «Ma è l'alba ...». «Sbrigati!». Infilò il primo jeans che trovò sullo schienale della sedia di paglia e un paio di sandali, senza neanche cambiarsi la maglietta con cui dormiva la notte. Apparve sull'uscio ancora insonnolita, che si stropicciava gli occhi. «Si può sapere dove mi porti?». «Vieni, dobbiamo passare per l'orto». Barbara la prese per mano e la guidò per il frutteto, tra gli alberi di fico e di gelsi neri, calpestando una matassa di erba incolta che nascondeva i piccoli sentieri di un tempo. Le spighe selvatiche le pungevano i piedi attraverso i sandali, il loglio glieli solleticava. Vicino alle staccionate che delimitavano l'orto c'erano cataste di legname inservibile e gabbie per i conigli aperte e abbandonate. La luce del primo mattino era nitida ma senza colore, un motore freddo che non riusciva a riscaldare il paesaggio. Mentre avanzava incerta dietro Barbara, Chiara si chiese se le cose non fossero in realtà come si vedevano all'alba, rigide e mute, anziché palpitanti come in pieno giorno. Arrivarono nel punto in cui l'orto diventava uliveto e si aprirono un varco attraverso una parete di canne altissime. Barbara le strinse la mano. «Ora fa attenzione». Procedettero ancora per qualche istante, lentamente e con prudenza, come se Barbara avesse paura di svegliare chissà quale grosso animale addormentato. Poi si fermò e indicò un punto qualche metro più avanti, ai loro piedi. «Guarda!». Chiara ebbe un sussulto e si ritrasse inorridita. «Che diavolo è??». Una voragine larga circa tre metri si spalancava sotto di loro nel bel mezzo dell'uliveto come una orbita vuota. «E' una vora ... ce ne sono tante da queste parti ... qui il sottosuolo è carsico, pieno di grotte sotterranee, e succede che ad alcune improvvisamente crolla la volta. Questa di sicuro si è aperta nelle ultime ventiquattr'ore, ieri mattina ero venuta a passeggiare qui e ancora non c'era». Gli occhi di Barbara brillavano per lo stupore, come se avesse ricevuto un regalo inaspettato, non dal cielo, ma dalle profondità della terra. Chiara invece non riusciva a provare altro che un certo disgusto. Non c'era nulla di attraente per lei nel terreno che all'improvviso si strappava la pelle e mostrava impudicamente le viscere. Quasi le veniva da vomitare. Solo una negromante come Barbara poteva entusiasmarsi dinanzi a una botola che portava dritta al mondodisotto, ma lei no, lei stava bene sulla terraferma, dopotutto non era un posto così malvagio (apportando una serie di opportune correzioni, ovviamente). Barbara intuì il suo ribrezzo e andò alla ricerca di qualcosa da dire. «È profonda sai? Almeno venti metri. Ci ho gettato un masso. Ho sentito il tonfo dopo 5 secondi. Un colpo secco. Thud. Da brivido». Chiara non rimase colpita. «Allora dovresti chiamare la protezione civile» osservò con freddezza. «Sì, certo ... certo» rispose Barbara distrattamente. Poi gli occhi le si illuminarono di nuovo. «È curioso sai? È davvero curioso che il crollo sia avvenuto in queste ore, proprio mentre prendevo una decisione importante». «Quale?». Chiara si tastò nervosamente il pollice con l'indice della mano destra: sulla pelle ai bordi dell'unghia c'erano almeno due cuticole rialzate. Le strappò coi denti. Barbara la fissò dritta negli occhi, come se sapesse di darle una delusione. «Ho deciso che non voglio più scrivere». Chiara impallidì. «No, non è possibile ...» disse con un filo di voce. Una sensazione già provata, violenta e umiliante, la afferrò al basso ventre. Per la seconda volta in pochi mesi Barbara le stava amputando l'utero con un taglio netto, ponendo fine al suo desiderio di fecondità attraverso la scrittura. Il sogno di una vita a due, Barbara a scrivere, lei a correggere, stava crollando come la volta di quella grotta sotterranea. Nemmeno un ruolo di secondo piano – quello della governante che assicura l'ordine e la pulizia della casa – le restava da giocare. Con la sua incomprensibile decisione Barbara la stava cancellando completamente dalla sua vita. «Non capisco. Mi sembra solo una gigantesca cazzata», mormorò tra i denti. «Ma non c'è niente da capire» reagì Barbara convinta. «È solo un capitolo che si chiude. Un libro che finisce. Ho passato la vita a scrivere ma ora la mia vena si sta esaurendo, lo sento. Mi sembra arrivato il momento di fare altro». «Ah sì? E cosa?». Barbara distolse lo sguardo verso gli ulivi contorti ai margini della vora. «Innamorarmi, ad esempio». La freddezza di Chiara si sciolse in un momento e una gioia convulsa le esplose nella testa. Afferrò le mani di Barbara e se le portò alla bocca, baciandole avidamente sulle palme e la punta delle dita. Il suo sogno agonizzante si stava rianimando. «Torniamo a Roma. Ne ho abbastanza di queste diavolerie del Salento. Vedrai che a casa ti farò cambiare idea». La sua bocca si protese verso quella di Barbara ma lei la schivò, girandosi di scatto. «Cosa hai capito ...», le disse fissandola stupefatta. Chiara la afferrò per i polsi. «Sei tu che non capisci, cazzo! Noi siamo l'incastro perfetto, non lo vedi? Tu il segno più, io il segno meno, tu il nucleo ed io l'elettrone che ti ruota intorno. Prima di conoscerti ero solo una carica negativa senza un centro, giravo a vuoto, ma tu hai cambiato tutto, mi hai dato un'orbita! E anche tu hai bisogno di me, col mio aiuto riuscirai a superare te stessa. Io non sono mai stata una terra fertile e non lo sarò mai, ma sono brava a disinfestare ... Le creazioni vengono al mondo piene di scorie, io posso liberartene ... Insieme possiamo realizzare qualcosa di grande!». Per qualche istante Barbara restò in silenzio, con uno sguardo cupo. «Mi dispiace. Se vuoi riprodurti dovrai cercare altrove», disse infine. Gli occhi di Chiara si offuscarono mentre la sua mano destra colpiva Barbara con uno schiaffo. Sono andata oltre, pensò un attimo dopo. Meglio fermarsi qui. Ma le sue mani no, loro non riuscivano a fermarsi (sempre così testarde, loro, così moleste e traditrici), e spingevano, spingevano Barbara all'indietro verso il crepaccio, lei cercava di divincolarsi, gridava ti prego Chiara no, ma loro erano irremovibili, senza controllo ormai. Strano, le aveva sempre considerate il suo punto debole. E invece erano così forti ... L'inghiottitoio si spalancò nella sua luce nera. Venti metri. Cinque secondi. Thud.
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