Se il vecchio satiro Berlusconi cadrà, non sarà certo grazie alla satira di Elio. Il Bunga Bunga avrà pure fatto il giro del mondo, svergognando l'Italia, ma lui, il satiro, ci avrà riso sopra, come tutti noi. Perché Berlusconi sa quant'è euforizzante in Italia parlare di fica. Al solo nominarla, si scatenano i frizzi e i lazzi, come con la parola cacca tra i bambini della scuola materna. Se vi si allude maliziosamente come fa Elio («Ce lo insegnò Gheddafi, quant'è importante la fi... canta canta con Lele, balla balla con Fede [...]»), l'effetto esilarante come minimo raddoppia. Se poi l'allusione viene musicata sulle note di un ballabile festoso come Waka Waka, allora la parola fica acquista un potere taumaturgico impareggiabile: distrae dai problemi, lenisce le pene, mette addosso una incontenibile allegria. Ancora una volta, anche se per l'interposta persona di Elio, Berlusconi è riuscito nel suo intento: governarci a colpi di gas esilarante. E così una canzone che alludeva ad un rituale erotico perpetrato su una minorenne magrebina si è ribaltata in un inno alla gioia a cui è impossibile resistere: chi di noi non ha riascoltato più e più volte in questi giorni il Bunga Bunga di Elio su Youtube? Chi di noi non l'ha ballato almeno una volta, dimenticando la storia triste che racconta? Potenza della gnocca, della risata e della danza, che neutralizzano il negativo anche solo per un attimo, facendocelo dimenticare. E questo non vale soltanto per il pagano medio, quale è l'Homo italicus arcorensis: vale per tutti noi italiani, di destra e di sinistra, che non possiamo più sperare di risolvere la crisi, ma solo di scordarcela nei baccanali. Il Bunga Bunga di Elio dà voce all'Italia come la vorrebbe Berlusconi: festaiola, arrapata, senza pensieri. Per questo sarà ancora per molto sulle bocche di tutti, dei detrattori di Berlusconi come dei suoi seguaci, nei salotti di sinistra come nei festini di Arcore. Berlusconi sarà il primo a ballarlo a bordo piscina, con Lele, Fede e decine di giovani baccanti con la passera a vista. C'è un'abitudine tipicamente italiana: quella di ballare sulle macerie. In Francia, alla notizia del bunga bunga presidenziale, avrebbero preso d'assalto l'Eliseo, in Svezia avrebbero scritto drammi di nordica cupezza sull'inferno dei rapporti uomo-donna. In Italia, invece, che facciamo? Ci scherziamo sopra. E' più forte di noi, non possiamo fare a meno di ridere, soprattutto dei nostri mali sociali: siamo simpatici, comici, abbiamo la battuta pronta. Ed è appunto questo il nostro problema: la battuta pronta. Talmente pronta che ci scappa di bocca senza neanche darci il tempo di riflettere, accusare il colpo, e soprattutto di restare (a lungo) indignati. L'Italia da ridere è così: divisa tra le barzellette di destra e la satira di sinistra. Costa ammetterlo per noi teleutenti della Dandini&co., che da anni ci tiriamo su il morale con l'ironia di Guzzanti, Marcoré, Vergassola, ecc., ma la satira è come un analgesico: toglie il dolore, cura i sintomi, ma non ne elimina la causa; intanto l'infiammazione continua a covare e prima o poi si rifà viva. Da quanti anni ormai la satira martella Berlusconi? Troppi. E lui è ancora lì. Così come la trash tv, il Grande fratello e gli altri reality, che nonostante siano stati spernacchiati in tutti i modi dalla comicità intelligente continuano ad andare in onda e a dare il peggio di sé, in un crescendo senza fine. La satira non fa pulizia, non emenda i comportamenti umani. E' addirittura conservatrice: trasformando il potente in una fonte di ilarità, lo rende sotterraneamente simpatico, lo svirulenta e allo stesso tempo sbollisce gli animi fumanti degli incazzati all'opposizione. Quella che Berlusconi teme non è la satira tout court: non Elio, non Vauro, ma casomai il documentatissimo Travaglio, il movimentista Grillo, forme spurie, mutanti, che utilizzano l'umorismo a sostegno di una solida azione di controinformazione. Quelli che Berlusconi ha veramente perseguito negli ultimi anni, non facevano (o non facevano più) ridere: Biagi, Santoro, gli stessi Luttazzi e Sabina Guzzanti, troppo acrimoniosi, troppo (giustamente) scandalizzati da aver perso ogni senso dell'umorismo. Certo sarebbe peggio se la satira non ci fosse. Ma quando si delega per intero solo alla satira la coscienza politica e civile di un Paese, quando l'indignazione lentamente si spegne e la parodia rimane la sola lingua in cui si esprime il dissenso, allora comincia la Danza macabra: ormai siamo tutti defunti che ballano e ghignano sulle proprie tombe al suono di un violino scordato. E intanto lui è ancora lì. Gli abbiamo cantato il Bunga Bunga in coro, ma lui è ancora lì. Cade, non cade, vacilla, si rialza, motteggia: in breve, è ancora lì. Forse la crisi economica, la Confindustria scontenta, altri fermenti sociali che non la satira riusciranno prima o poi a farlo dimettere. Ma il fatto che lui sia ancora lì, che non sia automaticamente bruciato dopo le verità venute a galla sul suo modo di fare Caritas ad una immigrata minorenne, è un marchio di infamia per tutti noi, e non solo per lui. La nostra appannata reattività, il temporeggiare di Fini (che neanche alla convention di Perugia gli ha dato il colpo di grazia) sono tutti segnali di un Paese smorto, incapace di rigenerarsi. Berlusconi potrebbe cadere anche domani: sarebbe comunque troppo tardi.
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