| Salon des réfusés/2 (11/10/10) |
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Il cellulare squilla alle otto di sera: non è l'ora di telefonate di lavoro, alle otto chiamano familiari e amici. Oppure i call center per le interviste telefoniche (sul display c'è scritto "Anonimo", appunto).
E invece è lui. «Buonasera, Direttore, da quanto tempo ...». E' una vita che non pubblico per la sua prestigiosissima rivista. L'ultimo pezzo glielo avevo inviato un anno fa. Non avevo avuto risposta. «Meglio tardi che mai, carissima». Sembra allegro, il tono è quello di chi sta per dare una buona notizia tanto attesa. E infatti. «Allora, andiamo subito al dunque. Stavo pianificando il prossimo anno della rivista, e ho trovato il Suo pezzo. Bello. Ho deciso di pubblicarlo». «Davvero???». Per la gioia mi lancio col cellulare in mano verso la finestra come se volessi gridare la notizia a tutto il III Municipio. Sotto di me, la piazza pullula di cartelloni che pubblicizzano un romanzo Mondadori come fosse l'ultima produzione della 20th Century Fox, scritto dalla figlia di un noto manager italiano. "Visto? Non esisti solo tu, figlia di supermanager", penso con orgoglio. "Tu che hai il potere di tappezzare Roma con le pubblicità del tuo romanzo, tu che puoi ottenere la recensione su Repubblica, anche se la protagonista del tuo libro porta il nome puerile e risibile di Mandorla". «Allora qualcosa si muove!», esclamo. «Ne dubitava?» No, in fondo in fondo, ma proprio in fondo, molto molto in fondo non ne ho mai dubitato. «Beh, si, un po' dubitavo». Lui ridacchia. «Un'ultima cosa: il Suo pezzo è una traduzione o un adattamento?». Pausa di riflessione. «Traduzione o adattamento di cosa?» balbetto. «Di un brano di Jules Verne, no?». Cerco di fare mente locale: i miei ultimi ricordi di Verne risalgono a quando ero bambina e leggevo "Ventimila leghe sotto i mari" e "Il giro del mondo in ottanta giorni". Sottovalutare Verne, a volte, può costare molto caro. «Il pezzo non è mio, direttore». «Come non è Suo! Guardi, Le prendo il cartaceo, c'è scritto qui, in fondo all'articolo: firmato... no, non è il Suo, effettivamente ...». «Già». «Mi creda, sono desolato... Non so come sia potuto accadere, forse un errore della redazione... ». Io mi sforzo, ma proprio non riesco a trovare le parole giuste per consolarlo. «Non si scoraggi. Sarà per la prossima volta», gli dico col tono più divertito che posso. Riaggancio e rimango alla finestra ancora un po'. Guardo i cartelloni che punteggiano la piazza: Mandorla occhieggia verso di me dalla pubblicità, si sporge, mi sussurra qualcosa: «Visto?». |


