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L'uomo di spettacolo

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Nell'Era della Comunicazione, il popolo degli Uomini di spettacolo abbandonò la propria terra di origine, e dal palcoscenico si riversò nelle Lande del Terziario Avanzato, che ancora soffrivano sotto il giogo di una austera organizzazione del lavoro. Spargendo a piene mani la loro lieve levità, i nuovi arrivati si insediarono nelle Istituzioni e in tutti i settori produttivi. Divennero statisti, giornalisti, artisti e parrucchieri... e ovunque vennero accolti come liberatori.

L'Uomo di spettacolo possiede i caratteri secondari dell'artista (tra i quali la tendenza a credersi un artista) e la rapidità del genio (che, a ben guardare, in lui non è altro che talento per l'improvvisazione). Ma diversamente da entrambi, non insegue l'opera: vuole l'attenzione. Toglietegli visibilità e vi giurerà vendetta. Negategli la stima, e non se ne accorgerà nemmeno.
Per vedere da vicino un Uomo di spettacolo, basta mettere assieme due o più spettatori: egli ne verrà irresistibilmente attratto e all'improvviso, come dal nulla, apparirà tra loro in veste di entertainer (specie "aesthetica"), difensore degli oppressi (specie "ethica") oppure leader politico (specie "demagogica"): il suo talento trasversale e generico gli permette un'innumerevole varietà di prestazioni.
L'arte dell'Uomo di spettacolo consiste nel vivere in assenza di gravità e nel trasformare in aria tutto ciò che tocca. Per riuscirci, deve accuratamente evitare il rischio dell'affinamento tecnico e mantenere le sue doti naturali al riparo da ogni forma di aggressione specialistica. Si accontenterà di avere "fiuto", "occhio" e "orecchio", qualità che, assieme al gusto per la boutade, gli consentono di luccicare nei contesti più svariati.
I nemici dell'Uomo di spettacolo sono numerosi: in primis i contadini, che gli invidiano la sua capacità di raccogliere senza seminare; e poi gli accademici, pedanti e risentiti, che gli rimproverano lo spontaneismo delle sue performance. Alle critiche dei suoi detrattori – relitti della tecnocrazia occidentale – l'Uomo di spettacolo risponde con un'alzata di spalle e una parafrasi paolina: «La Tecnica uccide. La battuta di spirito vivifica».
L'intesa tra l'Uomo di spettacolo e il suo pubblico ha dell'inspiegabile. É come un'osmosi, un respirarsi a vicenda. Un'estasi reciproca senza la quale l'Uomo di spettacolo non potrebbe concepire le sue trovate migliori per rivitalizzare un party inanimato, cambiare la società o fondare un nuovo partito. Quando poi la sintonia si sfilaccia – e ciò accade inevitabilmente, poiché l'Uomo di spettacolo non regge i rapporti oltre l'idillio iniziale – egli fa sfoggio di superiorità, e anziché attardarsi a cercare le ragioni della fine, cerca un pubblico nuovo dagli occhi vergini. Salvo poi spacciare, con un rovescio da campione, la sua dipendenza dal consenso come eroica indipendenza dal dissenso.
L'Uomo di spettacolo è ambizioso e ama vincere tutte le battaglie. Le guerre però rinuncia a farle: in primo luogo perché ha affari più urgenti da sbrigare. E poi perché la durata lo logora, il lavorio sommerso lo intristisce. L'oscura fatica del Servo che dissoda la Storia gli sembra antieconomica. La via più breve tra due punti per lui non è la retta, ma la scorciatoia.
Contrariamente a quel che si racconta, l'Uomo di spettacolo è veramente quel che finge di essere. Non avendo una casa interiore a cui tornare, né un volto autentico da tenere cucito per ossequio alle convenzioni, egli è sempre e interamente in ciò che appare ed è incapace di doppiezza. Con questo non si vuole certo affermare che l'Uomo di spettacolo non sappia mentire all'occorrenza, ma solo che, quando questo gli accade, la menzogna gli sgorga dal cuore con tale tintinnante sincerità che lui per primo vi rimane invischiato.
Di norma, l'Uomo di spettacolo non sopporta gli altri uomini di spettacolo. Detesta l'affabulatore, il populista, il grande comunicatore: «Le loro parole si sciolgono presto come neve al sole», ama ripetere, «e se guardo nell'intimo di questa gente, non vi scorgo anima viva».
L'Uomo di spettacolo trasvola imperterrito sulle vicende che gli accadono senza lasciarsene modificare di una virgola. Cestina i dolori, ignora le sconfitte e ricomincia da capo, uguale a prima, con la fissità delle maschere comiche. Proprio perché inaffondabile, i suoi estimatori lo giudicano un eterno vincente. Altri, invece, ben informati ma più maligni, nella sua sordità ai colpi della vita non intravedono alcun segno di elezione, ma solo la stolida impassibilità dei morti.
Forse da questo trae origine un'oscura leggenda, secondo cui un giorno d'inverno un Uomo di spettacolo, stanco della sua vita rumorosa, si allontanò di nascosto dalla folla; e dopo un lungo cammino solitario si ritrovò al calar del sole nel folto di un bosco sconosciuto. Già la sera si posava sulla selva come una mano gelida, quando all'improvviso egli scorse tra gli sterpi il cadavere di un uomo della sua età, vestito coi suoi stessi abiti, e simile a lui come una goccia d'acqua. Incuriosito, l'Uomo di spettacolo contemplò a lungo il cadavere. Ma non si riconobbe.
"Fa troppo freddo quaggiù" disse infine tra sé e sé. E stringendosi nel suo cappotto girò i tacchi e tornò indietro verso casa.