| L'amante bianca |
|
«Era la bianchezza della balena che sopra ogni altra cosa mi atterriva»
L’ultima coppia era diversa da tutte le altre.
Lei non sembrava nemmeno una ballerina di tango argentino. I suoi occhi, bellissimi, di un azzurro liquido e terso, erano incupiti da due lievi borse sotto le palpebre inferiori che davano al suo sguardo un’impronta di morbosa irrequietezza, così lontana dalle passioni vorticose evocate dal tango; la sua pettinatura, poi – un carré corvino con una folta frangia diritta (un taglio non infrequente tra le star del tango internazionale) –, su di lei ricordava più la “Lulu” di Louise Brooks, con la sua devastante innocenza, che non la turgida sensualità di una tanguera.
Lui, dal canto suo, pur avendo l’aspetto ed il vigore del tanguero, si calava nel ruolo di maschio latino senza vanteria, anzi dichiarando apertamente, con ogni movimento del corpo, di essere soltanto una simulazione del macho.
Erano entrati in scena danzando sulle parole di un tango anni Quaranta, a cui era stata tolta la base musicale: “La mia sparviera mi ha lasciato”, gemeva la voce nuda del cantante, “e nel deserto che mi rimane non c’è nemmeno più la furia della vendetta”. Abbandonata a se stessa, senza musica, la voce suonava ancora più patetica che nell’originale, e il masochismo che il tanguero nasconde dietro la sua boria veniva a galla in modo imbarazzante.
“Finalmente qualcosa di nuovo”, pensai. Dopo una sequela narcotizzante di tanghi da sala o inutilmente acrobatici, intuii che quella coppia avrebbe concluso la “Rassegna di tango” del Teatro dei Due Mondi con qualcosa di originale e imprevedibile.
«E loro chi sono?», sussurrai incuriosito a Giorgio, seduto alla mia destra, sempre informatissimo sugli artisti che si avvicendavano nei teatri romani.
«Maria Elena Volli e Matteo Ferré. Vengono dalla danza contemporanea, sono due eretici del tango argentino. Ogni volta che si esibiscono, si divertono a scandalizzare i puristi del tango machista».
Non aveva ancora finito di parlare che tra le mani della ballerina, come in un gioco di prestigio, comparve dal nulla un paio di forbici. E con quelle, avvicinatasi da dietro al suo compagno seduto a cavalcioni su una sedia di paglia, cominciò a tagliargli i capelli a zero.
In platea si levarono mormorii di riprovazione e di sconcerto: quella svirilizzazione a colpi di forbice suonava come uno sberleffo ai canoni del tango machista; e come se non bastasse il ballerino la subiva senza fare resistenza, docile come un Sansone addormentato.
Guardai Giorgio: era rapito. Dalle prime file, invece, qualcuno fischiò. Ma i due ballerini non se ne curarono.
Solo lei fece una smorfia, mentre roteava impavida attorno alla testa del suo compagno: un’espressione che mi sembrò più di dolore che di sfida al pubblico, e che la ballerina nascose immediatamente sotto lo sguardo voluttuoso con cui maneggiava le forbici.
«Andiamo a conoscerla in camerino», bisbigliò Giorgio mentre l’esibizione volgeva al termine.
«Veramente ho fretta», risposi seccato.
Lui sbuffò.
«Dai, Claudio, non fare il ritroso. È lei la star, non tu».
Le visite ai camerini delle attrici e delle ballerine erano una ossessione per Giorgio fin dai tempi del liceo, che avevamo frequentato assieme dagli Scolopi a Roma. Aveva ereditato dal padre la passione per il teatro – che cercava faticosamente di combinare con la sua attività di avvocato divorzista e di membro dell’Associazione Anticlericale Italiana – ma l’aveva declinata in un modo tutto suo: per lui, il palcoscenico era soprattutto un ricettacolo inesauribile di donne belle ed inquietanti. Ne aveva conosciute tantissime frequentando i teatri dietro le quinte, presentandosi ogni volta sfacciatamente alle artiste che colpivano maggiormente il suo immaginario dannunziano. Quella sera era il turno di Maria Elena Volli.
«Elena, molto piacere», disse lei porgendoci la mano sulla soglia del camerino dove Giorgio aveva appena bussato con la solita, disinvolta sicurezza.
«Volevo semplicemente confessarLe…» attaccò Giorgio.
«Diamoci pure del tu» lo interruppe lei affabilmente.
«Bene. Volevo semplicemente confessarti che anche io, da te, mi farei rapare a zero», continuò lui estasiato. «Di più: per te farei qualunque follia. Del tipo, che so, diventare cattolico».
“Questo è troppo”, pensai. “Una donna di spettacolo non può tollerare di essere considerata così accessibile”.
E invece, a sorpresa, Elena scoppiò a ridere.
«Non ti conviene: del cattolicesimo mi attira solo l’ideale della castità», gli rispose con naturalezza, ma in fondo stuzzicata dall’idea di sorprenderlo con quella rivelazione.
Lui, però, non si lasciò scoraggiare dalla sua risposta.
«Dicono che la castità si può curare, se presa per tempo», ridacchiò.
La schermaglia tra loro andò avanti per un po’, con Giorgio che attingeva abusate citazioni sulla natura ambigua della donna dagli aforismi di Oscar Wilde, ed Elena che, anziché respingere seccamente le sue avance, lo lasciava avvicinare sempre più per poi bruciarlo all’improvviso con una risposta spiazzante, come quei fornelli che prima attirano gli insetti con una luce azzurra, e poi li folgorano su una griglia ad alto voltaggio.
Da quel gioco a due io sarei rimasto irrimediabilmente escluso se Elena, pur sembrando del tutto a suo agio nei panni della maga Armida che attrae gli uomini per portarli alla rovina, non avesse bruscamente interrotto la conversazione con Giorgio per rivolgersi a me, ricordandosi a un tratto della mia presenza.
«Perdonaci … scommetto che con tutte queste chiacchiere ti abbiamo annoiato a morte», mi sussurrò dolcemente, reclinando il viso da un lato con un’espressione colpevole.
Quelle parole ebbero uno strano effetto su di me. Improvvisamente, sembrava che la padronanza che Elena aveva sfoggiato fino a quel momento fosse crollata, portando alla luce un passaggio segreto verso la sua natura più vera. Bastò questa metamorfosi, repentina e incantevole, perché la mia diffidenza verso di lei si sbriciolasse, come se una leggera pressione della sua mano su un detonatore l’avesse fatta brillare.
«Annoiarsi lui? Ah! Impossibile», irruppe Giorgio sghignazzando. «Claudio si mette in un angolo, zitto zitto, ti scruta fin dentro le ossa e coglie tutte le tue debolezze. Poi, alla prima occasione, te le fa notare senza mezzi termini; e tu, colpito dal suo acume, finisci per affidarti a lui come se fosse il tuo confessore. È così che si impadronisce della tua anima», continuò beffardo, mentre Elena mi fissava incerta se credergli o no.
«Non fidarti di lui, è un gesuita», concluse Giorgio, battendomi una pacca sulla spalla.
Io non gli diedi peso. «Sono solo un consigliere inascoltato», risposi.
«Ma tu non vuoi affatto che gli altri ascoltino i tuoi buoni consigli», precisò lui. «Ti diverte di più farli sentire in colpa per non averli seguiti».
Senza dubbio, quella sera Giorgio era pronto a demolire chiunque si trovasse sulla sua strada pur di rimanere da solo al timone della conversazione. Ma il ritratto che aveva tracciato di me, vero o falso che fosse, era troppo detestabile perché io passassi inosservato agli occhi di Elena.
«Hai radiografato anche me?», mi chiese divertita.
«Diciamo che nell’ultimo quarto d’ora non mi hai dato la possibilità di fare altro che starti a guardare», risposi ironicamente.
Lei mi sorrise. «Perquisiscimi pure, tanto non ho niente da nascondere».
A quel punto sentii che finalmente era arrivata la mia occasione.
«Da nascondere forse no. Ma qualcosa di cui preoccuparti, sì: ad esempio, la tua sciatalgia».
Lei spalancò gli occhi. Avevo colto nel segno.
«Come te ne sei accorto?».
«Sul palco, prima, hai lasciato qualche indizio …».
«Sono mesi che vado avanti col Voltaren e i cerotti», sospirò. «Ma tu sei uno stregone o un dottore?».
«Un ortopedico», risposi.
«Te l’avevo detto che Claudio ti scruta fin dentro le ossa» le sussurrò scherzosamente Giorgio nell’orecchio. In quel momento, un gruppo di ballerine cominciò a sciamare fuori da un camerino e lui si voltò a guardarle incantato come fosse uno stormo coloratissimo di uccelli del paradiso.
«Ho qualche speranza, dottore?», mi chiese Elena.
«Sì, ma metti da parte Voltaren e cerotti, non ti serviranno. Molto probabilmente hai la sindrome del doppio diavolo e la risolverai solo con la massoterapia».
«Sindrome di cosa?» mi chiese incredula.
«Del muscolo piriforme, detto in termini tecnici. Infiammandosi comprime il nervo sciatico e ti causa dolore soprattutto nei movimenti extrarotatori».
«Già … E in quanto tempo me ne libererò?».
«Non posso dirlo. Questo è il mio biglietto da visita. Vieni su appuntamento e porta una radiografia del rachide lombo-sacrale», le risposi porgendole il cartoncino.
Lei lo prese e lo rigirò attentamente tra le mani. Stava per dirmi qualcosa quando un ragazzo bruno e ben fatto, dall’andatura elegante, uscì dal camerino attiguo al suo e le si avvicinò trascinando un piccolo trolley blu. Lo riconobbi: era il ballerino che aveva danzato con lei nel tango delle forbici e che nel frattempo si era tolto la parrucca di scena.
«Sei pronta? Abbiamo prenotato al ristorante per mezzanotte», le disse.
Capii subito che lui era il suo uomo.
Congetturare sul rapporto che legava due sconosciuti incrociati per strada o mentre cenavo in un locale era un gioco in cui mi esercitavo spesso. Mi bastava afferrare qualche battuta al volo e studiare la traiettoria degli sguardi per figurarmi, ad esempio, che l’uomo e la donna seduti al tavolo dinanzi al mio fossero semplici amici, colleghi o amanti. Non che mi preoccupassi di cercare un riscontro a queste ipotesi, magari pedinando gli ignari soggetti delle mie osservazioni: il mio era solo un passatempo senza pretese scientifiche. Uno spuntino con cui spezzare la fame del mio voyeurismo. Tuttavia, sui codici di comportamento di alcune specie di rapporti mi sentivo particolarmente ferrato (tanto da arrischiarmi ad indovinarle persino in una conversazione al cellulare, in cui uno dei due interlocutori era completamente al buio ed io potevo solo immaginarne il sesso e l’età). Ad esempio, ero certo di riuscire a distinguere in modo quasi infallibile la tranquilla disinvoltura che subentra nelle amicizie di lunga data dalla confidenza spiccia e a tratti ostile con cui spesso comunicano tra loro madri e figli, o le coppie che da anni condividono lo stesso letto. E mi chiedevo se a rendere i loro modi così ispidi non fosse tanto la convivenza quanto piuttosto la comunione dei corpi che lega madri e figli durante la gravidanza e gli amanti nel sesso. Una volta conosciuto, ospitato, attraversato il corpo dell’altro, pensavo con tristezza, è quasi inevitabile prendersi tutte le libertà nei suoi confronti; e così, l’intimità fisica apre le porte all’invadenza, alla malagrazia e persino all’esercizio quotidiano della crudeltà mentale.
Di tutto questo, però, non c’era ombra nel modo con cui il ballerino si era rivolto ad Elena.
Non appena l’aveva intravista, il suo sguardo aveva divelto ogni presenza che non fosse lei, avanzando come un’alluvione che strappa alla natura tutto ciò che la abita; e in questa landa desertificata, Elena era rimasta l’unica superstite: un airone bianchissimo che contempla la terra ammutolita dalle acque in cima a un albero assediato dalla piena.
«Un attimo e arrivo», gli rispose, fissandolo più a lungo di quanto avrebbe fatto con un semplice amico.
«Lui è Matteo, il mio coreografo. Ed è anche mio marito, da un mese», aggiunse sorridendo. Poi, concluse le presentazioni, gli porse il mio biglietto da visita.
«Puoi tenermi questo bigliettino? Io non saprei dove infilarlo nel marasma delle cose da portare via stasera».
Lui lo prese, gettandogli un’occhiata fuggevole, e lo infilò nella tasca esterna del suo trolley senza fare commenti.
“Che finale squallido”, pensai. “Prima mi stordisce con la sua gentilezza, e poi mi getta alla rinfusa in fondo a una valigia, che non è nemmeno la sua”.
Ma ancora più della mia triste uscita di scena, mi infastidì la trasparenza di quella donna, che in tutta semplicità aveva subito informato il marito del mio bigliettino.
“Non ha niente da nascondergli, almeno su di me”, pensai deluso.
Ci salutammo con un generico “A presto” a cui nessuno di noi sembrava credere. Tranne Giorgio.
«Bell’amico. Io semino e lui raccoglie», mi disse sconsolato mentre risalivamo dai camerini verso la platea del teatro.
«E ora avrai anche il piacere di visitarla nel tuo studio».
«Non hai ancora capito che non verrà mai?», gli risposi seccato, più con Elena che con lui.
Ma Giorgio sembrò non avermi neanche sentito.
«Mai farsi accompagnare a un provino dagli amici», sentenziò. «Si aggiudicano sempre la tua parte».
Ad Elena, dopo quell’incontro, mi sforzai di non pensare più.
Certe volte il ricordo di lei sfuggiva al controllo e la rivedevo come quella sera, col viso inclinato da un lato e l’espressione irresistibile della bambina che chiede scusa con la certezza di avere già il perdono in tasca. Dopo un attimo, però, ripensavo al mio biglietto da visita scaricato nella valigia del marito come fosse un ingombro, uno di quegli oggetti inutili che si conservano solo “perché non si sa mai”. Allora, in un moto d’orgoglio, afferravo la prima rivista medica che mi capitava a tiro e per distrarmi, o punirmi, mi costringevo a leggere gli studi più recenti sulle protesi ibride o sulle sindromi algico-posturali negli sportivi.
Passò l’estate e venne settembre.
Una mattina di lunedì, aspettando l’arrivo del primo paziente della giornata, sorseggiavo un caffè dinanzi alla finestra dello studio, e osservavo il cielo che nel giro di un’ora si era improvvisamente intorbidato per poi esplodere in un temporale furioso.
Mentre guardavo la muraglia di pioggia che liquefaceva i contorni della città, sentii bussare concitatamente alla porta, e voltandomi vidi con sorpresa Elena che entrava trafelata nello studio, zuppa dalla testa ai piedi.
«Ciao, dottore», mi disse. E sorrise nel notare che per lo stupore ero rimasto con la tazzina del caffè sospesa a mezz’aria.
Si sfilò in fretta la giacca di lino completamente bagnata, la appese insieme alla sua borsa all’attaccapanni dietro la porta e si ravviò i capelli scomposti.
Mentre si rassettava, lo sguardo mi cadde sui suoi sandali, fradici e sformati dalla pioggia: sembravano zattere sconnesse che avevano attraversato il mare in burrasca. Sicuramente, correndo sotto il temporale doveva essere finita in qualche pozzanghera, perché gli schizzi di fango le risalivano lungo i pantaloni di lino bianco fin sopra le ginocchia.
Lei notò che osservavo lo stato in cui erano ridotti i suoi vestiti.
«Abbiamo passato il week-end a Fregene … vengo direttamente da lì», si giustificò. «Quando sono uscita non sembrava che ci fosse un temporale in arrivo e non ho pensato a prendere l’ombrello».
Istintivamente andai verso l’armadietto delle medicine, lo aprii e tirai fuori un pacco di cotone. Ne strappai una lunga banda e riempii una bacinella d’acqua calda nel lavabo vicino al lettino.
«Puoi sdraiarti», le dissi. E solo allora mi resi conto che fino a quel momento non avevo pronunciato nemmeno una parola.
Elena pensò che la visita fosse cominciata e si tolse i sandali prima di salire sul lettino.
Mi sedetti vicino a lei con la bacinella sulle ginocchia, intinsi una prima striscia di cotone nell’acqua calda e con quella cominciai a pulirle delicatamente i piedi.
Lei dapprima si irrigidì, fissandomi interdetta. Stranamente, però, non si ritrasse, e appoggiata sui gomiti cominciò a osservare quello che stavo facendo. Forse, per quanto poco professionale fosse il mio modo di fare, fu la calma dei miei movimenti a tranquillizzarla dopo i primi istanti di imbarazzo.
Inutile dirlo: la mia condotta di quel mattino fu un insulto non solo all’etica medica, ma anche al più tollerante dei codici di corteggiamento. Eppure, dietro il mio gesto non c’era l’intenzione di sedurre Elena, ma solo di ringraziare il destino che l’aveva fatta deragliare nel mio studio. Quando era apparsa alla mia porta, così inaspettata, mi era sembrato di vedere uno di quei delfini del Mediterraneo che abbandonano le loro rotte abituali, si inoltrano in una baia e arrivano a ridosso della spiaggia dinanzi ai bagnanti stupefatti. E al solo trovarmela davanti, avevo sentito i brividi della meraviglia corrermi lungo la schiena come sulla pelle di un bambino.
«Che fine ha fatto il tuo amico?», chiese lei ad un certo punto, per rompere il silenzio.
«Giorgio? Fa la solita vita. Si divide tra i camerini dei teatri di Roma e passa dal balletto alla lirica, soprattutto adesso che le soprano sono belle come attrici», risposi, convinto di punzecchiare il suo orgoglio.
Poi, quasi me ne pentii. «Sarebbe felice di sapere che hai chiesto di lui. Sono sicuro che gli piacerebbe rivederti», continuai con finta naturalezza, ma spiando la sua reazione con la coda dell’occhio.
«Ah, davvero? Beh, non mi ci vedo granché a far parte della sua collezione di farfalle» replicò lei. «Giorgio è un genere di uomo che non fa per me: simpatico, seducente, con la battuta pronta. Mi fa tenerezza, perché in tutta la vita non si innamorerà mai perdutamente di una donna».
Avevo quasi finito di pulirle i piedi, ma non avevo osato salire più su delle caviglie.
«E tu sei innamorata?», le domandai.
«Amo mio marito», rispose lei di getto.
Sembrava non vedesse l’ora di farmi quella rivelazione, spinta dall’urgenza di rimettermi al mio posto dopo l’imbarazzante confidenza fisica che mi ero preso con lei.
«E lo ami in modo … assoluto?», le chiesi timidamente mentre le asciugavo i piedi con la carta che ricopriva il lettino.
Lei ci pensò un istante.
«Anche l’assoluto è pieno di tagli e di ferite. Credo».
Rieccola, la sua sincerità. Era il suo modo di fare: apriva uno spiraglio, poi lo richiudeva e infine lo riapriva di nuovo, sempre candida, sempre fedele a se stessa. Quel biancore accecante confondeva il mio senso di orientamento. Ma non potevo fare a meno di rimanerne affascinato.
Passai a visitarla. La feci adagiare prona sul lettino e le praticai la manovra di Freiberg, piegandole il ginocchio e ruotandolo all’esterno. Lei sussultò per il dolore.
Poi le chiesi di mostrami le lastre che le avevo prescritto. Lei le trasse da una grande borsa di paglia bianca e rossa che aveva appeso all’attaccapanni.
«È come pensavo: sindrome del doppio diavolo. La radiografia del rachide lombo-sacrale esclude ogni altro problema», le annunciai soddisfatto.
«E la pena in che cosa consiste?».
«Riposo assoluto per due settimane almeno. Poi iniezioni di corticosteroidi …», le dissi, mettendo mano al mio ricettario, «… e massaggi da un fisioterapista di mia fiducia».
Lei mi fissò riconoscente. «Grazie». E andò a prendere la sua roba dall’attaccapanni.
Io guardai la sua pelle, appena brunita dal sole estivo, che scompariva sotto la giacca di lino.
«Quando ci rivedremo?».
«A novembre, se sarò guarita. Torno in scena con uno spettacolo al Teatro dell’Arsenale» mi disse infilandosi la sua grande borsa di paglia a tracolla.
«Ah, bene. Così avrò il piacere di rivedere anche tuo marito», notai con un sorriso insolente.
«Lui non ci sarà. Non è uno spettacolo di tango, ma di teatro-danza: parla di una vergine che ha talmente orrore del potere maschile da respingere persino l’amore del Dio della bellezza».
«Spero che gli dei la puniscano a dovere».
«Al contrario. Accolgono le sue preghiere e la trasformano in una pianta di alloro. Non la riconosci? È la storia di Apollo e Dafne».
Il Teatro dell’Arsenale era stato ricavato dall’antico cantiere pontificio sulla via Portuense. Occupava la sala dove un tempo si costruivano i velieri che poi, attraversando le enormi arcate ad ogiva dell’edificio, venivano immessi nel vicino Tevere.
Per una settimana di seguito, tutte le sere, mi sedetti in prima fila sugli scomodi gradoni discendenti della platea a guardare Elena, vestita di una tunica di garza bianca, che scivolava dall’abbraccio di Apollo per trasformarsi in alloro, mentre sulla sua pelle un riflettore proiettava filamenti di luce verdastra come nervature sulla lamina di una foglia. Di fronte a quell’incantesimo, lo stesso Apollo si gettava in ginocchio, riconoscendo di essere stato sconfitto da una donna per cui non contavano né il desiderio, né la bellezza, né tantomeno il potere di un Dio. A me, invece, ogni sera, finito lo spettacolo, rimaneva il sospetto che Dafne non fosse altro che una piccola sciocca pateticamente abbarbicata alla sua amorfa purezza.
Queste considerazioni, però, mi sfioravano solo di sfuggita. Dello spettacolo in sé, tutto sommato, non mi importava nulla: quello che mi premeva era solo vedere Elena danzare su un palco, darsi ad un pubblico e quindi un poco anche a me. Ma avvicinarla sembrava impossibile. Ogni sera, seduto anche lui in prima fila, c’era suo marito, che, fingendo di non riconoscermi, una volta calato il sipario mi passava volutamente davanti e imboccava rapido la via dei camerini.
Elena mi aveva notato tra il pubblico fin dalla sera della prima, rivolgendomi solo un vago sorriso al momento degli applausi finali; e così aveva continuato durante tutta la settimana in cui mi presentai a teatro.
Poi, una sera, quando ormai avevo deciso che non sarei più tornato a vederla, che tutta la mia devozione era inutile e anche un po’ folle, mi mandò a chiamare tramite un usciere durante l’intervallo. Mi guardai attorno: il marito non c’era. Preso dall’entusiasmo seguii l’uomo che mi indicò il camerino di Elena da lontano. Corsi alla porta e l’aprii di slancio senza nemmeno bussare.
Lei sembrò felice di vedermi, ma anche sfuggente, come sempre. Era accovacciata su un divanetto di velluto rosso e giocherellava con lo stick del fondotinta.
Chiusi la porta e mi avvicinai con la voglia di stringerla tra le braccia, ma all’ultimo mi frenai.
«Non so perché faccio tutto questo», dissi imbarazzato.
«Ed io non so perché accetto tutto questo da te», mi rispose lei, poggiando il mento sulle ginocchia e guardandomi da sotto in su, come se si aspettasse da me la sua risposta.
Poi si girò verso una foto di scena, appoggiata sul tavolino del trucco, che la ritraeva assieme al marito.
«Matteo è il mio architrave», mi disse con un tono delicato ma fermo, da resa dei conti.
«Pazienza. Mi accontenterò di essere un tramezzo», risposi.
Lei sorrise, per un attimo sembrò sciogliersi, ma subito riacquistò il suo piglio deciso.
«No, non hai capito. Io non lo tradirò mai». Si alzò dal divano e venne verso di me. «Ma se ti chiedessi di sparire dalla mia vita, tu penseresti di essere pericoloso, non ti arrenderesti, anzi: diventeresti ancora più insistente. Invece io sarò più forte di te: ti lascerò la porta di casa aperta, tanto so che non riuscirai a rubarmi niente».
Per un attimo sentii l’impulso di fuggire e di non rivederla mai più. Ma i suoi occhi mi trattennero: mentre parlava erano diventati ancora più grandi e limpidi e mi stavano chiedendo di restare.
«Baciami, non ti chiederò altro», la implorai.
«No, non ti bacerò nemmeno».
E aggiunse, accarezzandomi la guancia:
«Sarò la tua amante bianca».
Quella sera, Elena ballò il secondo tempo dello spettacolo con un carisma che non aveva ancora mai mostrato nella parte di Dafne, ed io pensai con orgoglio di avere un ruolo in quella sua trasformazione. Sembrava perfettamente guarita dalla sua sciatalgia, e anche di questo mi sentivo fiero.
La aspettai all’uscita degli artisti dietro il teatro, secondo gli accordi che avevamo preso in camerino, e cenammo insieme in un piccolo ristorante nei paraggi. All’inizio non parlammo granché: io la guardavo, lei sorrideva, abbassava lo sguardo e ritornava seria, poi si scioglieva di nuovo e mi guardava a sua volta, con un senso di sfida che subito si diradava in un pensiero languido. Non sapevo che uno sguardo tra un uomo e una donna potesse durare così a lungo.
Le dissi che ero pazzo di lei, ed Elena accolse quella confessione senza opporre resistenza, senza ricordarmi con pedanteria che lei apparteneva a un altro; anzi, mi guardò con gratitudine e un barlume di rimpianto. Non si irrigidì quando le dissi che morivo dalla voglia di fare l’amore con lei: si limitò a rispondermi che se avessimo compiuto quel passo la nostra sarebbe diventata una relazione clandestina come tante altre, con un finale amaro e prevedibile. La sua trasparenza mi paralizzava, demoliva una ad una le mie iniziative, ma mi avvinghiava sempre di più a lei.
«Non ti rendi conto che Matteo, di fatto, lo hai già tradito desiderando me?», la provocai.
Lei non sembrò turbata da quelle parole. «È ovvio», rispose, «ma non sono responsabile di quello che accade dentro il perimetro del mio corpo. Se realizzassi i miei desideri, invece, allora sì che diventerei colpevole».
Strinsi il bicchiere che avevo in mano e buttai giù con rabbia un sorso di vino. «Queste banalità le ho già sentite quando frequentavo la scuola dai preti».
Lei rimase impassibile. Era come se avesse messo in conto ogni critica. Tutti i miei sforzi di impadronirmi di lei con la dialettica o col terrorismo delle parole restavano lettera morta.
«E come pensi di comportarti con lui? Gli racconterai tranquillamente che sei venuta a cena con me e che usciremo ancora insieme?».
«Ma certo. Non ho intenzione di vivere di bugie».
Io la guardai sarcastico.
«E già che ci sei, perché non gli dici anche che cosa provi per me?», incalzai.
«E perché? Lui non me lo chiederà mai. Si limiterà ad osservarmi da lontano, come sempre, aspettando che mi passi. Tanto lo sa che io sono solo sua».
Improvvisamente sentii lo stomaco chiudersi in una morsa.
«Vuoi dire che ti è già successo altre volte di prenderti una sbandata per un altro?», chiesi con una voce strozzata. Non riuscivo a credere che quell’umiliazione stesse capitando proprio a me.
Candidamente mi rispose di sì.
Nella sua voce ora non c’era alcuna volontà di sfida, anzi, sembrava quasi volersi scusare di essere quello che era: un mostro biforme, dal corpo casto e la testa di una gatta in calore. Insomma, un’irreprensibile puttana.
«Perché non mi hai cacciato via come un cane …? Sarebbe stato meglio. Me ne sarei fatto una ragione, prima o poi», le dissi amareggiato. Sentivo di essermi infilato in un pasticcio, ma era troppo tardi per uscirne illeso.
Lei mi prese la mano, e questo mi bastò per sentire un fiotto di sangue caldo attraversarmi il corpo e schiantarsi in mezzo al petto.
«Perché nella mia testa saresti diventato ancora più ingombrante. Avrei dovuto sradicarti a forza, e forse non ce l’avrei fatta. Così, invece – chissà – morirai “di vecchiaia” …».
«E se non morissi?».
Tirò un sospiro.
«Correrò il rischio».
Fece per ritrarre la sua mano dalla mia, ma io gliela afferrai, deciso a non lasciare andare quella sensazione che mi era esplosa in petto.
Poi, però, mi assalì il pensiero di ciò che sarebbe potuto accadere se quel contatto tra noi fosse durato un minuto di più, e cambiai atteggiamento.
«Hai il polso troppo sottile», le dissi misurandoglielo con l’indice e il pollice chiusi ad anello, con un tocco da medico più che da amante. «Dovresti lasciarti andare di più … a tavola».
Il suo gioco perverso aveva cominciato a sedurre anche me.
Nei giorni successivi, ragionai a lungo sul motivo per cui un tipo come me, così controllato, e soprattutto così portato a trastullarsi con i meccanismi e le reazioni delle menti altrui, fosse rimasto coinvolto in un gioco in cui era un’altra persona a stabilire in modo inappellabile le regole ed i tempi. E dapprincipio non trovai nessuna risposta.
Dichiarandomi apertamente il suo interesse, Elena mi aveva avvinto a sé con il filo di un’esilissima speranza, ma allo stesso tempo la sua castità mi teneva immobilizzato come una preda in una ragnatela. Passavo il tempo in attesa di uno squillo del telefono o di una sua mail, e contavo i giorni che mi separavano dal nostro prossimo incontro: nulla di più di ciò a cui è condannato un amante clandestino, certo, ma il tradimento bianco, mio malgrado, mi costringeva ad assaporare le briciole che Elena poteva darmi di sé – un suo sguardo ambiguo, o il semplice sfiorarmi la manica della giacca per togliermi un capello – come se fossero un cibo raro e costosissimo. Dopo qualche tempo, mi accorsi che persino la sua lontananza era divenuta eccitante, quasi quanto averla al mio fianco.
Allora, pian piano capii qual era la parte molle di me che Elena era riuscita a colpire con tanta precisione.
Ero un collezionista sistematico di ricordi femminili. Di ogni donna che avevo amato conservavo nella memoria almeno un tratto distintivo: la magrezza elegante di una mano affusolata, la brace calda del kajal intorno agli occhi … Avevo una speciale inclinazione alla malinconia, perciò rimpiangevo tutte le mie amanti, persino quelle che avevo lasciato: a distanza, mi sembravano più belle, più misteriose, addirittura irrinunciabili. E in questo mi sentivo simile a quei tipi che visitano i musei con un’apparente indifferenza e una visibile irrequietezza, ma in realtà hanno solo fretta di tornare a casa per ripensare a ciò che hanno visto e goderselo in disparte, da lontano.
Non mi giudicavo un banale casanova – come Giorgio, che al contrario di me dimenticava presto tutte le sue conquiste – e qualche volta mi era capitato di imbattermi nella donna ideale con cui avrei voluto rimanere per sempre. Purtroppo, però, la mia fatale attrazione per le distanze mi rendeva particolarmente versato negli amori impossibili per donne sposate o che vivevano in altre città. Ed Elena fu l’ultimo e il più vischioso di questi.
All’inizio pensai che il limbo in cui ci eravamo insediati non sarebbe potuto durare a lungo e che prima o poi il sesso avrebbe preso il sopravvento tra di noi. E invece, lentamente, mi accorsi che il desiderio si andava trasformando in una continua tensione erotica, che non si allentava mai in una normale amicizia, ma nemmeno precipitava nel destino già scritto di una relazione carnale. Ben presto la voglia di fare l’amore con lei si andò a rannicchiare in qualche tana sepolta della mia mente come una bestia accovacciata e sonnolenta, e lasciò il posto ad un piacere diverso, più sfumato, innaturale.
L’astinenza amplificò le mie più piccole emozioni fino al parossismo: passai una notte intera a ripensare alla voce liquida di Elena che mi colava calda nell’orecchio mentre a telefono mi recitava una poesia in volgare siciliano del Duecento; ed ero capace di leggere e rileggere all’infinito le sue mail, per assaporare ogni volta con lo stesso piacere i passi in cui parlava di me, o di noi due. Ero diventato feticista, ipersensibile, morbosamente attento a catturare i minimi segnali erotici che Elena mi lanciava: cercarmi con gli occhi tra il pubblico alla fine dei suoi spettacoli con uno sguardo fulmineo che solo io potevo notare, sgusciarmi le arachidi ad una ad una come una bimba devota mentre sedevamo su una panchina di pietra del Belvedere del Gianicolo; oppure dirmi, alle quattro del mattino, seduta in macchina vicino a me, che non aveva sonno: «È troppo presto per portarmi a casa». Nessun dettaglio del suo essere, nessun significato dei suoi gesti sfuggiva al mio sguardo. Avevo sviluppato la vista di un’aquila che, anche volando nei cieli più alti, riesce a vedere i piccoli pesci che nuotano in mare.
Di suo marito non ero geloso. Il fatto che potesse avere il suo corpo quando voleva non mi disturbava, né lo consideravo un privilegio: anzi, ero io a ritenermi fortunato rispetto a lui, che sicuramente non sapeva cosa significa eccitarsi per un nonnulla; che pur amando Elena di un amore totale non riusciva a ispirarle quegli sguardi che lei aveva per me: densi, allusivi, interminabili, quelli che solo il desiderio represso sa suscitare.
Non pensavo quasi mai alla fine che avrebbe fatto il nostro rapporto. Forse la castità forzata prima o poi l’avrebbe ucciso, braccandolo in un vicolo cieco. E come afrodisiaco probabilmente avrebbe perso lentamente il suo effetto inebriante. Di certo, però, prima di consumarci, l’astinenza ci avrebbe regalato un lungo periodo di eccitazione perenne, come una prolungata vigilia in cui il desiderio si sarebbe nutrito di se stesso dimenticando la sua foce naturale. Di un’altra cosa ero sicuro: non sarei stato io a porre fine a quella relazione che, paradossalmente, mi faceva sentire onnipotente e unico. Sapevo di avere forze sufficienti per tirare avanti in quelle condizioni per anni, se non per tutta la vita.
Una sera, mentre sedevo in prima fila all’Arsenale durante lo spettacolo di Elena – suo marito era lontano per una tournée di tango con una compagnia internazionale – sentii una voce alle mie spalle.
«Guarda guarda chi si rivede».
Era Giorgio.
«Sono mesi che non ti fai vivo. Non rispondi al cellulare e ti fai anche negare quando ti chiamo a studio. Chissà perché».
Era vero. Giorgio era l’ultima persona che volevo vedere in quel periodo. Sapendo che frequentavo Elena (ad un ficcanaso come lui era impossibile nascondere nulla) mi avrebbe tempestato di domande inopportune o, peggio, di richieste di fargliela incontrare.
«Sei qui per lei, no? Allora: vi siete rivisti, dopo quella sera?», mi chiese sedendosi vicino a me, con uno sguardo furbo.
Tanto valeva dire la verità. «Si», risposi, «aveva la sindrome del doppio diavolo, come pensavo. L’ho visitata e le ho indicato una cura. Ora sta molto meglio».
«Non buttarla sul professionale. Hai una storia con lei, si o no?».
«No», risposi deciso. «Possibile che per te le donne siano tutte uguali? Lei è fedele a suo marito».
«Questo significa che ci hai provato, ma ti è andata male», ne dedusse lui con un rapido calcolo. «Tu però sei ancora qui, adorante, seduto in prima fila, proprio sotto gli occhi di lei … Uhm … Dunque la tua corte non la irrita. Anzi, forse la lusinga …. E poi tu non sei il tipo che insiste se sa di essere sgradito».
«Piantala, stai vaneggiando», gli risposi tagliando corto.
Lui si fece più vicino col suo sguardo indagatore.
«Forse la sua fedeltà è a tempo determinato … se è così, capisco la tua perseveranza».
«Tu sei l’ultimo che può capire», replicai seccamente.
Questo non fece che aumentare la sua invadenza.
«Ah, sì? E che cos’è che non posso capire?» mi chiese ironicamente. «Guarda che non c’è bisogno di essere un genio per inquadrare la situazione. I casi sono solo tre: ci sei andato a letto (e non mi sembra), ci andrai a letto, prima o poi (e te lo auguro); oppure (ed è il caso peggiore), la tua ballerina è solo una volgare allumeuse che ti farà tirare il collo senza concedersi mai».
«E se a me andasse bene anche così?», risposi con ostentata tranquillità.
«In questo caso, dovrei preoccuparmi per te», rispose lui facendosi improvvisamente serio come non l’avevo mai visto.
«Ascoltami bene, Claudio: lasciala andare, prima che sia lei a troncare con te. Ci si stanca di fare sesso con la stessa persona, figuriamoci delle delizie dell’amore platonico. Questa storia non può durare e ti lascerà con la sensazione di aver sprecato il tuo tempo guardando la vita senza viverla».
Io rimasi in silenzio, con la faccia torva.
«Sei il solito nichilista. E anche un po’ invidioso», risposi infine, con tono pungente.
«Francamente non mi sembra che ci sia nulla da invidiare nella tua posizione. Almeno fino ad oggi», mi rispose alzandosi e sistemandosi la giacca.
«Fatti sentire, quando sarà tutto finito», concluse. E se ne andò, scuotendo la testa.
Passai il secondo tempo dello spettacolo a contorcermi nei dubbi che Giorgio mi aveva istillato, e in quell’angoscia neanche notai Elena sul palco. A sipario chiuso mi precipitai nel suo camerino e per la prima volta l’abbracciai stretta fino quasi a soffocarla.
«Dimmi che sarei io il tuo uomo, se lui non esistesse».
Lei mi guardò sorpresa e un po’ perplessa per il mio gesto improvviso.
«Probabilmente sì ... Ma tu non venire meno ai patti», mi rispose sciogliendosi dal mio abbraccio.
Il caso volle che, proprio nel periodo in cui avrei avuto più bisogno della vicinanza di Elena, dovessi partecipare ad un congresso dell’Associazione di medicina riabilitativa, che mi tenne bloccato a Torino per quattro giorni come relatore sui traumi dello sport. Alla fine dei lavori, esausto, corsi in aeroporto e presi l’aereo in tempo per raggiungere Elena all’Arsenale, alla fine del suo spettacolo. Nella corsa non feci neanche in tempo ad avvertirla del mio arrivo.
Arrivai a casa e, senza neanche salire a farmi una doccia, presi la macchina e corsi verso il teatro. Parcheggiai nel vicolo laterale che costeggiava l’edificio, davanti all’uscita degli artisti, e rimasi in attesa di vedere Elena comparire sulla porta. Una brezza estiva pungente e dispettosa si infilava tra i vestiti eleganti degli spettatori che cominciavano ad uscire dal teatro e li assaliva quando sbucavano nello spazio aperto della piazzetta in fondo al vicolo.
Finalmente la vidi. Aveva un vestito sottoveste color avorio che le lasciava le spalle nude, e indugiava sulla porta, stringendosi le braccia per il freddo. Sorrideva e parlava con qualcuno che doveva essere dietro di lei. Poi, un uomo che non avevo mai visto prima sbucò alle sue spalle e cominciò a camminare un passo avanti a lei, tenendosi la giacca aperta con le mani a farle da scudo contro il vento e prendendosi le raffiche in pieno petto con un sorriso d’intesa. Un amico premuroso le avrebbe semplicemente ceduto la sua giacca, un’amante carnale gliel’avrebbe appoggiata sulle spalle. Nessuno dei due avrebbe avuto bisogno di mimare una prova di virilità, sfidando il vento in prima linea come solo un amante bianco poteva fare, alludendo a imprese erotiche che non si sarebbero realizzate mai.
«Ecco la tua nuova preda», pensai tristemente quando la vidi passare ridendo davanti alla mia macchina senza che si accorgesse di me.
Tornai a casa e le scrissi una mail di poche righe, in cui rivelavo di averla vista insieme ad un altro, probabilmente la sua nuova passione, e rimpiangevo il tempo sprecato appresso a lei. «Sei come quelle vespe dell’Amazzonia», le scrissi, «che iniettano nelle loro vittime prima un veleno paralizzante, e poi le larve che crescendo le divoreranno dall’interno. Mi hai immobilizzato con la tua castità, e poi mi hai consumato senza sporcarti le mani».
Mi fermai lì. Avrei voluto gridarle che era una puttana, ma non era vero, o per lo meno non lo era fino in fondo. Fin dall’inizio della nostra storia aveva stabilito regole chiare che io avevo accettato, e che non potevo rinnegare adesso. Sarei stato ridicolo a rinfacciare ad Elena la sua fedeltà al marito, o ai suoi progetti iniziali su di me, ora che ero stato abbandonato. Tutto si era svolto come lei mi aveva predetto: sapeva che non avrebbe tradito Matteo e che un giorno le sarei caduto dal cuore. Così era stato. E lo stesso sarebbe accaduto prima o poi anche al mio successore.
La sua castità, che pure mi aveva eccitato così a lungo, mi aveva imbrigliato mani e piedi con il mio consenso; e persino ora, nel momento dell’addio, continuava a tenermi in soggezione, impedendomi di ferire quella donna con le parole meschine e feroci di un qualsiasi amante respinto. Forse – mi consolai – quella separazione incruenta, anche se non indolore, era l’ultimo regalo della continenza: un distacco civile, a confronto con gli osceni litigi di due amanti di letto, che sospinti dalla confidenza carnale si sentono autorizzati ad usarsi ogni forma di violenza.
Passò qualche giorno di totale silenzio da parte di Elena. Poi, ricevetti una sua mail:
«Caro Claudio,
è vero, c’è un altro uomo. Se può consolarti, credo che prima o poi anche la nostra storia finirà. Lui lo sa e accetta il rischio, come hai fatto tu.
Non penso che Stefano (è questo il suo nome) capisca fino in fondo le ragioni del mio tradimento bianco. Lui è semplicemente un uomo che mi ama (è questo che lo rende irresistibile ai miei occhi), e nonostante io abbia fatto di tutto per disilluderlo, la sua speranza di avermi, un giorno, è più forte di qualsiasi avvertimento. Presto anche la mia inaccessibilità smetterà di apparirgli seducente e lo farà soffrire e basta. Lui è una mia vittima, non un mio complice, come sei stato tu.
Tra i miei amanti “bianchi”, tu sei quello che più di tutti mi ha capito e condiviso. Non hai mai cercato di piegarmi al sesso, perché, come me, sai bene che in fondo i corpi nudi sono tutti uguali, ed è uguale ciò che a letto possono offrire. Persino quell’intesa sessuale perfetta che abbiamo provato con un amore perduto e che ci è sembrata irripetibile e straordinaria, si può ritrovare a distanza di tempo con un altra persona, che a letto ci ricorderà chi credevamo incomparabile. Tu sai quanto me che non esiste nel sesso nulla di unico. Il sesso è il dominio della ripetizione. E non ti ha mai stupito veramente che, nei miei viaggi erotici lontano da mio marito, io cercassi sapori diversi da quelli lasciati a casa: non una nuova relazione d’amore (come a volte succede a chi tradisce), ma il gusto perduto degli esordi di una passione, il clima iniziale di incertezza e di scoperta che comincia lentamente a svaporare non appena si crea l’intimità dei corpi nudi.
Questo è tutto ciò che di me già conoscevi o potevi intuire, ciò in cui tu stesso hai trovato il tuo tornaconto nei lunghi mesi in cui il desiderio non consumato è stato il nostro comune strumento di piacere.
Ma questa, in fondo, è solo una parte della verità su di me, che spiega perché le mie storie parallele cominciano e non perché finiscono tutte, prima o poi. La verità più profonda di ciò che sono sta nel mio bisogno morboso di essere guardata. Guardata da tutti gli uomini, intendo. È questo che mi trascina da un tradimento bianco all’altro, in un gioco in cui sembro la dominatrice, ma in realtà sono solo un’esca penzolante che si offre al primo interessato.
Lo sguardo protettivo di Matteo e quello pieno di desiderio che avevi tu – ma persino la sbirciata di un passante o i complimenti volgari che raccolgo sul marciapiede – per me sono come sangue nuovo. Mi rimettono al mondo, mi assegnano uno spazio ben preciso dove sento di esistere. Ogni occhiata, anche la più triviale, rivolta alle gambe o alla scollatura, è come il buongiorno che mi risveglia al mattino e mi estrae dalle profondità della notte.
So che tutto questo è infantile e disgustoso, ma un po’ mi consola pensare a quella buona fetta di umanità che vive come me senza saperlo: gente di spettacolo che crolla per essere scomparsa dal video, gente comune che si umilia pur di esserci, politici che si riducono a macchiette nello sforzo di bucare lo schermo...
L’uomo sente di esistere solo se c’è qualcuno che lo guarda, che sia l’occhio di Dio o quello delle telecamere e del web. Da quando l’ho capito, ho smesso di cercare di liberarmi dalla mia dipendenza: sarebbe inutile, oltre che presuntuoso. E poi, almeno posso vantarmi di non aver contratto la forma mediatica della malattia, quella più ridicola, che spinge ad inseguire lo sguardo delle telecamere con ogni mezzo. L’occhio impersonale della tv non mi interessa. Mi piace molto di più guardare negli occhi quelli che mi guardano, uno per uno. Sono come quei provinciali che preferiscono il faccia a faccia della vita di paese − dove tutti si salutano e sanno tutto gli uni degli altri − all’anonimato delle grandi città, dove non si conosce neanche il proprio dirimpettaio.
È questo che ancora non sapevi di me. Se lo avessi saputo forse saresti fuggito, ed io non potevo permettermi di lasciarti andare. Conosco i miei limiti: se ti fossi ritratto, ti avrei rimpianto. Saresti diventato un pensiero fisso e ti avrei idealizzato come l’unica soluzione possibile al mio vagare da un tradimento all’altro. Ma sarebbe stato un abbaglio: nessuno può rendermi diversa da quello che sono: una viziosa démi-vierge col gusto della castità selettiva, ma non per questo meno puttana.
C’è una parte di me che ti rimpiangerà per tutta la vita come mio unico possibile complice. Ed è per questo che, in un certo senso, posso dirmi
per sempre tua,
Elena
Lessi la sua lettera con un misto di rabbia e di sconcerto. Dunque, quell’anima candida che mi aveva così affascinato nascondeva i suoi segreti, come tutti. Ma perché rivelarmeli ora che tutto era finito tra noi? Perché rivelarmi adesso che io ero stato soltanto il miglior offerente sulla piazza, finché non era sopraggiunto un altro a impazzire per lei, se possibile, anche più di me?
Della sua confessione mi bruciava soprattutto che fosse gratuita e postuma. Una sincerità inutile che mi perseguitava persino nel mio al di là, ora che per lei io ero morto e sepolto.
C’era solo una spiegazione possibile per tutto questo: la schiettezza di Elena non era altro che uno strumento di potere e di controllo, un congegno perverso con cui conquistare la mia fiducia e tenermi legato a sé. Era sincera quando raffreddava le mie aspettative. E lo era altrettanto quando mi diceva che mi voleva e che per lei rappresentavo un pericolo. Ma lo scopo finale per cui mi apriva il suo cuore era sempre e soltanto quello di tenermi al guinzaglio. Ed ora, con la sincerità di quella lettera, cercava ancora di dominarmi a distanza, sperando di incidersi a sangue nella memoria e di rendersi unica e indimenticabile.
E difatti, io non l’avrei dimenticata. Ora che avevo scoperto chi era davvero, potevo tranquillamente riporre Elena nel cumulo delle mie memorie assieme a tutte le altre donne della mia vita. Ma la sua nivea apparenza non mi avrebbe abbagliato mai più.
Avevo smesso di inseguire la mia balena bianca.
Fu alla fine di settembre dell’anno seguente che ricevetti una telefonata di Giorgio.
«È per sabato sera a casa mia, a Sabaudia. Diamo addio all’estate. Sarai dei nostri, vero?»
E prima che rispondessi aggiunse:
«Ci sarà una sorpresa».
«Allora verrò di sicuro», gli dissi col tono di chi ha capito tutto: quella era la formula che Giorgio usava in genere per annunciare pubblicamente il suo imminente matrimonio. Non immaginavo chi sarebbe stata la sua terza moglie (o la quarta? Avevo perso il conto), e la faccenda mi incuriosiva moltissimo; anche se, per come si profilava, aveva tutte le carte in regola per finire presto nell’ennesimo divorzio.
La festa non fu diversa da quelle a cui ci aveva abituato Giorgio: un rinfresco a bordo piscina a cui partecipavano, oltre agli amici storici del padrone di casa, le miriadi di conoscenze che Giorgio si era fatto nell’ambiente dello spettacolo e della televisione. A metà serata non c’era stato ancora nessun annuncio di matrimonio, e cominciavo seriamente ad annoiarmi quando udii il rumore inequivocabile di un tonfo nell’acqua.
Mi voltai a guardare: una donna, con un abito nero e lungo, era stata gettata in piscina da un ragazzo sui vent’anni, che dovevo aver visto in qualche programma alla tv; e che ora stava ridendo a crepapelle nel vedere la sua vittima annaspare impacciata nel suo vestito rigonfio di acqua, sola e sperduta come una medusa lontana dal branco.
«Dai, amore, aggrappati, che ti tiro su», le disse infine il ragazzo con un tono scherzosamente colpevole, inginocchiandosi sul bordo della piscina con le braccia tese verso di lei.
La donna allungò le mani per afferrare quelle del ragazzo, facendo leva col piede su una rientranza della vasca, ma quando era oramai per metà fuori dall’acqua, lui lasciò improvvisamente la presa e la donna precipitò di nuovo in piscina. Il ragazzo scoppiò a ridere ancora, stavolta più rumorosamente di prima, contagiando gli ospiti che fino a quel momento avevano guardato interdetti alla scena pensando ad una caduta accidentale.
Quando riemerse dal fondo, la donna aprì gli occhi e si girò intorno, cercando la scaletta della piscina per uscire da sola. Istintivamente mi avvicinai per aiutarla a salire i gradini, e fu allora, guardandola da vicino, che la riconobbi: era Elena.
Mi fermai di colpo, imbarazzato, a qualche metro dal bordo della vasca, mentre lei, sollevando con una mano il vestito appesantito dall’acqua, usciva ad occhi bassi dalla piscina. Una volta fuori, si sforzò malamente di sorridere un poco alla gente incuriosita, per far buon viso allo scherzo idiota. Poi si guardò attorno alla ricerca del suo accompagnatore, che nel frattempo si era volatilizzato, e non trovandolo prese l’espressione tetra di una donna abbandonata dopo una notte d’amore, che svegliandosi trova vuoto il posto accanto a sé.
Presi coraggio e avanzai verso di lei.
«Tutto bene?», domandai.
Lei mi rivolse gli occhi umidi e arrossati e, riconoscendomi, ebbe un sussulto. Poi si sciolse in un debole sorriso e mi rispose di sì con la testa.
«Come ti vanno le cose?», le chiesi; ma involontariamente la mia voce assunse un tono melenso e caritatevole.
Lei, però, non se ne accorse. Sembrava assente, incapace di cogliere sottigliezze del genere.
«Matteo mi ha lasciata qualche mese fa. Ha chiesto il divorzio», mi informò come in trance. Ed io percepii tutta la crudele fascinazione che quell’avvenimento esercitava sul suo orgoglio ferito e ancora incredulo.
«Mi dispiace molto», le dissi, ma non ebbi il coraggio di chiederle il perché della loro separazione. Forse lo intuivo.
Lei si scrollò di dosso la sua malinconia e per un attimo apparve vivida e brillante come un tempo.
«Beh, non preoccuparti. Almeno, adesso posso concedermi molte più soddisfazioni di una volta», ripose maliziosa. Ma era chiaro che non credeva minimamente a quel che diceva.
«E la danza, come va?»
«Mi ha lasciato anche lei. Non ho più voglia di ballare».
Restammo in silenzio alcuni istanti, guardandoci negli occhi.
«Puoi chiamarmi se vuoi, uno di questi giorni …», mi disse infine, sommessamente.
Io osservai il suo viso da dea sgualcita, e mi venne un brivido pensando a come si fosse capovolta la sua sorte. La catastrofe dell’abbandono era piombata su di lei un giorno all’improvviso, e le era rimasta appiccicata addosso come un destino.
«Non so … Forse un po’ più in là», risposi dolcemente, confidando in una sua futura resurrezione.
Lei mi sorrise allargando le braccia, come per dire “Fa niente. Capisco”. E dopo avermi lanciato un bacio sulla punta delle dita, mi volse le spalle, dirigendosi verso l’uscita.
Mentre se ne andava pensai alla sorpresa che Giorgio mi aveva organizzato quella sera: farmi incontrare Elena ormai ridotta ad una sirena svociata. Forse, in un moto di solidarietà verso di me, aveva voluto regalarmi la soddisfazione di assistere al prezioso spettacolo della caduta di un essere umano che un tempo era stato capace di ferirmi. Non poteva immaginare invece che solo adesso, dopo averla rivista, così discinta e dolente, potevo innamorarmi di Elena per davvero, anima e corpo.
|



