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La sindrome di Parmenide

 

La_sindrome_di_Parmenide

Il dottore richiuse soddisfatto la cartella clinica e si sollevò sulla fronte gli occhiali da presbite.
«Possiamo cominciare a diradare i nostri incontri. Due volte a settimana possono bastare».
Francesca si abbandonò sullo schienale della poltrona con un sospiro di sollievo. Quelle sedute dallo psicoterapeuta cinque volte a settimana, ad ottanta euro l'ora, le avevano straziato il conto corrente. Finalmente, dopo un anno di sacrifici, poteva tornare a respirare un po'.
«Sia chiaro, non siamo vicini alla guarigione, se di guarigione possiamo parlare. La Sua "sindrome di Parmenide" ha subito una forte scossa, ma non l'abbiamo ancora sovvertita».
La ragazza lo fissò con uno sguardo accigliato. Era la prima volta che sentiva chiamare così la sua nevrosi.
«Oh, non si spaventi», la tranquillizzò il dottor Veroli. «È una definizione che ho coniato in questi giorni, proprio pensando al Suo caso; ma Lei è solo una delle tante persone che ne soffrono. È un male tipico dei nostri tempi, direi». Veroli si accarezzò la frezza bianca della barba sul mento e serrò pensosamente le pupille verso il pavimento dello studio come se guardasse dritto nel centro della terra.
«E Parmenide che centra?», chiese Francesca.
Quel filosofo lo conosceva bene. Tre anni prima, si era laureata proprio su di lui con una tesi intitolata "Logica linguistica e logica della visione nel pensiero parmenideo"; ma, per quanti sforzi facesse, proprio non riusciva a immaginare quale applicazione potesse trovare la filosofia eleatica in psicologia.
«La via della verità è quella che dice che è e che non è possibile che non sia. Lei ricorderà meglio di me questo frammento di Parmenide».
Francesca annuì indispettita. Dopo anni passati a meditare sugli arcani degli eleati, ora la irritava pensare di essersi lasciata sfuggire qualche risvolto recondito e inaspettato del loro pensiero.
«E ricorderà che, a forza di rimuovere dall'essere ogni modalità del non essere (che è inesistente, dunque impensabile e indicibile), Parmenide finisce per fare dell'essere un ente perfetto ma statico, che non si modifica, non deperisce, né tantomeno muore, perché trasformazione, disfacimento e morte sarebbero un inconcepibile − e perciò impossibile − caduta dell'essere nel non essere». Il dottore si interruppe e scrutò il viso di Francesca: per un attimo aveva avuto la sensazione di sembrarle un po' troppo didattico e noioso.
«È questo ideale di perfezione che assilla l'uomo dei nostri tempi: chi non è perfetto non è e sente di non esistere», concluse.
La ragazza sorrise, un po' delusa. «Se sta pensando all'accanimento di oggi per la chirurgia estetica, forse non c'è bisogno di scomodare Parmenide. Basterebbe un comune sociologo per spiegare l'ossessione dell'Occidente per l'eterna giovinezza e il culto del botulino», puntualizzò con severità. «Se poi si riferiva anche alla rimozione della malattia e della morte dalla nostra vita ..., beh, Le sarà sufficiente accendere la tv e guardarsi un talk show sull'argomento: chiunque affermerà, molto più banalmente di quel che sostiene Lei, che siamo così egoisticamente attaccati ai piaceri della vita che la malattia e la morte ci sembrano squallidi paria da tenere alla larga».
Veroli percepì la durezza nelle parole di Francesca, ma non se la prese. La conosceva da un anno e sapeva che il rigore con cui misurava gli altri non era nulla a confronto di quello che usava contro se stessa, soprattutto quando lo scudiscio della perfezione la sferzava e lei − che era attraente senza essere bellissima, intelligente senza essere un genio, e simpatica pur non essendo brillante − si sentiva inadeguata sotto ogni punto di vista. Col tempo, grazie alla terapia, Francesca aveva fatto progressi e aveva smesso di autopunirsi mordendosi le braccia a sangue quando pensava di non essersi dimostrata all'altezza della situazione (ad esempio se il professore con cui seguiva il dottorato di ricerca non le era sembrato entusiasta dei suoi elaborati; oppure quando, confrontandosi con le altre ragazze sulla spiaggia, si era sentita insoddisfatta del proprio corpo). Tuttavia, l'abitudine di fustigare a parole la propria mediocrità e quella altrui era ancora radicata in lei; sebbene, negli ultimi tempi, si fosse andata affiancando ad una rigenerante stanchezza verso il proprio modo di essere. Qualche settimana prima, durante una seduta, Francesca era scoppiata a piangere e aveva cominciato ad accarezzarsi una guancia da sola, come se fosse vinta da una pietà impotente verso se stessa; e al dottore che le chiedeva il perché di quel gesto, aveva risposto: «Non ho più l'energia per frustarmi come una schiava». Quella spossatezza era il segnale che Veroli stava aspettando, il sintomo che il perfezionismo della ragazza aveva perso almeno in parte il suo imperio su di lei e non riusciva a infonderle come un tempo la forza di massacrarsi.
Veroli osservò Francesca che si era già sfilata dal discorso e aveva cominciato a guardare fuori dalla finestra verso la luce matura del pomeriggio inoltrato.
«Forse non mi sono spiegato bene», continuò. «Vede, io credo che Parmenide abbia inoculato nella nostra cultura il germe di un ideale di perfezione gelida e impassibile, al di fuori della quale ogni altra modalità di esistenza imperfetta viene ridotta a falsa apparenza». Veroli si interruppe per aprire la scatola di biscotti che teneva sulla scrivania per placare i morsi della fame che si facevano sentire sempre prima di sera, e cominciò a sbocconcellare una lingua di gatto al cioccolato. «Questo significa che persino il percorso verso la perfezione − essendo un passaggio dal non essere, che non esiste, all'essere − è inconcepibile, dunque impossibile, ed è a sua volta una forma di non vita».
Francesca lo guardava in silenzio, più perplessa di prima.
«Ad esempio», proseguì il dottore imperterrito, per niente preoccupato dello scetticismo della ragazza, «quando Lei va a fare footing la mattina presto al parco, cercando disperatamente di abbattere la cellulite che dice di avere sulle cosce; o quando passa le notti insonni sui libri cercando di strappare l'encomio del suo professore; o infine quando torna a casa dopo una festa in cui non è riuscita a pronunciare nemmeno una battuta divertente ... ebbene, in ognuna di queste situazioni Lei non si trova solo imperfetta o perfettibile. Lei sente, addirittura, con immensa, indicibile angoscia ...».
«... di non esistere», concluse Francesca. Finalmente nel discorso di Veroli cominciava a manifestarsi un significato tangibile, più vasto di quanto non le fosse apparso all'inizio.
«Esatto. La salute ad ogni costo, l'ossessione per la forma fisica e la giovinezza eterna, ma anche l'efficientismo, e in alcuni casi − come ad esempio il Suo – la brillante prestazione intellettuale vengono ritenute dalla nostra cultura tutte manifestazioni dell'essere. Un essere impeccabile, compiuto, senza spigoli. Al polo opposto − quello negativo, del non essere – vengono relegate la malattia, l'imperfezione fisica, la vecchiaia, la défaillance: chi vi inciampa è perduto; perché anche quando tenta disperatamente di uscirne e di accedere all'essere, è costretto a percorrere il cammino buio e atroce della non esistenza. Siamo tutti in questa situazione disperata, perché per nessuno di noi la perfezione è una condizione accessibile».
«Lei per caso mi sta dicendo che in realtà è l'essere che non esiste, e che la perfezione è solo un prodotto mentale, mentre l'unica vera realtà è il non essere, l'umanità con la sua imperfezione?», chiese Francesca. Nel suo sguardo baluginò una caduca speranza.
«Le sto dicendo quello che la sapienza cristiana conosce da secoli: l'uomo è imperfetto e solo Dio può colmare i suoi pochi meriti», le rispose Veroli addentando un'altra lingua di gatto. «Non mi fraintenda, il mio non è un discorso confessionale», si affrettò poi a precisare, scrutando la reazione della ragazza, «ma è innegabile che la morte del Dio cristiano abbia causato anche la fine di un certo ideale di perfezione, incentrato sull'amore e la spiritualità, sostituendolo con l'impeccabilità statica, esteriore e imperturbabile dell'essere eleatico, per giunta costringendo l'uomo, sopravvissuto a Dio, ad addossarsela interamente sulle sue deboli spalle».
«Ah, già, il cristianesimo», rispose Francesca beffarda. Con quella osservazione, Veroli era riuscito a rovinare un discorso che cominciava a sembrarle molto promettente. «L'unica perfezione che concepiscono i cristiani è quella del sacrificio. Ed io ne so qualcosa. Non sarei qui da Lei se la mia cristianissima famiglia non mi avesse inculcato questa maledetta capacità di abnegazione che mi ha trasformato in una schiava diligente di me stessa».
Veroli sorrise con pazienza. «Lei nega se stessa solo in modo strumentale, per trarre una soddisfazione narcisistica dai risultati non trascurabili delle Sue rinunce e della disciplina che è capace di imporsi. Ma il sacrificio non è nulla senza la perfezione del cuore».
In quel momento, l'orologio a pendolo del Settecento che sormontava la scrivania di Veroli batté le sette e trenta. La seduta era finita. Il dottore si alzò e porse sorridendo a Francesca la sua scatola di biscotti, ma la ragazza stranamente rifiutò l'offerta.
«Mi dia retta, Francesca. Uccida il padre. Compia anche Lei il parricidio che Platone commise verso il grande vecchio Parmenide restituendo la dignità di esistere anche alle cose fragili, deperibili, sia pure come copie delle pure idee».
Francesca teneva gli occhi bassi, turbata.
«Cosa devo fare?» sussurrò.
«Salvi il non essere», le disse Veroli ponendole una mano sulla spalla. «È la Sua sola possibilità».
«Un cappuccino», ordinò Francesca al cameriere dietro il bancone. «Con latte scremato».
Inforcò gli occhiali da sole, benché fossero le otto di sera, e cominciò silenziosamente a piangere dietro le lenti scure.
Tutto le sembrava più facile nello studio di Veroli: perdonare se stessa, amare gli altri, salvare il non essere, come diceva lui. Ma una volta uscita da quella stanza così calda, che profumava di cioccolato e caramelle alla menta, e in cui persino la vecchia pelle della poltrona dove sedevano i pazienti aveva un dolce odore di vino cotto, la realtà si riformava di colpo intorno a lei, granitica, senza una crepa, e la piegava di nuovo alle sue regole: col suo rombare ottuso e macchinale, la vita fuori dallo studio le dava l'impressione di essere immutabile, benché così frenetica, e soprattutto invincibile, perché completamente ignara di se stessa. Al confronto, i colloqui con Veroli, proprio perché umani e profondi, si riducevano ad un evento irrisorio nella logica follia del mondo.
«Una come te può anche permettersi il latte intero. A occhio, mi sembri una perfetta taglia 40».
Francesca non si voltò nemmeno per scoprire chi aveva parlato. Chiunque fosse, aveva invaso l'intimità del suo momento di autocommiserazione e non meritava una risposta.
«Scusami se ti do del tu, ma sei così giovane ...».
Era una voce femminile, frizzante anche se non cristallina. Francesca si calcò gli occhiali sul naso e continuò a guardare dritto tra le bottiglie di liquore sulle mensole del bar. Ma gli occhi della donna premettero su di lei e alla fine, riluttante, dovette voltarsi.
«Brava, sono una taglia 40», rispose fintamente ammirata. «Ma con parecchia cellulite sulle cosce. E comunque non è per questo che bevo il latte scremato. Quello intero mi è indigesto».
«Beh, esiste sempre il latte di soia. È infinitamente più leggero di quello vaccino. Sai che adesso alcuni pediatri cominciano a consigliarlo anche per i bambini piccoli?».
«Ma davvero ...».
Le lacrime di Francesca si erano asciugate. Ora poteva anche abbassarsi gli occhiali da sole sulla punta del naso e scrutare la sconosciuta, che nel frattempo si era seduta sullo sgabello vicino al suo, trascinando sul bancone la tisana che stava bevendo.
Era una donna sui trentacinque anni, dai capelli biondo-cenere, truccata e vestita con accuratezza – un cappotto nero lungo al ginocchio, jeans neri slim e décolletées rosse spuntate −, ma troppo alla moda per essere veramente elegante. Il corpo che si intuiva sotto i vestiti invernali era tonico benché di una magrezza eccessiva e, di sicuro, fortemente ricercata. Sul viso sottile, attorno agli angoli della bocca scendevano due solchi profondi, che non denunciavano né una vecchiezza precoce né tantomeno una attitudine al riso, ma piuttosto un'escavazione prodotta da una dieta controllata. Gli occhi erano scuri e mobili, e si muovevano come uno scanner sul corpo delle persone che sostavano nel bar. Sul risvolto del cappotto era infilzata la spilla più stupida che Francesca avesse mai visto, con una scritta bianca in campo rosso: "Colazione totale".
«Cosa significa?», chiese la ragazza indicando la spilla.
Gli occhi della donna si illuminarono e sembrarono dire: "Finalmente".
«È il nostro modo di intendere il pasto più importante della giornata: un mix di sostanze che assicurano energia, lucidità e una nutrizione completa, oltre che corretta. A proposito: io sono Daria Vergato, presentatrice Bioline».
Francesca capì di aver dato confidenza alla persona sbagliata in un momento sbagliatissimo.
«Ti dico subito che non mi interessa dimagrire e che non saprei mai rinunciare al mio tipo di colazione», le disse con fermezza; e incominciò a sorseggiare il suo cappuccino, sperando di aver assunto un atteggiamento sufficientemente scostante.
«Perché, che colazione fai?», chiese Daria divertita.
Francesca terminò il suo cappuccino e fece per alzarsi.
«Non è un interrogatorio, credimi. E nemmeno voglio venderti a tutti i costi i nostri prodotti. Mi hai semplicemente incuriosito».
«Tè al limone con tre cucchiaini di zucchero, crostata alla nutella, o in alternativa una fetta di montblanc. E qualche cioccolatino», rispose Francesca con tono di sfida; e cinicamente immaginò da quanto tempo quel fachiro non metteva sotto i denti delizie del genere.
«Certo la colazione deve essere un momento gratificante ...», asserì la donna facendosi improvvisamente seria.
"Bene. L'ho stesa", pensò Francesca. "Ha capito che non sono la cliente ideale e ora mi lascerà in pace".
«... Ma è proprio per questo che la nostra colazione è gustosa e nutriente, oltre che sana», riprese Daria imperterrita. «È una bibita che contiene i nutrienti più importanti per una corretta alimentazione. Non serve solo per dimagrire, ma anche per una buona nutrizione. C'è anche il gusto cioccolato, per gli amanti del genere: come te, a quanto pare».
«Una bibita? Per colazione?». Francesca era inorridita. «Con la pressione bassa che mi ritrovo, mi basterebbe appena per scendere la mattina al piano terra in ascensore. Dopo di che stramazzerei al suolo davanti al portiere».
La donna rise accavallando le gambe e gettando all'indietro la testa bionda. «Ma nulla ti impedisce di affiancare al nostro Shake mix anche qualche dolcetto. L'importante è che tu assuma quei nutrienti indispensabili al tuo organismo. Io stessa, al mattino, mi concedo qualche sfizio: assieme allo shake prendo qualche fetta biscottata con la marmellata».
«Mmmmh, che orgia di sapori», commentò acida Francesca. «Sei sempre così pantagruelica nel mangiare o ti capita anche di metterti a dieta, qualche volta?».
«Quella che seguo io non è una dieta, ma una buona nutrizione», asserì Daria con aria solenne; e frugando nella sua borsa di vernice rossa ne trasse fuori una bustina con la fotografia di un bicchiere colmo di un beveraggio spumoso. «Questo è un campione dello Shake mix al cacao. Provalo, ti piacerà». E senza dare a Francesca il tempo di obiettare chiamò il cameriere e si fece portare una tazza di latte di soia dove sciolse il liofilizzato girandolo vorticosamente col cucchiaino.
Francesca la lasciò fare. Già pregustava il momento in cui, assaggiato lo shake, avrebbe mimato un'espressione nauseata, rifiutandosi di berne ancora. "Le dirò che sa di penicillina", sghignazzò tra sé e sé.
Prese la tazza che Daria le offriva e mandò giù un sorso. Poi resto in silenziò qualche istante, con le sopracciglia corrugate e una evidente delusione dipinta sul viso.
«Proprio schifo non fa», ammise a denti stretti.
Gli occhi di Daria si dilatarono in una espressione radiosa.
«Cosa ti dicevo? È buono! È buono!» gorgheggiò, e sotto gli occhi allibiti di Francesca cominciò a battere le mani e ad annuire con la testa ritmicamente, come se cantasse in un coro gospel. C'era in lei un'esultanza che andava ben al di là della soddisfazione personale di aver convinto una potenziale cliente: era una gioia pura, quasi mistica e persino disinteressata, che conviveva senza fatica con le sue ambizioni di piazzista. Ed era questo che cominciava ad affascinare Francesca, irritandola al tempo stesso: l'ostinata euforia di quella donna, che aveva ormai passato l'età dei facili entusiasmi, suscitava in lei un impulso irrefrenabile e annientatore, lo stesso che spinge i bambini a radere al suolo la pretenziosa robustezza dei castelli di sabbia in riva al mare.
«Più che una venditrice sembri una consumatrice sfegatata», osservò quasi di sfuggita, mandando giù un altro sorso dello shake.
«Ma è proprio questo il segreto del successo della nostra azienda. Noi siamo i primi consumatori dei nostri prodotti: la loro qualità l'abbiamo toccata con mano, gli effetti straordinari li abbiamo sperimentati innanzitutto su di noi. È solo così che un venditore riesce ad essere veramente convincente», rispose Daria, contenta di poter testimoniare apertamente la sua gratitudine verso la merce che sembrava le avesse cambiato la vita.
«Molto interessante», disse Francesca, togliendosi gli occhiali da sole e piantando gli occhi addosso alla donna.
Sarebbe stato divertente provare a ritorcerle contro il suo stesso Dio, pensò tra sé.
E quando Daria le chiese di fissare un appuntamento dimostrativo, glielo concesse senza esitazione per l'indomani stesso.
Daria passò sul viso di Francesca un batuffolo di cotone intriso di tonico Bioline.
«Allora, che sensazione provi?».
«Di incredibile freschezza», disse Francesca guardandosi allo specchio del bagno di casa. «È persino più delicato del tonico che compravo in farmacia».
«E vedrai quanto è efficace, tesoro. Nel giro di una settimana sentirai la tua pelle rinascere», rispose Daria orgogliosamente. «Soprattutto se dopo il tonico stenderai un velo di questa crema idratante». E con la punta delle dita spalmò sul viso della ragazza una piccola quantità di Hydro Bioline 24 h.
«Come è profumata», mormorò beata Francesca con gli occhi chiusi, mentre Daria le massaggiava dolcemente il viso. «E che splendida texture ... », recitò, rispolverando il gergo che usavano le commesse delle profumerie dove, sino a non molto tempo prima, aveva speso cifre vergognose rincorrendo una bellezza smerigliata, senza asperità, che non le apparteneva.
«Ecco: il trattamento è finito. Sei bellissima».
Daria richiuse flaconcini e tubetti e li infilò nel suo borsone blu firmato Bioline. Poi aprì il libretto delle fatture e si preparò a scrivere, seduta sul bordo della vasca di Francesca.
«Dunque: una confezione di Shake mix al cioccolato per la tua colazione ... e poi un latte detergente, uno struccante per il viso, un tonico e una crema idratante ... per una buona nutrizione esterna. In tutto sono ... vediamo un po'... centoventi euro».
Senza fiatare, Francesca andò a prendere il portafoglio in camera da letto e ritornò col denaro in mano.
«Tra una settimana ti farò sapere come è andata. Ma sono già sicura che i risultati saranno grandiosi».
«Vedrai. Sarai talmente entusiasta che ti unirai a noi, come presentatrice, intendo. Io potrei essere il tuo tutor».
«Uhm, sarebbe fantastico. Ma purtroppo il lavoro all'università non mi lascia abbastanza tempo».
Daria prese il cappotto dall'attaccapanni in corridoio e si avviò tacchettando verso la porta di casa.
«Ricordati che nella nostra azienda esiste anche il part-time» le disse salutandola con un abbraccio caloroso. Per Francesca, fu la prova definitiva di aver conquistato la piena fiducia della donna.
Passata quasi una settimana, in previsione della telefonata di Daria l'indomani, fece un salto al bancone dei salumi nel supermercato sotto casa.
«Due etti di salame Milano».
Mario, il garzone, che la conosceva da anni, la guardò stupito.
«Vuoi riempirti di foruncoli? Hai dimenticato che sei allergica?».
«Non preoccuparti, non lo mangerò io», mentì Francesca. «È che do una cena a casa mia ...».
Il mattino dopo, la telefonata di Daria arrivò puntualissima.
«Allora, tesoro, cosa mi dici di bello?».
La voce di Francesca si fece affranta.
«Ho un terribile sfogo sul viso ... Dio, Daria, non so che fare ... non mi era mai capitato».
La donna rimase in silenzio per qualche istante, imbarazzata.
«Forse un'indigestione ... cibi andati a male ... qualche intolleranza alimentare ...», farfugliò.
«No, non è possibile, non ho mangiato niente di diverso dal solito, a parte lo shake», piagnucolò Francesca guardando il barattolo del liofilizzato ancora sigillato nella dispensa della cucina. «Che però mi fa sentire così tonica, piena di energie ... Davvero un'iniezione di vitalità», si affrettò ad aggiungere.
«Aspettami. Tra mezz'ora sono da te», rispose Daria con voce allarmata.
Il campanello suonò in anticipo di cinque minuti sull'orario fissato.
Varcata la soglia di casa, Daria non si sfilò neanche il cappotto. Prese il viso di Francesca tra le mani e lo girò da una parte e dall'altra, osservandolo la fronte piena di foruncoli alla luce della finestra del salottino.
«Hai fatto il trattamento completo?», si informò.
«Tutti i giorni», asserì Francesca docilmente.
«Forse Hydro Bioline è una crema troppo grassa per la tua pelle. Eppure è strano: non è comedogena ... per sicurezza, però, ti faccio provare un prodotto più leggero. Ovviamente, in regalo».
La donna aprì il borsone e ne tirò fuori un tubetto col logo Bioline.
«Si chiama AquaPure. Anche se è un semplice idratante, è talmente efficace che mi ha quasi del tutto eliminato questi solchi ai lati della bocca».
«Ah, quelli», fece segno Francesca. «Pensa: è la prima cosa che ho notato di te quella sera al bar!» esclamò con finto candore.
Daria impallidì.
«Come ... la prima cosa?».
«Certo! Sono così evidenti ... Ma sono un tuo punto di forza, una caratteristica simpatica. Come anche queste due paia di rughe che hai agli angoli esterni degli occhi. Le chiamano zampe di gallina, ma invece a me ricordano le ali spiegate dei gabbiani quando si vedono volare in lontananza», le disse Francesca con un tono quasi elegiaco.
La donna si accasciò in silenzio sul divanetto di velluto blu vicino alla finestra e inconsciamente cominciò a massaggiarsi la palpebra inferiore degli occhi, dal basso verso l'alto
«E così ti trovi bene con lo shake», disse poi con un'espressione assente.
«Si. Talmente bene che non penso di potergli dare la colpa di questo sfogo. Beh, non sono un medico, e non posso saperlo con certezza, ma aspetterei un po' prima di sospendere lo shake. È così buono!».
Daria parve rianimarsi.
«Sono contenta ... veramente contenta che ti piaccia e che tu ne veda tutti i benefici. Sono enormi, sai? A me ha interrotto la caduta dei capelli. Guarda oggi come sono resistenti», e detto questo tirò con forza una ciocca bionda senza che le rimanesse neanche un capello tra le dita.
«Beata te che ne hai così pochi», disse la ragazza sospirando. «Io ho una capigliatura così folta ... ingestibile, ti assicuro. Con l'umidità, poi, si increspano e perdono la piega. Invidio tanto chi ha i capelli sottili come i tuoi: sono così leggeri, senza corpo ... fanno tenerezza, come la peluria dei bambini piccoli».
La mascella di Daria si contrasse: zampe di gallina, capelli inconsistenti ... era questa l'immagine che dava di sé all'esterno, nonostante tutti i suoi sacrifici? L'angolo destro della bocca cominciò a piegarsi verso il basso, ritmicamente. Lei se ne accorse e cercò immediatamente di congedarsi.
«Ti telefono tra un paio di giorni, così mi racconti come va lo sfogo. Se le cose migliorano, allora ci rivediamo tra un mese, per un controllo generale. D'accordo?».
«D'accordo», rispose Francesca. E l'abbracciò stretta. «Grazie per essere venuta di corsa».
Quando Daria la chiamò, puntualmente, due giorni dopo, Francesca le riferì che lo sfogo non le era ancora passato, e che il suo dermatologo, dopo averla visitata, le aveva suggerito di sospendere il trattamento cosmetico Bioline. La ragazza si disse dispiaciutissima.
«Dispiace più a me, tesoro. E non certo per una questione di mancato guadagno. È la prima volta che Bioline non si dimostra all'altezza della sua fama».
Decisero di rivedersi di lì a un mese, all'inizio di marzo.
Il giorno dell'appuntamento, la primavera sembrava sbocciata prima del tempo. Il colore della luce era di colpo cambiato, si era fatto più caldo e pastoso e gli scorci di città che Francesca poteva osservare dalla finestra sembravano piccoli quadri a olio. Daria si presentò a casa sua vestita in tono con la nuova stagione alle porte, con una giacca di pelle bordeaux, un paio di pantaloni bianchi aderenti di un tessuto lucente, e ballerine d'argento.
«Ti trovo benissimo. Sei ingrassata?» le chiese Francesca con voce frizzante mentre si scambiavano i baci di rito sulla soglia di casa.
Daria si meravigliò.
«No ... Non è possibile ... mi peso tutti i giorni e la bilancia non segnala nessuna novità», rispose agitata.
«Allora mi sbaglio. Saranno questi vestiti primaverili che mettono in evidenza le forme, o l'effetto ingrassante del pantalone bianco: qui, ad esempio», disse indicando il giro coscia, «la circonferenza sembra cresciuta. Ma non ti devi preoccupare. Forse è solo un effetto ottico».
A sentire quelle parole, un'antica tentazione anoressica, che in Daria covava fin dall'adolescenza, rifluì nella sua mente. Dunque a nulla era valso il controllo costante del peso, l'essersi cibata a colazione e a cena di shake e fette biscottate, trangugiando mattina e sera integratori Bioline che promettevano l'accelerazione del metabolismo, se poi, alla fine, la culotte de cheval contro cui combatteva da una vita era rimasta saldamente al suo posto.
Doveva fare di più, ancora di più.
Come aveva potuto credere di aver raggiunto i suoi obiettivi? All'improvviso si sentì svanire, come se d'un tratto la sua vita intera e il suo stesso presente avessero perso peso e consistenza. Solo la rabbia che aveva preso a scorrerle come un fiume avvelenato nelle vene le confermava di non essere sparita del tutto dalla faccia della terra.
Cercò di controllarsi. Liquidò Francesca dopo una rapida occhiata alla pelle del viso, dicendo che la trovava perfettamente ristabilita, ancora più luminosa del solito («merito dei nutrienti contenuti nello shake», puntualizzò meccanicamente); e con la scusa di aver preso un appuntamento con un'altra cliente dall'altra parte della città si defilò in un baleno.
Nei mesi successivi Daria riapparve in casa di Francesca solo saltuariamente, quando la ragazza − che nel frattempo aveva cominciato a consumare lo shake per colazione, dopo aver scoperto che con l'aggiunta di un cucchiaio di cacao in polvere e di 5 o 6 biscotti alla mandorla sbriciolati, l'impasto non era niente male − esauriva le scorte del prodotto. Ogni volta appariva sempre più magra e nervosa e, di conseguenza, le rughe ai lati della bocca si erano fatte ancora più profonde: aveva provato a contrastarle con continui impacchi di Nutrition Creme di Bioline, ma senza risultati e questo non aveva fatto che accrescere la rabbia contro se stessa e la delusione verso i prodotti in cui aveva riposto la sua ragione di vita.
Un giorno il suo tutor Bioline la chiamò a telefono.
«Ti ho visto da lontano stamattina, nella nostra sede. Sei diventata una larva. Si può sapere cos'hai?».
Daria balbettò, mentendo, che il suo peso era rimasto lo stesso e che si sentiva più in forma di sempre.
«Se dimagrisci troppo non puoi trasmettere ai clienti un'immagine di salute. Ricordatelo», la avvertì il tutor come se non avesse neanche sentito la risposta di Daria. «Forse è per questo che c'è stato un vistoso calo nel tuo portafoglio clienti», aggiunse severamente.
«Ma si tratta di un calo fisiologico. Siamo alla fine dell'estate, gli sforzi della gente per ritornare in forma si concentrano in primavera, lo sai meglio di me», rispose Daria sforzandosi di apparire ancora padrona della situazione.
«Già, ma il tuo è stato il calo più evidente tra tutti i miei venditori», replicò l'uomo con fermezza.
Daria non rispose. Era vero: di clienti nuovi ne aveva agganciati pochissimi negli ultimi mesi, e quasi tutti quelli vecchi avevano ridotto i consumi dei prodotti Bioline.
«Prendi ad esempio la numero 46: consuma solo lo shake. Ti sembra normale?»
«Oh ... lei è allergica al trattamento viso. Non fa testo», rispose Daria imbarazzata.
«E il trattamento corpo? Non glielo hai proposto?», la incalzò il tutor.
Daria ci pensò un attimo. «Effettivamente no. Ma, se posso confessarti la verità, con lei – ecco, solo con lei – non riesco a lavorare bene. È troppo sincera con me: individua tutti i punti critici del mio fisico e me li fa notare – certo, con delicatezza, devo ammetterlo, e senza alcun secondo fine – ma ti assicuro che la situazione è diventata insostenibile. E siccome è una cliente, non posso mettermi in urto con lei e ribattere liberamente alle sue osservazioni».
La voce del tutor si fece sprezzante.
«Lei fa quello che dovresti fare tu. Colpire i clienti nei loro punti deboli e manipolare il loro senso di colpa è il tuo lavoro. È questo che ti è stato insegnato durante gli stage di formazione. Come hai potuto lasciare che i rapporti di forza si ribaltassero in questo modo?».
Daria tentò di giustificarsi. «Cerca di metterti nei miei panni, ti prego. Pensa che l'ultima volta mi ha detto "Sai, il tuo viso si sta riempiendo di rughe d'espressione. Sta diventando intenso, bellissimo, sembra uno dei ritratti di ....", e qui mi ha fatto il nome di un certo Devans, o Evans, non ricordo bene, ha detto che è il fotografo della Grande Depressione americana. Secondo lei, lui si sarebbe innamorato a prima vista del mio viso. Capisci? Per lei era un complimento! Io invece sono tornata a casa e mi sono cosparsa di maschera Nutrishock Intensive di Bioline, quella al siero di vipera, ma mi sono vista più vecchia di prima».
«Tu non hai abbastanza fede nei prodotti Bioline e negli splendidi effetti che i nostri trattamenti hanno avuto su di te. È questo il tuo problema fondamentale», concluse l'uomo seccamente.
«No, te lo giuro, non è così ...», piagnucolò Daria. «Per me questo non è mai stato un semplice mestiere. Ci ho messo tutta me stessa. Lo sai. Solo, ti prego di una cosa: affida la 46 a qualche altro presentatore. Dammi un po' di tempo per recuperare le forze e vedrai che non mi farò più trascinare in una situazione simile, da nessun altro cliente».
Il tutor ci pensò un attimo prima di rispondere.
«Va bene. Ma è la tua ultima possibilità».
«Dunque Lei è soddisfatta di come si è comportata con quella donna».
La voce di Veroli risuonò imperturbabile nello studio, ma Francesca ne intuì tutta la nascosta disapprovazione.
«Ho semplicemente fatto a Daria quello che lei voleva fare a me: trasformarmi in una schiava dell'Essere di Parmenide, incarnato nei prodotti Bioline», rispose risoluta. «Ora è Daria ad essere completamente schiacciata dall'Essere, mentre io sto cominciando a liberarmene».
«Perché, che fine ha fatto quella donna?», chiese Veroli preoccupato.
«Non lo so esattamente. È stata sostituita per motivi di salute da un altro venditore, che però è stato molto reticente con me, sull'argomento».
Veroli si alzò dalla sua poltrona e si affacciò pensieroso alla finestra.
«Non si preoccupi», cercò di rassicurarlo Francesca, «Daria era già un suddito dell'Essere prima di conoscermi, solo che prima era anche un suo sicario. Io l'ho semplicemente disarmata. Ora non andrà più in giro a suscitare un senso di inferiorità nei poveri sprovveduti».
«Non era questo il parricidio che Le chiedevo di compiere», mormorò Veroli con la faccia rivolta alla finestra. «Lei non aveva il coraggio di uccidere Parmenide dentro di sé, e allora ha deciso di scaricare su un'altra vittima dell'Essere tutta la frustrazione che provava verso se stessa. Ma in questo modo ha soltanto spostato il problema. Senza considerare, poi, che Parmenide è uscito rafforzato da questa vicenda: in Lei è rimasto intatto, mentre a Daria ora sta divorando le carni. Ed è stata Lei, con le Sue stesse mani, a condurre sull'altare dell'Essere quella povera donna, perché si compisse l'ennesimo sacrificio umano».
Francesca ascoltava attentamente la ricostruzione di Veroli. A tratti sembrava persino annuire alle sue parole.
«Vede, dottore, io so bene che dentro di me c'è ancora un mastino assetato del mio sangue. Ma quello che voi psicologi non riuscirete mai a capire, intrisi come siete di principi cristiani in brodo laico, è che per una vittima come me diventare carnefice – così a freddo, deliberatamente, almeno una volta nella vita – è un passaggio indispensabile, addirittura un esercizio spirituale: significa prendere coscienza della propria forza, ribellarsi contro la propria passività. Significa togliere linfa
all'autocommiserazione e diventare adulti, finalmente».
Veroli rimase sorpreso.
«Lei non è una vera vittima, Francesca ... Ha uno spirito critico, è caustica. Dentro di Lei c'è già installato un antivirus: bisogna solo farlo funzionare correttamente».
Francesca ridacchiò.
«E va bene. Se, secondo Lei non sono una "vittima", allora diciamo che quantomeno sono una "subordinata". E poco importa se il mio padrone, l'ideale di perfezione, è innanzitutto interiore, piuttosto che esterno. Per una volta ho voluto vedere cosa si prova a stare dall'altra parte, a impugnare io il coltello e puntarlo alla gola di qualcuno così come il mio padrone fa con me».
«Immagino che sia per questo che Lei non si è limitata a declinare gentilmente ma fermamente le proposte di vendita di Daria».
«Esatto».
Con un'espressione assorta, Veroli tornò a sedersi sulla sua poltrona e per qualche secondo ancora continuò a meditare in silenzio sulle parole della ragazza, con i gomiti sui braccioli e le mani intrecciate sotto il mento.
«È sicura che in questo crudele allenamento al dominio Lei stesse veramente dall'altra parte, come sostiene? O non era piuttosto ancora una volta subordinata al Suo padrone? L'ideale di perfezione, mia cara, si presenta sotto molteplici spoglie, e la brama di potere è una delle sue incarnazioni sempre attuali. Essere perfetti, nella logica del mondo, significa, appunto, stare dall'altra parte, mostrare i canini, nascondere le proprie debolezze: in breve, non lasciarsi sopraffare (quante volte avrà sentito in giro questa frase?). Lei ha sposato questa logica quando ha deciso di torturare Daria».
Francesca ebbe un cedimento nello sguardo.
«E comunque», continuò Veroli, «anche volendo ammettere che l'uso della forza (ma io preferirei dire della violenza, nel Suo caso) abbia rappresentato uno snodo importante nella Sua vita, deve sapere che Le resta un altro "esercizio spirituale" da compiere, senza il quale il Suo cammino di liberazione resterebbe a metà».
«Quale?», si affrettò a domandare Francesca.
Veroli le sorrise con affetto.
«Non posso dirlo. Dovrà scoprirlo da sola».
Per due settimane, Francesca saltò i suoi appuntamenti con Veroli e si intestardì a trovare da sola la via d'uscita che il suo terapeuta si era rifiutato di rivelarle. Furono giorni di meditazione continua, ma senza esito, in cui nella mente della ragazza si alternarono le ipotesi più drastiche (autopunizioni, penitenze corporali, ecc.) che però, fortunatamente, il suo orgoglio si rifiutava di praticare e che Veroli, dal canto suo, non avrebbe mai avallato.
Poi una notte fece un sogno.
Si trovava con Daria in un luogo imprecisato, e sentiva qualcosa di disgustoso agitarsi spasmodicamente nella sua bocca: non sapeva cosa fosse, ma riconosceva un battito di ali rapidissimo contro il palato e un paio di zampette dentate che le arpionavano la lingua. Avrebbe voluto disperatamente urlare, chiedere aiuto ed espellere quel flagello dalla bocca, ma le labbra erano come incollate e dalla gola le uscivano solo mugolii appena percepibili. Daria, che le stava di fronte, la guardava con occhi vuoti e le braccia appese lungo il corpo denutrito, malvestita e scalza, senza la forza di muovere un solo passo verso di lei.
Poi, un conato di vomito spalancò di colpo le labbra di Francesca e una cavalletta verde le cadde sul palmo della mano. Al solo vederla, Daria sembrò rifiorire e con gli occhi umidi di commozione le strappò l'insetto dal palmo e lo schiacciò ridendo sotto i piedi nudi.
Al risveglio, Francesca passò un'ora, rigirandosi sotto le coperte, a cercare di capire il significato di quel sogno. Alla fine decise che il senso poteva essere soltanto uno: quello che Veroli le aveva detto di cercare.
Prese il telefono e compose il numero di Daria.
«Pronto?», fece una voce fiacca.
«Daria, sei tu? Sono Francesca».
«Oh, ciao», rispose la voce con un misto di esitazione e sospetto.
Francesca si fece coraggio.
«Ascoltami: hai tempo? Devo confessarti una cosa».