| In morte di Sara |
![]() Il volantino era firmato Brigate Rosse.
I carabinieri lo trovarono sul fondo di un secchio dell'immondizia agganciato ad un palo in una via buia dell'Esquilino, come segnalato da una telefonata all'Ansa: un comunicato di due pagine contenuto in una busta gialla, in cui si rivendicava il ferimento della "spia" Minghetti, l'operaio comunista dell'Autovoc gambizzato quella mattina stessa per avere denunciato alla direzione i presunti terroristi del suo reparto. «Sappiano i lacché berlingueriani che non ci saranno sconti per chi si macchia di tradimento di classe», era la chiusa del comunicato. Stretto in mezzo al gruppetto di curiosi che si passavano le informazioni sul volantino strappate ai carabinieri, Piero ascoltava in silenzio quel brusio pensando a Minghetti, suo compagno di sezione, che ora rischiava di rimanere zoppo per il resto della vita: proprio non riusciva a considerare un lacché uno come lui, che una volta aveva alzato le mani su un dirigente deciso a forzare con la macchina un picchetto di sciopero.
Osservò il secchio dell'immondizia che i lampeggianti illuminavano a intermittenza con brusche sciabolate di luce. Di ritorno dall'università, Piero si era fermato davanti a quella pattumiera semivuota vicino casa sua, nella zona meno frequentata del quartiere, e vi aveva gettato tutte le carte di caramelle che aveva l'abitudine di conservare in tasca. Era bastato il tempo di salire a casa, farsi una doccia e ripassare davanti a quel secchio per ritrovarlo circondato dai carabinieri, colmo della busta gialla e dei fogli di giornale con cui i terroristi l'avevano occultata.
"Sono dappertutto", pensò. E l'alito di vento che serpeggiava per le vie del quartiere gli sembrò il respiro di una presenza estranea che ancora ansimava nei paraggi.
Si infilò nella sua vecchia Seicento parcheggiata poco distante, e avviò il motore con la fronte aggrottata. Le parole del volantino continuavano a ronzargli nella mente e il muscolo della guancia destra si contraeva con nervosa regolarità, come accadeva sempre quando era preoccupato.
Dopo aver attraversato la città deserta si addentrò per le strade educate di un quartiere della Roma bene, dove Sara abitava assieme ai suoi. Lei lo aspettava sotto il portone di casa coi lunghi riccioli biondi sciolti sulle spalle. Nel fondo dei suoi occhi verdi, dietro un'espressione di inerme abbandono, vibrava sempre l'ombra di una disordinata vitalità.
Alla vista di Sara, la tensione di Piero si allentò senza svanire, e andò a rannicchiarsi tra le pieghe della sua flemma di sempre, appena ravvivata da un sorriso sornione.
«Perché non mi hai aspettato su a casa?» domandò mentre Sara entrava in macchina.
«Per pensarti in solitudine» gli rispose lei dopo averlo baciato sulla bocca.
«È una bugia inutile», osservò Piero con indulgenza. «Non ci vuole molto a capire che i tuoi non mi possono vedere».
«E allora era inutile anche la tua domanda» replicò lei bruscamente, ma con gli occhi bassi e una nota di tristezza nella voce.
Il padre di Sara, Attilio Leoni, stimato penalista della Capitale vicino alla Dc, non aveva mai perso l'occasione per riservare un'accoglienza glaciale al ragazzo della figlia, uno studente di periferia, che per vivere faceva il cameriere nei fine settimana e per giunta militava nel Partito comunista. Dopo qualche iniziale tentativo di forzare un avvicinamento tra i due, Sara aveva deciso in cuor suo di lasciar perdere e di frequentare Piero clandestinamente; ma poiché non era impermeabile al giudizio degli altri, e soprattutto dei suoi genitori, portava avanti il suo legame con sofferenza.
«Hai letto il mio racconto?», gli chiese mentre Piero ripartiva.
«Certo. Ieri sera».
«E... cosa ne pensi?» gli chiese timidamente.
«Bellissimo».
«Tutto qui?».
«E non ti basta? Se cercavi un critico letterario non dovevi metterti con uno studente di Economia» rispose Piero con un tono dolcemente canzonatorio.
Lei lo guardò con un senso di impotenza.
«Credi che scrivere sia un gioco, per me, vero? Il capriccio borghese di una ragazza di buona famiglia che si trastulla con la scrittura e il movimento studentesco. Perché invece non li stronchi, i miei racconti? Sarebbe meglio. Almeno non mi sentirei come quelle porcellane di Capodimonte che mia madre tiene chiuse dietro la vetrinetta del salotto».
Lui capì di averla ferita inavvertitamente e si sciolse: «Perdonami ... Davvero, non volevo offenderti. È che tu sei sempre alla ricerca di qualcuno che ti dica chi sei e metta ordine nella tua testa. E invece io non cambierei niente di te, nemmeno la tua insicurezza. Passerei la vita a contemplarti e a succhiarti la linfa come un parassita». Sorrise mentre la sua mano affondava dolcemente tra i lunghi fili di seta dei capelli di Sara. «Credimi, sei tutt'altro che un soprammobile. Piuttosto sembri la rapida di un fiume».
Sara non parve del tutto soddisfatta del ritratto appassionato che lui le stava facendo. Ma preferì sorvolare, senza aprire altre discussioni. «Scusami anche tu», gli disse, «ma questa sera vuoi sembrare leggero a tutti i costi e finisci solo con l'essere provocatorio. C'è qualcosa che non mi hai detto?».
Lui si sentì scoperto.
«No, nulla. È solo che l'aria di questa città si è fatta irrespirabile», le rispose sbrigativamente, pigiando sull'acceleratore.
Quella notte di settembre, sui prati di Montalto di Castro si svolgeva una festa di massa organizzata dal Movimento. Piero e Sara vi giunsero verso mezzanotte, quando lungo la distesa già guizzavano le fiamme dei tanti piccoli falò attorno ai quali i ragazzi si riunivano a gruppi. Una ragazza sui trampoli, accompagnata da un clown con una parrucca riccioluta ed una bombetta in mano, pencolava da un falò all'altro imitando la voce querula dei questuanti e implorando i ragazzi divertiti di contribuire ad una colletta per sostenere l'occupazione del "Parini"; un ragazzo aveva allungato qualche spicciolo nella bombetta rovesciata e il clown si era lasciato cadere in ginocchio davanti a lui, afferrandogli la mano e leccandogliela avidamente sul dorso e sul palmo, mentre quello cercava di divincolarsi ridendo disgustato. Poco più in là, un gruppo di ragazzi e ragazze con cappelli a punta da strega e una rosa di carta al collo aveva improvvisato un girotondo scandendo in coro "riprendiamoci la notte"; poi si erano accasciati gli uni sulle altre, sfiniti e sudati, vicino ad un falò dove un uomo di circa trent'anni, in compagnia di un ragazzino, stava infilando uno straccio in una bottiglia vuota. «Ehi, fate piano!» urlò l'uomo ai ragazzi che gli erano quasi finiti addosso. Poi, riprendendosi, tornò a parlare col ragazzino che lo fissava attento: «Volendo, si può usare anche il fosforo bianco. È una garanzia in più».
Il gruppo di amici di Piero e Sara quella sera era il più affollato, ma anche il meno rumoroso di tutti. Erano assorti in una discussione e quasi non li salutarono al loro arrivo.
«Io non sono più sicuro di nulla», stava dicendo Francesco, il più anziano di loro. Aveva lo sguardo sfuggente e non faceva altro che spegnere e riaccendere il suo Bic arancione.
«E allora i tuoi dubbi portali nel gruppo» gli rispose Anna, che era entrata nel Movimento solo da poco tempo. «Vedrai che si scioglieranno». Nei suoi occhi neri sgranati riluceva un ottimismo inflessibile, che ispirava ai compagni un benevolo senso di protezione nei suoi confronti.
«È proprio questo il problema», rispose Francesco, lasciando cadere a terra il suo accendino. «Noi passiamo in gruppo la maggior parte del nostro tempo. Pensiamo in gruppo, parliamo in gruppo, trascorriamo la notte insieme. Non abbiamo più una vita interiore. E seppure ce ne è rimasta un po', ci sentiamo in colpa per non poterla condividere con i compagni». Mentre parlava, con un ramoscello di legno secco disegnava nervosamente cerchi e spirali sulla terra umida della notte.
«Io non so nemmeno cosa sia la vita interiore» ribatté Andrea, che proveniva dagli Indiani metropolitani. «Anzi forse lo so: è quando mi chiudo in bagno tutte le mattine puntualmente alla solita ora...» T
utti risero.
Poi, nella pausa di silenzio che seguì la battuta di Andrea, si fece largo una voce femminile un po' impastata, come se non avesse ancora preso la parola fino a quel momento.
«La vita interiore è un concetto cristiano-borghese. Somiglia troppo alla coscienza, che è la voce del gregge in noi, come diceva Nietzsche ».
«Lei è Giulia», disse Anna presentando la ragazza che aveva appena parlato a Piero e Sara, che non l'avevano mai vista prima pur avendola sentita nominare spesso dai compagni del Movimento.
Giulia aveva venticinque anni e una lunga militanza alle spalle, prima in Potere operaio e poi nel Comitato comunista di Centocelle, dove aveva partecipato all'organizzazione degli attacchi alla sezione missina del Prenestino e di una spesa proletaria di massa in un supermercato di Torrevecchia, coinvolgendo nell'azione le famiglie del quartiere. Quando Lotta continua aveva dato il via all'occupazione dei palazzi sfitti nella borgata di San Basilio, era intervenuta anche lei, assieme ai compagni del Comitato, a scontrarsi con i celerini. Negli ultimi tempi era apparsa saltuariamente in alcuni collettivi femministi, ma nulla sembrava appassionarla più delle lotte di quartiere che costruivano il contropotere sul campo, palmo a palmo.
Di tutto questo, però, non si leggeva traccia sulla superficie tersa della sua fronte, che si aggrottava solo nella foga dei dibattiti, quando tra le sopracciglia comparivano due solchi gemelli, intrepidi come artigli. Al di fuori dei momenti di discussione, dove baluginava la furia di cui Giulia sapeva essere capace, niente sembrava smuovere la sua trascendenza: le esperienze vissute cadevano addormentate in lei, sepolte per sempre in un non-luogo, come un avanzo di naufragio nel ventre del mare.
Ciò non toglie che fosse possibile, e persino gratificante, stabilire un contatto con lei, come raccontavano i suoi amici del Movimento. Nei confronti di coloro che si lasciavano affascinare dal suo nichilismo, Giulia sapeva anche essere generosa; e il suo giudizio critico, normalmente affilato, diventava improvvisamente più tollerante e benevolo, come un cane feroce che, ammansito da un pezzo di carne, smette di colpo di latrare.
«Bisogna estirpare la coscienza. Fa da freno alla rivoluzione», continuò Giulia, raccogliendo da terra il Bic di Francesco per accendersi una sigaretta.
«Già. L'azione rivoluzionaria dovrebbe essere il nostro unico obiettivo» intervenne Valerio, che prima di cominciare a scrivere per Lotta continua aveva frequentato per anni i cattolici del dissenso. «E invece c'è ancora chi passa il tempo a guardarsi allo specchio», continuò rivolgendosi a Francesco. «Sei semplicemente patetico. La terra è piena di dannati, e tu che fai? Pensi alla tua interiorità. Non sei nient'altro che un piccolo borghese individualista». Le sue ultime parole sgorgarono sospinte da una strana voluttà, come se Valerio fosse posseduto da un verbo non suo, di cui si sentiva un semplice portavoce, ma anche l'emissario prescelto.
«Ma se non ascoltiamo la coscienza, chi ci dirà cosa è da distruggere e cosa è da salvare?» riprese Francesco pensoso, come parlando solo a se stesso. «
Niente è da salvare. Nemmeno noi stessi. Anche noi siamo un prodotto del sistema, e quindi infetti come tutto il resto», disse Giulia con voce calma e perentoria. «Noi siamo la polvere che si deposita negli ingranaggi e li fa saltare. Ma il crollo del sistema trascinerà via anche noi. Solo allora verrà l'uomo nuovo».
«Cristo, parli come un frate predicatore», rise Andrea. «Sei pronta per le Brigate Rosse, ormai». Sapeva che Giulia considerava gli Indiani come una specie di scapestrati chierici vaganti, perciò non poteva fare a meno di pungerla, ogni tanto. «Le Brigate rosse rappresentano una fuga in avanti rispetto alle istanze più profonde del Movimento», gli rispose Giulia stizzita, senza neanche guardarlo in faccia. «
A proposito di Brigate Rosse... ma tu non sei un compagno di sezione di quello che hanno gambizzato stamattina davanti ai cancelli dell'Autovoc?» chiese Andrea rivolto a Piero.
«Si, lo conosco bene», rispose lui seccamente, infastidito al pensiero che Sara scoprisse in quel momento, nel peggiore dei modi, quello che per tutta la serata lui le aveva tenuto nascosto.
La reazione di Sara non si fece attendere.
Prese Piero per mano trascinandolo in disparte, lontano dai compagni che avevano ripreso a discutere di rivoluzione e illegalità di massa.
«Perché non mi hai detto nulla?», gli domandò, più delusa che offesa.
«Perché vorrei tenerti fuori da tutto questo», rispose Piero con un tono protettivo.
Sara lo fissò con commiserazione. «Non capisci che l'unica paura che ho è proprio quella di restare fuori da tutto questo?».
E voltandogli le spalle se ne tornò dai compagni, andando a sedersi tra Francesco e Giulia, che in quel momento stava ravvivando il fuoco del falò con un attizzatoio.
"È solo una serata storta", si disse Piero scartando una caramella.
Quella notte, Sara e Giulia non smisero un attimo di parlare tra loro.
L'amicizia tra le due ragazze, nata davanti a quel falò e destinata a rafforzarsi nei mesi successivi, all'inizio apparve ai compagni come un fatto inspiegabile. Sara e Giulia avevano ben poco in comune oltre al fatto di essere entrambe studentesse di Lettere moderne, e denunciavano la loro diversità fin dall'aspetto: Sara era pallida, slanciata come una betulla, e possedeva la grazia di un'imprendibile ninfa. Aveva due seni acerbi che la inchiodavano ad un'eterna adolescenza ed un sorriso pronto e irresponsabile, che spariva bruscamente quando, in genere con eccessivo ritardo, si accorgeva di aver mal riposto la sua fiducia in qualcuno. Giulia, invece, non sorrideva quasi mai e conservava sempre un'espressione seria e adulta, pur non sembrando né infelice né sola. Una massa di capelli neri le incorniciava il viso olivastro in cui, sotto le ali corvine delle sopracciglia, stavano di vedetta due occhi incantevoli, ma scuri e freddi come una notte polare. Le sue forme, piene e sinuose, erano come inumate sotto lo strato spesso di vestiti sformati o più grandi della sua taglia con cui Giulia amava coprirsi. Eppure, la sua bellezza penitenziale era proprio ciò che aizzava, anziché deprimerlo, il senso di sfida e di conquista dei compagni, soprattutto di quelli che, non riuscendo a cogliere l'intelligenza di Giulia, non ne erano affatto intimoriti. E non mancavano quelli disposti a sostenere che, nonostante la bellezza indiscussa di Sara, tra le due fosse Giulia quella veramente attraente.
Anche nel carattere, le due ragazze non potevano essere più distanti l'una dall'altra. Mentre Giulia era assertiva, e dalla sorda antipatia suscitata a volte dalla sua schiettezza sembrava trarre la luminosa conferma di essere nel giusto, Sara ciondolava sempre tra giudizi opposti, e, sospinta dalla sua curiosità, ci metteva mesi per formarsi un'opinione solida, senza avere mai la certezza che fosse veramente la sua. Nel Movimento, ci era entrata senza riserve e con un entusiasmo tale che i compagni le perdonavano persino la sua relazione con quel "piciista" di Piero (che alle spalle chiamavano "Leporello", come il servo vessato dal gaudente Dongiovanni, alludendo alla politica berlingueriana dei sacrifici che secondo loro serviva solo a pagare il caviale dei padroni); anche qui, però, stentava a trovare una collocazione definitiva, e vagava tra gli Indiani e le femministe, non nascondendo una certa attrazione per la rabbia romantica di quelli di Aut. Op. con la P38 in mano. Giulia, invece, non sopportava la mania degli autonomi di portare lo scontro armato in piazza sempre e comunque; però li frequentava, come del resto faceva con quasi tutti i gruppi del Movimento, pur senza appartenere stabilmente a nessuno di essi: per questo motivo, sia lei che l'amica agli occhi dei compagni risultavano un po' sfuggenti; ma mentre Sara lo era inconsapevolmente e rotolava da un punto all'altro come un ombrello colorato portato dal vento, Giulia dava l'idea di sapere benissimo cosa voleva, e in un mondo che sembrava correre rapidamente verso lo schianto, lei pareva inafferrabile semplicemente perché era ferma.
A dispetto di tutta la loro incompatibilità, tra Giulia e Sara scattò un interesse reciproco fin dall'inizio. Cominciarono ad incontrarsi a Lettere, tra un'assemblea e l'altra, e se la giornata era tiepida andavano a sedersi su una panchina sotto i platani dell'università, discutendo per ore di uomini, donne e rivoluzione. Giulia parlava poco, soprattutto di se stessa, ma ogni volta che apriva bocca le sue parole disegnavano sentieri impensati, a volte impraticabili, che riuscivano sempre ad imporsi con la loro potenza visionaria. Nei confronti di Sara si era mostrata da subito insolitamente materna, persino indulgente verso quei difetti che l'altra non sapeva perdonarsi – la confusione, l'indecisione, l'incertezza; "E' il prezzo che paghi per la tua vitalità", le ripeteva con aria benevola. A volte, però, era la stessa travagliata intensità dell'amica a procurarle un certo turbamento: questo le accadeva soprattutto quando Sara la fissava con gli occhi lucidi di trasporto e di gratitudine per la loro amicizia, divenuta l'unico punto fermo della sua vita; allora Giulia di colpo distoglieva lo sguardo, o addirittura arrossiva, come se per qualche oscura ragione quell'espressione di innocenza sul viso dell'amica le fosse intollerabile.
A Sara, queste effimere timidezze di Giulia non creavano alcun imbarazzo di riflesso. Anzi, la rendevano più disinvolta, più disposta ad aprirsi con quella strana ragazza che sembrava poter vivere solo di se stessa. E così, nel giro di pochi giorni dal loro primo incontro, Sara le aveva già raccontato la sua vita quasi per intero: la sua difficile storia con Piero, la sua passione per il Movimento, le assemblee, i dibattiti dove ci si diceva la verità a muso duro; non come nella sua famiglia, dove suo padre non aveva bisogno di parlare per farle pesare il suo giudizio: gli bastava far finta di non aver visto né sentito continuando a sfogliare in un silenzio imponente uno dei suoi volumi di diritto penale perché Sara sentisse la sua disapprovazione infilarsi sotto pelle e scorrerle per tutto il corpo come una tossina.
«Mio padre non ha mai avuto grandi ambizioni su di me» confessò un giorno Sara, mentre Giulia, sdraiata sulla panchina ad occhi chiusi, si consegnava ai raggi di un pallido sole invernale. «Lui si sarebbe accontentato di vedermi lavorare in banca, ma io non ne ho voluto sapere del posto fisso, del guadagno sicuro. Non mi ci vedo a marcire in un lavoro ripetitivo, a subire le decisioni dei capi come una squallida impiegata qualsiasi...». Era sicura che, su questo, Giulia le avrebbe dato ragione.
«Voi che la pensate così diventerete padroni peggiori di quelli che abbiamo oggi», le rispose Giulia a sorpresa, drizzandosi a sedere sulla panchina per guardarla negli occhi. «Pur di non chinare la testa ad un superiore, metterete su un'impresa per conto vostro. E siccome disprezzate il lavoro salariato, toglierete ai vostri dipendenti anche le minime garanzie, persino lo stipendio regolare. Tanto, per voi, ciò che importa è liberare la vostra creatività. Anche a scapito di ogni altro dovere».
Sara rimase incredula. Era la prima volta che Giulia le parlava con tanta durezza; e il fatto che non ci fosse acredine o risentimento in quelle parole, ma solo un tono vitreo e impersonale, la colpì ancora di più. "Dev'essere questo ciò che chiamano rigore morale", rifletté. "Affondare la lama nella carne degli altri senza compassione, come fa l'assassino, ma con la buona coscienza del chirurgo che ha una vita da salvare". E pensando al volo alto e inesorabile di cui era capace la mente di Giulia, si rese conto di quanto doveva averla tediata in quegli ultimi mesi con la pigolante banalità dei suoi problemi personali. Come aveva potuto pensare che i suoi dissidi interiori potessero essere anche solo lontanamente interessanti per una come lei?
«Non capisco cosa ci trovi in me», le disse infine con un sorriso dolente. «Io non ho niente da offrirti. Perché continui a vedermi?».
Fu allora che la fermezza nello sguardo di Giulia si incrinò improvvisamente, come se quelle parole avessero trovato il punto di rottura del cristallo nero dei suoi occhi. «Perché disprezzi te stessa. E questo mi piace» le rispose carezzevole. «Voglio dire, è il principio di ogni cosa». Nel suo sguardo ora c'era un sorriso compiaciuto e sulle ciglia foltissime crepitavano gli ultimi raggi di sole della giornata. Poi, avvicinando il viso a quello di Sara, la baciò a lungo sulla bocca.
Dopo quella notte a Montalto, Piero non era quasi più riuscito ad incontrare la sua ragazza da solo: tra assemblee e manifestazioni, il tempo che lei riusciva a dedicargli si era decisamente ridotto. E poi c'era Giulia: sempre al fianco di Sara, all'università ma anche a casa di lei, dove veniva accolta con favore dai suoi genitori alla perenne ricerca di in un diversivo che potesse allentare la elazione della figlia con Piero. Era anche capitato a volte che uscissero in tre, a passeggiare per le stradine di Trastevere, ciondolando da un bar all'altro tra una cioccolata calda e un caffè; ma la situazione si era ben presto rivelata intollerabile, specialmente per Piero, dinanzi al quale Giulia diventava provocatoria e non perdeva occasione di incalzarlo sulle questioni politiche; lui, dal canto suo, reagiva tirando fuori alcuni dei luoghi comuni più banali sulle donne, e così finiva per irritare più Sara che l'amica.
Per recuperare terreno, un giorno Piero chiese a Sara dei suoi racconti mentre mangiavano un panino seduti sui gradini d'ingresso all'Aula Magna dell'università.
«Non li scrivo più. Giulia mi ha detto che erano insulsi», gli rispose lei con indifferenza.
Piero tacque per qualche istante, perplesso.
«E tu ci credi?», le domandò infine.
«Certo che ci credo. Che motivo avrebbe per dirmi una bugia? Se mi avesse detto il contrario, invece, avrei sospettato che stava mentendo». Nella voce di Sara c'era una nota di allegria, come se il responso dell'amica, anziché abbatterla, l'avesse finalmente liberata da un peso.
«Ma chi è lei per dirti cosa fare o non fare?», sbottò Piero.
Sara gli rispose di getto, senza guardarlo in faccia. «Una che ha passato la vita a dare battaglia per le strade, combattendo in prima persona, a differenza di me. E anche di te». «
Già, dimenticavo che per te il coraggio si misura con la spesa proletaria o col lancio del sampietrino, vero? Ma quella non è lotta politica, è solo trasgressione».
Lei si girò verso di lui pronta a reagire, ma qualcosa la trattenne e scoppiò in una fragorosa risata. «Hai una macchia di maionese sulla punta del naso...» gli disse guardandolo come fosse un clown.
Con l'indice destro lo pulì dalla chiazza, avvicinandogli il dito alla bocca perché lui lo succhiasse come in un innocente gioco tra bambini.
Piero obbedì malvolentieri, seccato da quell'intimità infantile, senza traccia di desiderio, che lei gli stava offrendo.
«Hai ricominciato a rosicchiarti le unghie», osservò poi con aria preoccupata stringendole il dito che aveva appena succhiato, dove l'unghia mangiata aveva messo a nudo un intero lembo di carne. Lei ritirò istintivamente la sua mano da quella di lui, nascondendola nella tasca dei jeans. «È più forte di me, lo sai...», rispose cercando di minimizzare la ricomparsa della sua vecchia abitudine. Ma a Piero quel rapido ritrarsi della mano non sfuggì e gli parve un segno. "C'è qualcosa che mi nasconde", pensò; ma preferì chiudere a chiave il sospetto in uno scantinato del suo cervello.
Poi, un giorno, accadde quello che non avrebbe mai voluto scoprire.
Era una settimana che non vedeva Sara. "Dovrei anche seguire le lezioni, qualche volta", aveva risposto seccamente lei al telefono, quando Piero aveva insistito per incontrarla. "E allora vediamoci all'università, alle cinque in punto. Fatti trovare in cima alla scalinata d'ingresso". La sua determinazione aveva stroncato sul nascere l'intenzione di lei di rimandare l'appuntamento.
Quando Piero arrivò dinanzi alla facciata della facoltà, con qualche anticipo rispetto all'orario fissato, trovò Sara sdraiata su una panchina in fondo alla scalinata, con in mano un libro che leggeva a voce alta. Seduta affianco a lei, Giulia le teneva la testa appoggiata sulle sue gambe e annuiva soddisfatta alle parole che ascoltava. Tutta presa dalla lettura, Sara non si accorse che Piero si stava avvicinando, ma Giulia sì; e guardandolo dritto negli occhi con un piglio sfrontato cominciò ad accarezzare le guance e il collo dell'amica con una lentezza interminabile, oscena, mentre Sara, a quel tocco familiare, rispondeva con un sorriso smaliziato.
Il cuore di Piero cominciò a battere all'impazzata.
Arrivato dinanzi alla panchina, prima che Sara capisse cosa stava accadendo, la agguantò per un polso, e senza dire una parola la costrinse ad alzarsi, mentre Giulia con calma sfacciata le diceva «Vai pure. Io ti aspetto qui».
Lui la fulminò con lo sguardo, ma non le disse nulla. Imboccò a grandi passi il viale dei platani, trascinandosi dietro Sara recalcitrante. Nel vedere quella scena, alcune femministe che sedevano in cerchio su un'aiuola gli gridarono dietro «Maschio represso, affogati nel cesso!». Ma lui non se ne accorse nemmeno. Il suo unico pensiero era chiarirsi con Sara al più presto, per ritrarsi in tempo dal precipizio che improvvisamente si era spalancato dinanzi ad entrambi.
Raggiunto il retro di un magazzino basso e malandato dove nessuno poteva sentirli, afferrò la ragazza per le braccia.
«Pensi di amarla?» le chiese sforzandosi di trattenere la collera.
Sara distolse lo sguardo senza dire nulla.
«Pensi di amarla?» le ripeté urlando e scuotendola vigorosamente. «Dimmelo!».
Lei continuava a non rispondere. Sulla sua fronte aggrottata si intravedeva un rovo di mille pensieri oscuri che si sbarravano l'un l'altro il cammino alle parole.
Piero la scrutò ancora qualche istante, in silenzio, e alla fine credette di capire.
«No, tu non l'ami. Ne hai soltanto soggezione» le disse, liberandola dalla sua stretta. «E' la donna che vorresti essere e non sei. Ti stai dando a lei solo per punirti». Nella sua voce, l'onda di rabbia aveva lasciato il posto alla risacca di una tenerezza disperata.
«Cosa posso fare per te, amore mio...».
Sara si strinse nelle spalle.
«Non saprei... Io sto bene così. Quello che pensi tu non ha più importanza per me», rispose fissando con uno sguardo vuoto l'azzurro agonizzante del cielo al crepuscolo; e senza altre spiegazioni gli volse le spalle lasciandolo stordito e immobile sotto la tettoia sformata del magazzino.
"Sembrano passati i ladri...", si disse Piero rientrando a casa.
Nel suo appartamento, in verità, non c'era nulla che fosse in disordine: i libri di Marx sugli scaffali pericolanti, i vecchi manifesti elettorali del '48 appesi ai muri, la cassapanca scrostata dove teneva i suoi vestiti... tutto era apparentemente come lui l'aveva lasciato prima di andare all'appuntamento con Sara. Eppure ogni cosa gli sembrava svuotata, derubata della sua fiammella di vita propria, come se un demone sconosciuto, penetrando nell'appartamento, avesse portato via tutto lasciando di ogni oggetto solamente l'effige.
Chiuse le persiane, lasciò la luce spenta e si sdraiò sul letto. E solo allora gli sembrò che le umili cose che giacevano in quella stanza si rianimassero di una fioca, composta presenza, radunandosi intorno a lui come per una veglia.
Per due giorni visse la vita dimessa degli oggetti, col telefono staccato, le persiane chiuse anche di giorno e la sua Brionvega rossa accesa a basso volume per sentirsi ancora vivo, ma non troppo: sapeva infatti che, sollecitando i sensi, avrebbe risvegliato il dolore e che, se solo avesse aperto le persiane per fare entrare la luce del sole, il ricordo del sorriso radioso di Sara, appostato là fuori, gli sarebbe saltato in faccia gridando.
Ma la tregua non durò. Di colpo, quello stesso demone che aveva trafugato la vita dal suo appartamento gliela restituì tutta in una volta, ma mutata di segno, incattivita, e un manipolo spietato di ricordi pronti ad aggredirlo andò ad acquattarsi in ogni angolo di quella casa dove Sara era stata così spesso. Il sorriso di lei cominciò a perseguitarlo: sbucava fuori dai libri in cui teneva conservata una sua fotografia, appariva all'improvviso sulla coperta rossa del letto dove avevano fatto l'amore, oppure spuntava dietro di lui riflesso nello specchio del bagno, nel punto in cui Sara si soffermava divertita a guardarlo mentre si faceva la barba. Ben presto Piero capì che la guerriglia contro i ricordi era perduta: inutile sperare di ucciderli uno ad uno, poteva solo cercare di rabbonirli convincendosi che il distacco da Sara fosse solo momentaneo e che prima o poi lei avrebbe capito, gli avrebbe chiesto di perdonarla, e la sua risata sarebbe tornata finalmente a zampillare per quelle stanze vuote.
Così, sulla scia dell'illusione, dopo tre giorni di esilio in casa propria, si riconciliò con i ricordi che popolavano il suo appartamento e si sentì persino pronto a riscattare la sua donna con qualunque mezzo.
Era una mattina di febbraio: dalla radio che bisbigliava ininterrottamente da giorni arrivavano gli echi della violenza del mondo di fuori – una brigatista uccisa in un conflitto a fuoco con i carabinieri alle porte di Roma, un giornalista dell'Unità aggredito da studenti del Movimento... E intanto l'Università era in fermento per il comizio di Luciano Lama che si sarebbe tenuto quella mattina stessa nel piazzale della Minerva.
Decise di andare a vedere di persona.
Quando varcò i cancelli della Sapienza, mancavano pochi minuti al comizio del segretario della Cgil.
Nel piazzale della Minerva si era assiepata una folla immensa di operai, militanti del PCI, ma soprattutto di studenti del Movimento; e sotto la volta metallica del cielo invernale già si svolgeva una battaglia aerea tra le canzoni operaie diffuse dagli altoparlanti e i cori studenteschi che cercavano di coprirle. L'atmosfera era guasta, satura di adrenalina, e negli animi serpeggiava la certezza di un'imminente deflagrazione: tutti avvertivano chiaramente che, salendo sul palco in circostanze del genere, il segretario sarebbe riuscito a malapena ad aprir bocca, e che la grande marea del Movimento, sommergendolo di fischi, lo avrebbe respinto a riva come un tronco spiaggiato.
Facendosi largo tra la folla febbricitante, Piero si guardò attorno in cerca di Sara, ma non riuscì a scorgerla. Vide invece alcuni dei ragazzi incontrati quella notte a Montalto: Valerio, col viso stravolto come da un delirio orgiastico, che gridava a squarciagola: «In Cile i carri armati, in Italia i sindacati!»; e poi Andrea, con la faccia dipinta a strisce rosse e bianche, nel gruppo degli Indiani che cantavano e ballavano intorno ad un fantoccio con appeso un cartello: «I Lama stanno in Tibet». Poco più in là vide anche Anna, che protestava contro un tizio con un sampietrino nascosto nella Tolfa. Stava quasi per raggiungerla e chiederle di Sara quando in lontananza notò la figura solitaria di Giulia che osservava la piazza gremita di gente dalla cima della scalinata d'ingresso a Lettere. Allora, come aizzata dal furore della folla, la rabbia che da tre giorni dormiva in lui come una bestia accovacciata ai piedi del dolore fece un balzo improvviso e divorò ogni altro impulso, persino la voglia di rivedere Sara. Sgomitando tra la gente, Piero raggiunse il bordo della piazza appena in tempo per vedere Giulia scendere rapidamente la scala e imboccare il viottolo che conduceva ai cancelli dell'Università. E senza pensarci un attimo decise di seguirla.
Appena varcata l'uscita, la ragazza si diresse verso San Lorenzo. Camminava spedita, a testa bassa, con i lunghi capelli neri bloccati da un giro di sciarpa, e non si voltava mai indietro, come se volesse allontanarsi al più presto da un luogo un po' troppo surriscaldato.
Piero la seguiva a un centinaio di metri di distanza, chiedendosi dove mai lo stesse inconsapevolmente portando: ad un appuntamento con Sara? O a casa sua? Ripensandoci, non aveva mai saputo dove Giulia abitasse, ma del resto ignorava quasi tutto di lei, tranne il suo passato di barricadera che aveva tanto affascinato Sara.
Raggiunta Piazza dei Siculi, Giulia imboccò via dei Salentini, seguendo lo stesso percorso che Piero faceva per andare a casa quando tornava dall'università. Ma arrivata nei pressi della Stazione, anziché proseguire verso l'Esquilino, si fermò ai confini di San Lorenzo dinanzi ad una palazzina dai muri scorticati con un portone di vetro e alluminio, che aprì traendo un mazzo di chiavi dalla tasca del cappotto. "È casa sua", si disse Piero mentre Giulia si chiudeva il portone alle spalle. E raggiunto di corsa il palazzo, sbirciò con un occhio attraverso la vetrata, facendo appena in tempo a vedere la ragazza entrare nell'unico appartamento a piano terra.
Sfinito dal pedinamento, Piero si appoggiò con le spalle al muro del palazzo.
"Non le farò del male", pensò. "Voglio solo spaventarla. Insegnarle il terrore. Quella bastarda deve capire cosa significa essere vulnerabili, rischiare di perdere tutto come è successo a me".
Aspettò un po' prima di suonare al citofono, perché Giulia non immaginasse di essere stata pedinata. "Penserà che sia stata Sara a dirmi dove abita", si disse scartando una caramella. Intorno a lui, c'era un silenzio innaturale: il richiamo di quello che stava accadendo alla Sapienza, poco distante da lì, aveva spopolato il quartiere dei suoi abitanti, e la luce bianca e cruda dell'inverno lo illuminava di un terreo bagliore, come una lampada al neon.
Poi, passata una mezz'ora, premette il pulsante dell'interno 1 con una scampanellata vigorosa.
Nessuno rispose.
Provò ancora, suonando più volte come un forsennato, ma di nuovo non ebbe risposta.
Alle sue spalle, però, avvertì un leggero scricchiolio in corrispondenza di una finestra dell'appartamento a piano terra, oscurata da una tapparella e affacciata sull'ingresso del palazzo.
Nascosto là dietro c'era qualcuno che lo osservava attraverso le stecche dell'avvolgibile.
«Giulia, aprimi!», disse Piero concitato avvicinandosi alla finestra. « Sara è nei guai!».
Passò qualche lunghissimo istante di silenzio. Poi sentì lo scatto del portone che si apriva.
Giulia lo attendeva dietro la porta del suo appartamento con uno sguardo interrogativo.
Senza aspettare che lei loinvitasse a entrare, Piero si infilò in casa con passo deciso. Mentre Giulia richiudeva la porta, lui cominciò a guardarsi intorno con calma ostentata: la stanza, piccola e buia, era piena di scaffali e librerie di metallo; c'erano giornali e fascicoli disseminati dappertutto, un cestino stracolmo di carta straccia ai piedi di uno scrittoio con una macchina da scrivere e un vecchio divano di pelle sbucciata dov'erano appoggiati un paio di raccoglitori semivuoti.
«Carino, qui...» sghignazzò Piero.
Giulia non replicò alla sua ironia. Andò allo scrittoio e cominciò a frugare tra le carte sparse vicino alla macchina da scrivere finché non trovò un pacchetto di sigarette.
«A Sara non è successo nulla. Sbaglio?» gli chiese accendendone una. Lo sguardo indagatore con cui gli aveva aperto la porta era già scivolato nella solita espressione di indifferenza.
«Ti sbagli. Sara è proprio nei guai, in un certo senso» le rispose lui, sorpreso dalla velocità con cui Giulia aveva recuperato la sua freddezza.
Lei si sedette sul divano, continuando a fumare, con una gamba piegata all'altezza del petto. Sotto la gonna lunga di vigogna nera, spuntavano i piedi nudi dalle dita sproporzionatamente lunghe, ma di una rapace sensualità.
«Cosa sei venuto a fare qui?», gli domandò, guardandolo come se gli avesse chiesto di prepararle un caffè.
«Lascia stare Sara» le disse lui seccamente.
Lei sorrise e scosse via la cenere in un bicchiere di plastica appoggiato ai piedi del divano.
«Pensi che lei stia con me per forza?», gli chiese beffarda. «Dovresti smetterla di trattarla come una bambina. Non lo sopporta».
Lui tacque. Quelle ultime parole lo avevano colpito come uno schiaffo. Veramente Giulia era in grado più di lui di capire quello che Sara desiderava? Fino a quel punto si era spinta l'intimità tra loro due? Un'ombra gli passò veloce davanti agli occhi come una piccola eclissi.
«E poi», continuò Giulia imperterrita, «anche se tra noi due finisse domani, Sara non tornerebbe mai indietro da te. Non saprebbe più che farsene di un padre buono che le dice sempre di sì». Le sue dita accarezzarono con noncuranza la trama di una sciarpina sottile che le avvolgeva la gola come una collana.
Lui fece un passo verso di lei.
«Sei solo una piccola vipera», le disse. E con un gesto fulmineo la acciuffò per i capelli, costringendola ad alzarsi dal divano e a piegarsi sulle ginocchia. Lei cercava di divincolarsi, ma ad ogni movimento di ribellione la mano di lui tra i suoi capelli tirava, tirava, e una miriade di aghi pungenti le si conficcavano nella testa.
Le sfilò la sciarpa dal collo e la sbatté faccia a terra ai piedi del divano; poi, prima che lei avesse il tempo di riaversi dal colpo, le afferrò i polsi e con la sciarpa glieli legò dietro la schiena. Giulia ansimava, con gli occhi sbarrati, ma dalla sua bocca non usciva neanche un grido. Non urlò nemmeno quando lui entrò dentro di lei da dietro esalando un respiro di rabbiosa soddisfazione.
Per qualche istante Piero assaporò la rivincita con radi rintocchi laceranti nelle viscere di Giulia. Poi, di fronte al silenzio di quel corpo disabitato, la sua rabbia si sgretolò, la carne di lei cambiò improvvisamente sapore e nel buio notturno della sua mente cominciò a vorticare una frase, dapprima muta e lontana, poi sempre più nitida e martellante: "Abbi pietà di me", diceva; e lui capì che era questo ciò che le stava chiedendo: che le carni di lei si impietosissero al suo passaggio, che almeno il suo corpo si piegasse a un'umanità che le mancava. Anche nei panni del carnefice, Piero non sapeva fare altro che chiederle compassione. Era lui, non la sua vittima, che stava implorando di essere graziato.
Ebbe disgusto di se stesso e si ritrasse da lei, senza nemmeno finire.
Annaspò per qualche metro, trascinandosi carponi sul pavimento; poi le braccia non gli ressero e si accasciò per terra, urtando con una spalla il cestino della carta straccia che si rovesciò affianco a lui. Rimase così per qualche minuto fissando la ragazza immobile vicino al divano e ascoltando il respiro di lei che lentamente ritornava regolare: in quel silenzio apparentemente inerte, il corpo e la mente di Giulia erano già al lavoro per rimarginarsi, e ben presto di lui e di quella manciata di minuti infernali non sarebbe rimasta nemmeno una cicatrice nella sua memoria. "È il suo modo di perdonarmi", rifletté Piero. "L'altra faccia della crudeltà che mi ha sempre dimostrato".
Faticosamente si tirò su dal pavimento e si scrollò dal maglione i pezzetti di carta che gli erano rimasti attaccati. Ce n'era uno incollato alla mano destra sudata: una striscia sottile, con una frase scritta a macchina che sembrava stralciata da una lettera d'amore: «Sara, un fiore è sbocciato», diceva.
Lui si stupì all'idea che una come Giulia potesse aver scritto una frase così stucchevole. Poi ricordò di aver letto da qualche parte che Hitler in gioventù amava dipingere piccoli acquerelli, leziosi e sentimentali proprio come le parole di quella lettera.
"Come sanno essere puerili le persone spietate", pensò.
Prima di andarsene si chinò su Giulia e le slegò i polsi.
Lei non si mosse.
Il giorno dopo il comizio di Lama, alla Sapienza regnava un silenzio assordante. La città universitaria era stata sgomberata, ma all'esterno dei muri di cinta c'erano i resti di auto date alle fiamme e di barricate demolite dai bulldozer, e nell'aria risuonava ancora l'eco dei violentissimi scontri di piazza che avevano costretto Lama ad abbandonare la Sapienza in fretta e furia. Sulla fontana della Minerva campeggiava una scritta: "Grande è il disordine sotto il cielo. La situazione è quindi eccellente".
Quella mattina Piero si era svegliato con la smania di dimenticare, buttarsi fuori casa e fondersi per sempre con la pazzia del mondo.
Dal giornale radio aveva appreso la notizia del "giovedì nero" del segretario della Cgil e, alla ricerca della compagnia della folla, aveva pensato di recarsi a Economia, la sua facoltà, che dopo lo sgombero della Sapienza era divenuta il nuovo quartier generale del Movimento.
Al suo arrivo, l'Assemblea generale degli studenti aveva già approvato un documento in cui si attribuiva tutta la responsabilità degli scontri alle provocazioni del servizio d'ordine del Pci e si faceva appello a tutte le forze organizzate e di base perché isolassero la linea suicida dei dirigenti comunisti. Ma il documento dell'Assemblea non era l'unico argomento di cui discutevano gli studenti tra i corridoi della facoltà.
Il "Messaggero" aveva pubblicato quella mattina il testo di un volantino delle Brigate Rosse fatto ritrovare a Lettere poco prima che l'Università venisse sgomberata; e alcuni studenti, con in mano una copia del giornale, ne stavano parlando animatamente nell'atrio della facoltà. Nel comunicato, le BR commemoravano una loro compagna, uccisa due sere addietro dai carabinieri nella campagna romana. Piero ricordava di aver ascoltato la notizia alla radio il mattino precedente, prima di recarsi alla Sapienza, e incuriosito si avvicinò ad una ragazza col "Messaggero" in mano, intenta a leggere ad alta voce il testo del comunicato ad un gruppetto di amici.
«È la guerra che decide in ultima analisi della questione del potere: la guerra di classe rivoluzionaria», stava leggendo la ragazza con una vocina impubere che gettava involontariamente un alone di ridicolo sulle parole del comunicato. «E questa guerra ha un prezzo alto, certamente, ma non così alto da indurci a soccombere alla dittatura borghese e alla schiavitù del lavoro salariato».
La ragazza fece una pausa, come per chiamare a raccolta tutta la sua passione rivoluzionaria: «Che tutti i nemici del capitalismo onorino la memoria di Sara», riprese poi, col timbro di voce più solenne che poté. «Noi, come ultimo saluto le diciamo: Sara, un fiore è sbocciato! E questo fiore di libertà le Brigate Rosse continueranno a coltivarlo fino alla vittoria».
Il cuore di Piero ebbe un sussulto.
Istintivamente strappò il giornale dalle mani della ragazza, che impaurita fece un passo indietro, e col cuore in gola rilesse il comunicato per intero. Il titolo era «In morte di Sara Nicolai», era questo il nome della brigatista uccisa. E il fiore sbocciato era la sua morte eroica, di cui altri brigatisti avrebbero raccolto l'esempio. Dunque a questo alludeva Giulia quando nel chiuso della sua stanza aveva redatto quel volantino, per poi depositarlo a Lettere poco prima del comizio di Lama.
"Giulia... una brigatista", si disse Piero sorridendo amaramente.
Tutto tornava, ora: il suo rapido defilarsi dall'Università dopo aver nascosto il volantino, anche per non rimanere invischiata nei possibili scontri di piazza; quel suo appartamento così impersonale, più simile a un archivio che ad una casa privata, che sicuramente celava documenti e dossier sulle potenziali vittime dei brigatisti. E soprattutto il silenzio inumano con cui Giulia aveva subito la violenza senza lasciarsi sfuggire neanche un grido, per non attirare in alcun modo l'attenzione sul covo.
Sicuramente c'era anche lei, nella colonna romana delle BR, dietro il ferimento di quel poveraccio di Minghetti.
Chissà se Sara ne era al corrente. Chissà se aveva già aderito alle BR o se un giorno vi sarebbe entrata, per poi bruciarsi la vita con la militanza clandestina, e magari finire dietro le sbarre di un carcere o in un lago di sangue dopo una sparatoria con i carabinieri. Lui dal canto suo non avrebbe fatto più nulla per salvarla, né da Giulia né da tutto il resto. Era stanco di correre dietro ad una che non voleva saperne del suo aiuto. Una che aveva già deciso di perdersi, per paura di non trovarsi mai.
Con sollievo si accorse che il destino di Sara gli era divenuto completamente indifferente.
"Finalmente il grande nulla ha contagiato anche me", pensò.
Restituì il giornale alla ragazza, che lo raccolse con un'aria preoccupata, come a chiedergli "È tutto OK?".
«È tutto OK», la tranquillizzò lui strizzandole l'occhio; e si allontanò verso l'uscita dell'edificio. Sentiva il bisogno urgente di una boccata d'aria, ma soprattutto di una caramella. Frugò a lungo nella Tolfa, senza trovare nulla. Poi, finalmente, dalla tasca della giacca ne uscì fuori una.
Menta e liquirizia.
La sua preferita.
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