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Cucire il volto
cucire_il_volto«Carpi, 12 ottobre 2006 – Davide Serianni trionfa nella Maratona d'Italia tagliando il traguardo di piazza Martiri con il tempo straordinario di 2h5'45", nuovo record italiano, che fa ben sperare nelle possibilità del ventiquattrenne mantovano di battere in futuro anche il record mondiale (2h4'55") stabilito lo scorso settembre a Berlino da Haile Bekele. Per Serianni è la quinta vittoria in carriera, che giunge dopo la delusione degli ultimi Campionati europei di Göteborg, da cui l'aveva tenuto lontano un infortunio al piede sinistro. Alla soddisfazione per il record stabilito e per il titolo di campione d'Italia, Serianni aggiunge anche l'orgoglio di aver strappato il podio di Carpi agli atleti kenioti, che lo avevano occupato per ben sette volte consecutive».
Davide interruppe la lettura della Gazzetta dello Sport per schiarirsi la voce e lanciò uno sguardo di riprovazione a Carlo che, seduto dinanzi a lui al tavolo di un accogliente risto-bar di Mantova, divorava una fetta di Elvezia.
«Ma mi stai ascoltando?».
«Certo!», esclamò Carlo con la bocca piena. «Lo so quanto ci tieni a leggermi gli articoli che celebrano le tue gesta all'indomani di una gara trionfale».
Davide scrollò la testa e continuò la lettura a voce alta. «Alle spalle di Serianni si sono classificati l'etiope Tariku Tulu (2h8'35") e il keniota Sahid Wakiihuri (2h10'24"). Solo tredicesimo Alberto Calvetti, l'altro italiano su cui molti nutrivano speranze per il podio. Niente da fare, invece, per Carlo Vignoni, che ha ceduto al trentottesimo kilometro ... ».
«Se non fosse perché sono il tuo migliore amico da una vita, neanche mi nominerebbero nei loro articoli ...», si sforzò di sorridere Carlo; e per gettarsi l'imbarazzo alle spalle, si infilò in bocca un'altra cucchiaiata di torta. Una goccia di zabaione gli cadde sul pantalone della tuta.
Davide guardò disgustato la macchia giallognola sulla coscia dell'amico. «Se curassi di più l'alimentazione non saresti costretto a ritirarti a quattro kilometri dal traguardo», osservò freddamente sorseggiando il suo caffè amaro.
«Ma siamo in pieno recupero post-gara! Anche tu ti concedi qualche extra, in questa fase», si giustificò Carlo.
«Sì, ma non arrivo mai a pranzare con una montagna di tortelli di zucca, due piatti di bollito inzuppato nella mostarda di frutta e una fetta macroscopica di una delle torte più caloriche di tutta l'Italia settentrionale, come hai fatto tu oggi».
Carlo deglutì a occhi bassi l'ultimo boccone di Elvezia e non rispose.
«E poi, non prendermi in giro: nemmeno in fase di allenamento sei capace di contenerti», continuò Davide con uno sguardo arcigno. «Quante volte, nei quattro mesi precedenti a una maratona, ti ho visto sbilanciarti sui carboidrati? Esagerare col vino? Chiudere un pranzo con una torta alla panna anziché con una crostata o una torta secca?».
Quando subiva i rimproveri di Davide, Carlo non replicava quasi mai. Ci provava per qualche istante, poi, dinanzi all'incalzare dell'amico, si chiudeva in un silenzio di gomma: guardava ostentatamente altrove, si stiracchiava le braccia e socchiudeva gli occhi come un gatto sonnacchioso, sfoggiando un sorrisetto di imperturbabile serenità.
Il mutismo con cui Carlo replicava alle sue critiche, Davide non l'aveva mai potuto soffrire. Con gli anni aveva capito che quel silenzio non aveva nulla di conciliante, anzi, era il mezzo con cui l'amico lo costringeva ad una snervante guerra di posizione. "Io sono fatto così", sembrava dire, "e neanche tu, così impeccabile, così forte, puoi fare niente per cambiarmi".
Persino l'attaccamento di Carlo al cibo gli risultava insopportabile. Normalmente, a un runner bastavano poche settimane di allenamento per orientarsi spontaneamente verso una dieta sana, tralasciando i grassi senza nemmeno avvertire il senso della rinuncia. "E invece lui, che corre da dieci anni, ancora non riesce a resistere davanti a un piatto di parmigiana" rifletteva Davide quando vedeva Carlo esagerare col cibo. Sospettava che l'indisciplina di Carlo a tavola fosse un alibi per giustificare il fatto di non essere mai salito sul podio. Come a dire "Se mangiassi un po' di meno, allora sì che ne vedreste delle belle! È solo che non voglio ... Ma se lo volessi, riuscirei a stracciare chiunque".
«Tra due o tre giorni sarò in grado di riprendere l'allenamento per Fukuoka», riprese Davide.
«Di già?» fece Carlo, sorpreso. «Sei sicuro di poter smaltire i dolori post-gara in così poco tempo?».
«Mi basta meno di una settimana per recuperare. È sempre stato così», sorrise Davide compiaciuto.
Carlo incassò a occhi bassi.
«A Fukuoka mancano meno di due mesi» osservò poi. «Sarà un massacro per il tuo fisico correre due maratone a distanza così ravvicinata».
«A Fukuoka ci sarà anche Bekele», puntualizzò Davide. «Voglio sfidarlo adesso che ho appena conquistato un record così invidiabile».
Posò la tazzina e cominciò a lisciarsi il mento perfettamente sbarbato. «E poi non dimenticare che è la maratona in sé, che è un massacro. Uno sport sacrificale. Duemilacinquecento anni fa Fidippide morì per annunciare la vittoria di Atene sui persiani, stramazzando al suolo dopo aver corso kilometri e kilometri; e noi maratoneti, durante le gare, commemoriamo il suo martirio». Nel suo tono ispirato si andava mescolando un rivolo di liquorosa commozione, non per il ricordo della morte di Fidippide, ma per la scalpitante certezza di poter dimostrare a tutti, un giorno, lo stesso talento per la sofferenza che possedevano i più grandi atleti di tutti i tempi.
«Di' un po', ci avevi mai pensato? Il nostro sport è fondato su un sacrificio umano», concluse soddisfatto.
«Proprio come una religione».

***

La ciclabile Mantova-Peschiera era deserta nei giorni feriali. Superato il paesino di Borghetto, dove il Mincio rompeva il silenzio sfrigolando sui salti d'acqua o infrangendosi tra le pale dei vecchi mulini, la quiete si faceva ancora più densa, paludosa, e i pescatori assorti lungo le rive del fiume sembravano anime del Limbo, né tristi né liete, imprigionate in un tempo immobile.
Davide e Carlo sceglievano da sempre la ciclabile per i loro allenamenti, proprio per via del silenzio che avvolgeva il paesaggio e li facilitava nella concentrazione. Arrivavano col fuoristrada di Davide fino a Borghetto, parcheggiavano in paese, e da lì imboccavano la pista che per oltre dieci kilometri pianeggianti costeggiava la sponda sinistra del fiume, tra canneti e filari di pioppi da cui si alzavano in volo garzette, cicogne e cormorani.
L'allenamento cominciava per entrambi con lo stretching e la corsa lenta, ma per il resto, essendo Davide un top runner con diverse vittorie importanti alle spalle, il suo training aveva ritmi e modalità diversi da quelli dell'amico. Già durante la corsa blanda, Davide staccava Carlo e proseguiva da solo, anche se a volte tornava indietro per spronarlo.
«Allenta la tensione».
«Non trascinare i piedi».
«Attento al baricentro».
Incalzare Carlo durante il training, cercando di correggerne lo stile di corsa e incitandolo a dare il meglio di sé, non era per Davide una perdita di tempo sulla propria tabella di allenamento. Era piuttosto un atto di regalità da cui ricavava un godimento sottile ma indispensabile, per lui, quanto le gioie della vittoria. La generosità con cui aiutava l'amico meno dotato gli restituiva il senso vertiginoso della propria altezza morale: un piacere onanistico che gli metteva le ali ai piedi, migliorava le sue prestazioni sportive, lo faceva sentire pieno di forze e ottimista sulle proprie possibilità.
Se la sua etica del sacrificio fosse stata rivolta solo alla conquista del titolo, Davide non si sarebbe sentito né diverso né migliore rispetto agli altri top runner, che si limitavano a combattere la fatica fisica sforzandosi di potenziare al massimo la loro capacità di soffrire. Davide, invece, cercava un genere di soddisfazione più elevato: lui era quello che, durante l'esame di stato al liceo aveva passato i compiti di italiano e matematica agli ultimi della classe, rischiando che gli annullassero la prova; che, quando la vecchia nonna, da lui non particolarmente amata, era giunta alla fine dei suoi giorni per un tumore al pancreas, si era offerto di assisterla giorno e notte, tralasciando gli allenamenti per la maratona di Roma (che poi aveva vinto). Senza contare il suo generoso prestarsi, a titolo gratuito, come personal coach dei bambini handicappati dell'Istituto "Marcellino" di Mantova che volevano muovere i primi passi nella corsa. Quando vinceva una gara difficile, Davide si sentiva soltanto il migliore tra i maratoneti; ma quando si chinava sui deboli per leccarne le ferite – soprattutto su quelli che non amava, o che addirittura disprezzava, cosa che rendeva il suo sacrificio ancora più gravoso e dunque più fulgido – allora si sentiva il migliore degli uomini; e aveva la netta sensazione che mille piccole fiammelle adoranti lo circondassero riscaldandogli il cuore.
Naturalmente in questa pratica masturbatoria, a Carlo − come agli altri inferiori su cui si volgeva lo sguardo di Davide − toccava giocare il ruolo avvilente della bambola di silicone. Lui lo sapeva e negli anni ci si era quasi rassegnato: "Il vostro degradarvi li innalza. Il vostro star curvi li raddrizza", si ripeteva, citando a memoria antiche letture dei tempi del liceo; e tuttavia, nel più profondo di sé, non poteva impedirsi di odiare il suo amico. Riflettendoci, su che cosa era fondata la loro amicizia? Non sulla confidenza sentimentale (Davide non aveva storie e Carlo si guardava bene dal raccontargli le sue, che normalmente cominciavano e finivano nell'arco di mezz'ora sulla strada statale per Legnago), né sull'amore per la maratona, alla quale avevano un approccio troppo differente (mistico quello di Davide, spassionato quello di Carlo, che correva soprattutto per tradizione di famiglia). Dopo un'attenta scrematura, Carlo era giunto alla conclusione che l'unico vero, potente, legame tra loro due era l'umiliazione.
Davide non perdeva occasione per castigare i difetti di Carlo come atleta e come uomo: «Sei un menefreghista», «Pensa alla buonanima di tua madre: cosa avrebbe dato per vederti vincere una gara, fosse pure una mezza maratona?», «Tu non sai cosa vuol dire amare», «E smettila di fare questi versi quando mangi ... Afrrr ... Afrrr ... Sembri un maiale della Bassa».
Che questa durezza potesse urtare la sensibilità di Carlo, non gli passava nemmeno per la testa: lui amava il suo amico, benché non lo potesse proprio soffrire, né lo sfiorava il pensiero che amore e repulsione fossero sentimenti incompatibili, anzi, era fermamente persuaso che amare qualcuno senza disprezzarlo fosse fin troppo facile e alla portata di tutti: era la ripugnanza che accresceva l'amore, imbevendolo di spirito di sacrificio e innalzandolo alle vette più alte del sentimento. Ed era altrettanto convinto che correggere i difetti degli amici con le maniere forti, e cioè mortificandoli come meritavano, fosse il modo più nobile e coraggioso di dimostrare il proprio affetto.
Da parte sua, Carlo non vedeva l'ora di poter ricambiare Davide con analoghe attestazioni di amicizia, perciò spiava i comportamenti dell'amico sperando di coglierlo in fallo, prima o poi, per umiliarlo a dovere e con ciò dimostrargli finalmente tutto l'affetto che aveva per lui. Ma per quanto gli stesse alle costole, non gli era mai riuscito di osservare in Davide una condotta meno che impeccabile.
«Che fortuna che hai ad essere amico di un campione così generoso, che si prende a cuore la tua carriera», gli ripeteva suo padre, un tempo affermato fondista. «Certo ti sferza parecchio, ma lo fa per il tuo bene e non ti chiede nulla in cambio. È veramente un ragazzo speciale». Nessuno che capisse quanto era torbida la carità di Davide, quanta vanità si nascondeva dietro al suo duro paternalismo: era questo il tormento di Carlo, che tuttavia non poteva fare a meno di provare una cocente ammirazione per l'abilità illusionistica con cui l'amico faceva passare il suo istinto di sopraffazione per altruismo, la sua brutalità per zelo. Era straordinario come Davide riuscisse a nascondere la sua putredine sotto una veste pulita e inodore. E così a Carlo non rimaneva che torcersi le budella dalla rabbia, indeciso tra l'ammirazione e lo schifo, come quella volta che, ancora piccolo, facendo pesca subacquea col padre a Bellaria, era rimasto estasiato da uno splendido intrico di filamenti bianchi, intessuti come una delicatissima trina: «Guarda che son vermi, stupidòt», gli aveva detto il padre quando erano risaliti a galla, vedendolo così ammirato. «Un groviglio di vermi nascosti in un intreccio di tubi calcarei». E lui, per il disgusto, aveva vomitato nelle acque azzurre dell'Adriatico.
Una volta però, durante un allenamento in cui Davide era stato particolarmente duro verso il suo stile di corsa, Carlo non aveva resistito più ed era sbottato.
«Non capisco perché ti dai così da fare per migliorare i miei risultati».
Davide lo aveva guardato incredulo.
«Perché ti voglio bene e ci tengo a vederti salire sul podio. Che altro motivo ci potrebbe essere?»
Carlo gli aveva rivolto un sorriso insolente.
«Oh, sì sì, certo, tu mi vuoi bene», aveva sghignazzato. «Sai cosa ho letto da qualche parte? Che noi non amiamo tanto le persone per il bene che ci hanno fatto, quanto per il bene che abbiamo fatto a loro. Vuol dire che dietro il samaritano a volte si nasconde un vampiro. E tu sei un vampiro della peggior specie, perché succhi il sangue ai deboli e ai derelitti. Ti prodighi con gli inferiori perché ti riconoscano come Dio, ma tu hai bisogno di loro quanto loro della tua carità. Non potresti vivere senza il luccichio di un paio di occhi devoti».
«Brutto bastardo fallito ... Sei un ingrato ... Un ingrato schifoso!». Davide si era slanciato contro di lui con gli occhi rossi di rabbia e lo aveva afferrato per il collo della tuta, sollevandolo un palmo da terra. Poi, mugghiando come un ossesso, lo aveva scaraventato sulla riva del fiume, tra le anatre terrorizzate che erano fuggite in acqua starnazzando. In preda al furore, Davide ne aveva adocchiata una, la più piccola, rimasta indietro rispetto alle altre, e con un balzo l'aveva raggiunta, sferrandole un calcio nella pancia.
«Che fai! Sei impazzito?», aveva gridato Carlo sconvolto.
L'anatroccolo, scaraventato per aria, era ricaduto in acqua strepitando dal dolore. Poi all'improvviso si era azzittito e una chiazza rossastra aveva imporporato le acque nel punto in cui il piccolo animale era andato a schiantarsi.
«Andiamocene di qui!», aveva balbettato Davide, guardando esterrefatto il corpo dell'anatroccolo che si contraeva spasmodicamente senza emettere suono.
Carlo si era incamminato dietro di lui senza dire nulla. Ma dentro di sé si era sentito invadere da una cupa esultanza: per la prima volta in vita sua aveva visto l'amico perdere le staffe. Con un po' di fortuna, forse poteva riuscire a mandare in tilt il suo intero sistema.

***

«È la quarta volta che inciampi, da stamattina».
Carlo si fermò a dare un'occhiata alle sue Asics, mentre Davide lo aspettava continuando a correre sul posto.
«Forse queste scarpe hanno perso elasticità. È ora di buttarle».
«O forse risenti ancora dei dolori post-gara», ribatté Davide, guardando distrattamente il volo lento di due aironi cinerini.
Erano tre giorni che Carlo inciampava continuamente, sia durante la corsa che quando era a casa in ciabatte. No, non era una questione di scarpe: era che all'improvviso la gamba destra, chissà perché, gli si irrigidiva, piegandosi con grande difficoltà, e lui perdeva l'equilibrio. E nemmeno i postumi della gara recente a Carpi c'entravano qualcosa, perché episodi simili gli erano già capitati, anche se sporadicamente, l'estate precedente, camminando sul lungomare di Bellaria. Forse era arrivato il momento di farsi vedere dall'ortopedico che seguiva da sempre sia lui che Davide. Ma preferì non dire nulla all'amico.
L'appuntamento col professor Marsilio gli fu fissato di lì ad una settimana. Cinque giorni prima della visita, Carlo era stato costretto a interrompere gli allenamenti: dopo pochi passi non riusciva più a correre.
Il professore si fece spiegare il problema e lo visitò.
«Da quanto tempo è che hai queste fascicolazioni?», gli chiese osservandogli la gamba destra.
«Queste cosa?».
«Fa-sci-co-la-zio-ni», scandì Marsilio. «Guizzi muscolari che si osservano sottopelle».
«Ah, quelli ... non ci avevo dato peso. Comunque, ce li ho dalla scorsa estate»
«Crampi ne hai?».
«Beh, certo. Ma non è normale negli sportivi?».
Marsilio non rispose. Si limitò ad aggrottare le sopracciglia e gli prescrisse un'elettromiografia agli arti inferiori e, per scrupolo, anche a quelli superiori, senza fare alcuna ipotesi.
Due settimane dopo, Carlo salì goffamente i gradini che conducevano all'ingresso dell'Ospedale di Mantova.
Il neurofisiologo era decisamente di buon umore e canticchiava mentre spingeva gli aghi degli elettrodi nel suo corpo. «Lo sa? Una volta, dopo una visita, un paziente mi ha telefonato per dirmi che l'elettromiografia lo aveva guarito. Gli aghi degli elettrodi gli avevano fatto l'effetto dell'agopuntura».
Ma quella mattina, Carlo non aveva voglia di scherzare. La leggerezza con cui aveva affrontato inizialmente quella misteriosa malattia l'aveva persa per strada dopo quasi venti giorni che non correva più e camminava rigido per la paura di inciampare. E tutto questo mentre Davide continuava ad allenarsi da solo per la maratona di Fukuoka "con risultati eccellenti", come gli aveva riferito per telefono. Che rabbia. Come era schifosa la vita.
Tutto preso dal filo dei suoi pensieri, Carlo non si era accorto che il medico aveva smesso di canticchiare.
«I nervi degli arti superiori sono a posto ma quelli della gamba destra sono chiaramente lesionati, ci sono spasmi nervosi lungo tutto l'arto. ».
«Cosa significa?», chiese Carlo con ansia.
«Che deve mettersi nelle mani di un neurologo. Le dirà lui quali altri esami fare. Io, al momento, non posso dirle altro».
Da quel giorno cominciò per Carlo una lunga sequela di esami.
Su indicazione di Marsilio, Carlo si era affidato al professor Dialmi, neurologo di un noto Istituto neurologico milanese, che gli aveva fissato un appuntamento di lì a quaranta giorni. Inizialmente, però, anche Dialmi si era rifiutato di esprimere una diagnosi certa: «La gamba destra sta perdendo velocemente gran parte della sua funzionalità. Purtroppo i suoi sintomi sono sovrapponibili a quelli di svariate patologie: bisognerà procedere con una diagnosi differenziale», gli aveva detto dopo un'accurata visita neurologica.
Così, Carlo venne dapprima sottoposto ad una NCV, che escluse miopatie e neuropatie periferiche.
Poi fu la volta della risonanza magnetica, che cancellò il sospetto di tumore al midollo spinale, di sclerosi multipla e di siringomielia.
Gli esami del sangue, infine, accertarono che Carlo non soffriva di malattie infiammatorie, infettive, tiroidee e autoimmunitarie.
«Bene, no?», esclamò Carlo sollevato mentre Dialmi leggeva a voce alta i referti degli esami e glieli traduceva in termini comprensibili. Erano seduti l'uno di fronte all'altro nello studio del professore e la luce anemica della tarda primavera milanese dipingeva di una patina giallastra le pareti della stanza.
«Non esattamente», lo corresse il professore, senza staccare gli occhi dalla sua cartella clinica. «L'aver escluso che lei sia affetto da alcune patologie molto gravi, non ci tranquillizza su altri fronti, ancora più ... minacciosi».
Carlo si sentì raggelare e immediatamente dopo avvampare dalla rabbia. Erano passati sette mesi da quando aveva dovuto sospendere gli allenamenti. Ormai anche il semplice camminare per casa lo affaticava indicibilmente. E nessuno di quei luminari sapeva ancora dirgli di cosa diavolo si fosse ammalato.
Annaspò nella tasca destra cercando nervosamente qualche oggetto da tormentare e tirò fuori la chiave di casa. Quasi senza accorgersene cominciò a scorrere nervosamente il polpastrello del pollice sui denti della lama, ma all'improvviso avvertì un vuoto tra le dita e la chiave gli cadde per terra.
«Le capita spesso di perdere l'impugnatura?», domandò Dialmi osservando Carlo che si chinava faticosamente a raccogliere la chiave.
«Sì», ammise il ragazzo a denti stretti. «Non riesco più ad aprire le bottiglie d'acqua, tutti gli oggetti mi sembrano più pesanti del solito e mi cadono dalle mani in continuazione. Persino pigiare il dispenser del sapone mi costa fatica». Poi si sforzò di sorridere. «Sono un po' suggestionabile, non le pare? Certo, come non esserlo, quando uno ha già perso quasi del tutto l'uso di una gamba ...».
Dialmi lo fissò con uno sguardo di triste, benevola intensità. Poi procedette alla visita neurologica degli arti superiori. Da ultimo gli controllò anche la lingua e notò alcune sporadiche fascicolazioni. Sospirò.
«Ci sono patologie di cui nessun test può fornire una diagnosi certa», disse infine. «Si procede per esclusione, ed è ciò che fino ad oggi abbiamo fatto con lei. Ma la vera diagnosi l'ha fatta il suo peggioramento», concluse gravemente.
Carlo avvertì un brivido lungo la schiena.
«Di quale diagnosi sta parlando?».
Dialmi deglutì e si schiarì la voce.
«Lei è malato di sclerosi laterale amiotrofica, ragazzo mio. E anche ad uno stadio piuttosto avanzato».
Carlo si prese la testa tra le mani e sbarrò gli occhi sul vuoto.
Di quella orribile malattia aveva già sentito parlare. Ne venivano spesso colpiti gli sportivi, soprattutto i calciatori. Non se ne conosceva ancora la causa e nemmeno la cura. Da quel che sapeva, esisteva una terapia a base di riluzolo che però poteva solo rallentare l'avanzare della malattia, ma non impedirne il decorso mortale.
«Non potrò più correre ...», sussurrò Carlo con un filo di voce.
«Lei non potrà più camminare», precisò Dialmi con dolente sincerità. «Non posso dirle quando, ma prima o poi perderà completamente anche l'uso degli arti superiori, del collo e del tronco. Quando la malattia comincerà a colpire i motoneuroni della regione bulbare, come mi sembra stia già accadendo, la sua voce diventerà nasale, disfonica; poi la lingua si incepperà e non potrà più articolare chiaramente una frase. Arriverà il momento in cui le rimarranno solo lo sguardo e il battito delle ciglia per farsi capire. La deglutizione diverrà pian piano impossibile e bisognerà praticarle un foro nello stomaco per l'alimentazione forzata tramite la Peg. Infine, quando i muscoli della respirazione saranno irrimediabilmente compromessi, subentrerà un'insufficienza respiratoria. E allora dovrà decidere se subire o meno una tracheostomia, che certo le allungherà la vita, ma condannandola a rimanere attaccato ad un respiratore artificiale».
Carlo alzò il viso su di lui con uno sguardo furente.
«Mi perdoni la sincerità, ma è per il suo bene», continuò il professore con un tono paterno. «Prima accetterà lucidamente il destino che la aspetta, e prima riuscirà a riorganizzare la sua vita».
«Lei è solo un povero sadico», ringhiò Carlo. «Li conosco bene i tipi come voi: siete dei vigliacchi. La sincerità vi serve solo come pretesto per infierire sugli scarti della vita, come me. E quando vi capita a tiro uno che è già in cattive acque, morite dalla voglia di sbattergli in faccia che è un miserabile. Vivete di queste meschine soddisfazioni».
Dialmi non battè ciglio. Non era la prima volta che un paziente reagiva alla scoperta di essere malato a morte prendendosela col medico che glielo comunicava. Ma nelle parole di quel ragazzo c'era qualcosa di più della comprensibile rabbia di chi si vede segnato dalla sorte nel fiore degli anni: un rancore antico contro se stesso e una visione sinistra degli esseri umani sembravano mangiargli il cuore. Era impossibile, in queste condizioni, imparare a morire di quella malattia atroce.
«Ragazzo mio, la vita non è fatta solo di rapporti di forza, come crede lei, o come qualcuno le ha fatto credere», osservò Dialmi con dolcezza. Poi si alzò dalla sua poltrona e si avvicinò a Carlo, appoggiandogli una mano sulla spalla. «Chieda aiuto a chi le vuole bene. Scoprirà di essere più amato di quanto non creda».
Carlo sorrise sarcastico.
«Ma non mi faccia ridere ... Non sono mai stato amato veramente da nessuno, e tantomeno potrò esserlo adesso che sto per diventare un rifiuto umano. Una macchina scassata che perde i pezzi per strada».
Poi cominciò a singhiozzare silenziosamente. «No, non può essere l'amore il senso della vita che mi resta», mormorò tremando in tutto il corpo.
«Ci deve pur essere qualcos'altro a cui aggrapparmi ...».

***

Di ritorno da Fukuoka, dove aveva guadagnato un onorevole terzo posto (dietro al solito Bekele, primo, e alla rivelazione di un ventitreenne polacco, arrivato secondo), Davide aveva cercato di incontrare Carlo, ma, a sorpresa, l'amico si era rifiutato di vederlo. «Ho il tendine d'Achille a pezzi», gli aveva detto a telefono. «Mi tocca un mese minimo di fisioterapia. Intanto cammino come uno sciancato, quindi, di uscire non se ne parla».
Nei mesi seguenti, Davide aveva chiamato l'amico varie volte per sapere come stava, ma a telefono rispondeva sempre il padre, che evidentemente imbarazzato farfugliava sempre qualche scusa per non passargli Carlo; e, interrogato sulle condizioni di salute del figlio, si esprimeva in modo talmente confuso che la curiosità di Davide, anziché spegnersi, si rinfocolava sempre più. In città, poi, tra le amicizie comuni, cominciavano a circolare voci preoccupate sulla latitanza di Carlo: si diceva che ormai non uscisse più di casa, se non accompagnato in macchina dal padre; e la donna delle pulizie raccontava in giro che il povero ragazzo era diventato irriconoscibile: lasciava sempre a metà qualunque piatto gli si portasse in tavola, era dimagrito – a occhio – di almeno cinque chili, ed era talmente impacciato nei movimenti che il padre aveva preferito far sparire dalla mensola del camino la sfilza dei trofei vinti in gioventù, per evitare che Carlo li urtasse involontariamente spaccandoglieli in mille pezzi.
Alla vigilia della partenza per la maratona di New York, Davide si decise: sarebbe andato a trovare Carlo, nonostante le resistenze che aveva percepito nel padre a telefono. E così, un pomeriggio umido e opaco, con la nebbia che si spargeva sul Mincio come ovatta sfioccata, scampanellò alla porta di casa dell'amico, che abitava in un villino davanti al Lago di Mezzo.
Gli aprì il padre, che lo accolse con un triste sorriso di convenienza.
«Non è in vena di parlare, al me' stupidòt. Vuoi vederlo lo stesso?».
Davide annuì.
Senza dirsi nulla percorsero il corridoio fino alla camera di Carlo, che era stata trasferita dal piano superiore nello studiolo del padre, al pian terreno. "Non può più fare le scale", pensò subito Davide con un sussulto.
Giunti dinanzi alla porta della stanza da letto, il padre bussò.
«C'è Davide».
Nessuno rispose.
Il padre aprì la porta lo stesso. «Tanto lo so cosa sta facendo».
Trovarono Carlo semiseduto sul suo letto, vicino alla finestra, con lo sguardo rivolto al lago fumante di nebbia. Non si girò quando Davide varcò la porta.
«Ciao».
Carlo si voltò distrattamente con un sorriso forzato.
«Ehi».
Il padre chiuse la porta e li lasciò soli.
«Che cos'hai?», fece Davide.
Senza rispondere, Carlo tornò a fissare il lago con uno sguardo torvo. Non aveva nessuna intenzione di parlare della sua malattia, gli ripugnava persino pronunciarne il nome. E soprattutto, non voleva aprirsi con Davide, che, dall'alto della sua vita di successo, senza mai un dolore o una crepa, di certo non sarebbe riuscito a trovare le parole giuste per rincuorarlo.
Cercando un posto dove sedersi, Davide notò la spalliera di una sedia infilata sotto il ripiano di uno scrittoio vicino al letto. Ma traendola a sé a sé vide con sorpresa che si trattava di una sedia a rotelle; e il sospetto di una malattia gravissima si affacciò d'un balzo nella sua mente.
«Perché mi hai mentito, in tutto questo tempo?», domandò con uno sguardo severo.
Carlo soffocò a stento un moto di stizza. Tra tutte le domande che avrebbe potuto fargli in un momento così penoso, Davide aveva scelto la più importuna, quella che gli rinfacciava, tra le righe, tutte le sue impacciate bugie degli ultimi mesi, oltre che la sua solita e deplorevole mancanza di spina dorsale.
«Perché non mi rispondi? Sono qui per aiutarti», mormorò Davide addolcendo la voce. «Questo orgoglio non ti aiuterà a risolvere il problema. È una debolezza. È indegno di un maratoneta».
In quel momento, dalla finestra della camera giunse l'eco delle grida di una coppia di pescatori appostati sulle rive del lago: uno dei due aveva allamato un grosso pesce che lottava disperato contro la cattura guizzando forsennatamente tra le acque. Carlo seguì la scena con una strana partecipazione, sperando ardentemente che il pesce riuscisse a slamarsi, mentre le urla dei due pescatori si facevano sempre più grasse e trionfanti.
Alla fine, il retino da pesca venne sollevato e tra le sue maglie luccicò uno stanco bagliore d'argento: il pesce era finito in trappola, spossato dal combattimento.
Carlo storse la bocca.
«Sarà un cefalo di almeno 4 kili», osservò Davide ammirato, guardando dalla finestra i due pescatori festanti che toglievano il pesce dal retino.
Un nuovo, imbarazzato silenzio invase la stanza.
«Domani parto per New York», disse infine Davide.
Carlo non si mosse, ma pensò che fosse arrivato il momento di pronunciare almeno qualche parola di circostanza.
«In bocca al lupo».
«Anche a te» rispose l'altro. «Mi raccomando: combatti. Non arrenderti così. Qualunque sia la tua malattia, hai il dovere di reagire».
Carlo si sentì avvampare il sangue in tutto il corpo. "È più bastardo di quanto credessi", pensò.
Se avesse avuto anche solo un briciolo di forza avrebbe afferrato quell'idiota per le spalle e sbattendolo al muro gli avrebbe urlato no brutto stronzo, io non voglio reagire, preferisco morire piuttosto che vivere da paralitico! Tu te ne stai lì, col tuo buon senso fasullo, a impartirmi queste stupide lezioncine di vita ... Ma dimmi un po', al posto mio, tu come reagiresti? Continueresti a dispensare perle di saggezza con la tua solita boria del cazzo? O piuttosto non ti spareresti un colpo in testa per non poter più correre e vincere come una volta?
Per un attimo immaginò la scena: Davide inchiodato ad una sedia a rotelle, che malediceva la vita come avrebbe fatto qualsiasi altro uomo in quelle condizioni. Che spettacolo impareggiabile sarebbe stato vedere la sua spocchia di sempre spappolarsi di fronte alla tragedia.
Ma in quell'immagine c'era qualcosa che non funzionava: no, riflettè, Davide al posto mio non avrebbe ceduto. Lui avrebbe mantenuto il suo contegno granitico anche nella tragedia, senza un lamento, ritagliandosi agli occhi del mondo il ruolo esemplare di paralitico coraggioso che la sventura non riesce ad umiliare. Il suo culto della forza e dell'apparenza lo avrebbe salvato dalla disperazione. Anche nella malattia, Davide avrebbe trovato il modo di mostrarsi a tutti come un atleta invitto, un instancabile maratoneta.
Sopraffatto da questa ipotesi, Carlo si cucì la bocca e non ribatté nulla alla paternale dell'amico. Tutt'a un tratto aveva capito una semplice, sgradevole verità: e cioè che la forza interiore di per sé non è nulla, ma l'ostentazione della forza è tutto; e Davide era l'incarnazione perfetta della forza simulata, così esibita da diventare reale, anche se non autentica. La sua personale convinzione di essere un uomo di valore era talmente robusta e incrollabile, benché molto distante dalla verità dei fatti, che finiva col trascinarsi appresso la realtà stessa; anzi diventava una realtà alternativa e più convincente, tanto che nessuno, tantomeno lui, si poneva più la domanda se il suo carattere forte fosse una vera conquista oppure un bluff. Solo Carlo sapeva leggere dentro di lui e distinguere la verità dalla propaganda che Davide faceva di se stesso, ma ora capiva che questa differenza non aveva senso, perché la ferrea volontà di Davide di apparire invincibile era già di per sé una prova di forza. Persino l'arroganza con cui impartiva le sue lezioni di vita agli sfigati era così dritta e inesorabile che era impossibile non riconoscerle un certo respingente carisma.
Il primo novembre del 2007 Davide Serianni arrivò primo alla maratona di NewYork, seminando Haile Bekele, arrivato solo quarto al traguardo. I giornali di tutto il mondo si riempirono di articoli sul tenacissimo maratoneta italiano – subito ribattezzato "il Monaco" per la sua disciplina, l'indifferenza per le donne e la passione del volontariato − che aveva lanciato il guanto di sfida al primatista mondiale e passo dopo passo ne aveva sconfitto la supremazia; e non mancavano i siti internet dedicati al talento di Serianni, che inneggiavano a lui come unico maratoneta bianco in grado di battere gli atleti etiopi e kenioti. Quando in aprile Davide vinse anche la maratona di Chicago con 2h4'43", il suo tempo migliore di sempre, tutti pensarono che i prossimi mondiali di Pechino avrebbero incoronato un nuovo primatista mondiale.
A quell'epoca, Carlo si spostava ormai solo sulla sedia a rotelle e aveva già perso l'uso di entrambe le braccia.

***

«Dovresti vederlo, al me' stupidòt: non lo riconosceresti. È così ...».
Dall'altro capo del telefono, Davide si accorse che il padre di Carlo non riusciva più a parlare, sopraffatto dalla commozione.
«Non pianga. Suo figlio ha bisogno di sentire la sua forza», disse Davide con dolce fermezza.
«No, non mi sono spiegato bene», gli rispose il padre soffiandosi rumorosamente il naso. «È lui che sta dando forza a me. Non avrei mai immaginato che Carlo reagisse con tanto coraggio a questa malattia così degradante».
Davide corrugò la fronte. Non riusciva a credere alle sue orecchie.
«Sì, lo so, è strano. Non sembra nemmeno lui. Ma è proprio così. Mai un momento di rabbia o di disperazione. Nessun lamento per la sorte che gli è toccata. Maria, la sua badante, dice che non ha mai assistito un malato così in grazia di Dio: è più preoccupato di noi che di se stesso, non vuole che ci stanchiamo troppo, ci chiede se abbiamo dormito bene, se abbiamo mangiato... Ormai passa le giornate tra la fisioterapia e la sedia a rotelle e può usare solo tre dita della mano destra. Fa una fatica enorme a parlare, la sua voce sembra un raglio e il viso si contorce tutto per spremere quelle poche parole biascicate. Eppure riesce persino a ridere della sua condizione. Pensa che una mattina sono entrato in camera sua, lui si era appena svegliato. Gli ho chiesto "Come ti senti oggi?", e lui sai cosa mi ha risposto, con un sorriso? "Bene! Pronto per le paraolimpiadi!"».
«Ah! Ah!», si sforzò di ridere Davide. Si sentiva terribilmente irritato, ma non capiva perché.
«Vuole vederti. È per questo che ti ho chiamato. Dice che si sente in colpa per come si è comportato con te l'ultima volta che vi siete visti».
«Oh, gli dica di non preoccuparsi. Era un atteggiamento più che comprensibile, vista la tragedia che lo ha colpito», si affrettò a rispondere Davide cercando di mostrarsi più premuroso che poteva; ma le sue parole risuonarono involontariamente fredde e affettate.
«Verrò a trovarlo al più presto» concluse poi, sperando, con quella promessa, di porre fine ad una telefonata che si era rivelata così stranamente sgradevole per lui.
«Lo farai felice», rispose il vecchio balbettando per la commozione.
Non passarono neanche ventiquattr'ore che Davide suonò al campanello della villetta di Carlo, in preda alla cocente curiosità di verificare se le parole del padre fossero attendibili o meno. Era quasi sicuro che l'assurda descrizione di un Carlo sereno e coraggioso nella sventura fosse semplicemente il frutto del patetico autoinganno di suo padre, costretto a mentire a se stesso per non soccombere al dolore; ma non vedeva l'ora di smentire di persona quel ritratto così edificante. Anzi nel suo intimo sperava addirittura che Carlo fosse rimasto quello di sempre: un'anima flaccida in un corpo preda di ogni tentazione, rannicchiato nei suoi vizietti e incapace persino di peccare in grande. Uno così, che nemmeno immaginava quali altitudini si potessero raggiungere col sacrificio, non poteva avere la tempra per affrontare una malattia mutilante e rassegnarsi a vivere senza corpo. Dall'impatto con la Sla, ne sarebbe uscito schiantato, altro che coraggio e sopportazione, come fantasticava il padre.
Così ragionando, Davide si rasserenò, convincendosi che l'antica armonia tra lui e Carlo non si sarebbe mai infranta: fino alla fine dei suoi giorni, l'amico debole e pigro, a cui nemmeno l'invidia per i successi altrui dava la forza di elevarsi al di sopra dei suoi limiti, avrebbe regalato a Davide quello che neanche il confronto con i grandi campioni riusciva a restituirgli, e cioè l'eccitante certezza di essere lontano miglia e miglia dalla melmosa mediocrità dell'uomo.
Fu perciò con meraviglia e grande disappunto che Davide incassò il sorriso dolcissimo e inerme con cui Carlo lo ricevette sulla soglia di casa, seduto sulla sua carrozzina elettrica. Anche la donna robusta ed energica che aveva aperto la porta d'ingresso, evidentemente la sua badante, lo accolse con calore, piena di gratitudine per quella visita al suo protetto.
«Che bello rivederti», bofonchiò Carlo con una voce nasale e irriconoscibile, e aggiunse qualcos'altro che Davide non riuscì a comprendere. La sua bocca distillava a fatica parole lacere e distorte e per lo sforzo si rimpiccioliva e si spalancava all'improvviso, come per emettere un urlo che poi non arrivava. Sembrava un uccellino implume che disserra il becco per i morsi della fame ma non ha ancora voce per gridare. Eppure nei suoi occhi c'era un nuovo empito di vita, che appariva tanto più intenso quanto meno il corpo riusciva a stargli dietro, e che ricordava la pace ardente dei laghi di Mantova, palpitanti di pesci di ogni specie sotto la loro superficie ferma.
«Anche per me è ... bello», balbettò Davide imbarazzato.
«Vieni», disse Carlo, e muovendo un dito all'interno di un sensore vicino al bracciolo destro, mise in moto la carrozzina elettrica, fece marcia indietro e si diresse verso la sala da pranzo, seguito prontamente dalla sua badante.
Quando Davide entrò nella stanza, vide il tavolo apparecchiato come non aveva mai visto dalla morte della madre di Carlo: sopra una tovaglia da tè in organza di seta color verde limone, erano disposte due tazze da tè in porcellana di Meissen, decorate in oro fino, col manico a forma di serpente: era il servizio da tè di fine Ottocento che la madre di Carlo proteggeva accuratamente in una credenza a vetri liberty, anch'essa inavvicinabile, in attesa di utilizzarlo in occasioni importanti che per lei non erano mai abbastanza tali. Al centro della tavola, su un vassoio d'argento old Sheffield, era adagiata una sontuosa Elvezia, confezionata da una famosa pasticceria di Piazzale delle Erbe.
«Farai uno strappo per me?» gli domandò Carlo facendo segno con gli occhi alla torta.
Davide annuì vigorosamente.
«Ma certo, figurati». La nuova condizione di Carlo lo costringeva ad un garbo che non era nelle sue corde. Si sentiva impacciato, innaturale, e quel che peggio sottomesso, come se uno scarpone chiodato, schiacciandolo per le reni, lo costringesse a stare bocconi, faccia a terra.
Si sedettero a tavola, l'uno di fronte all'altro. Maria, dopo averli serviti entrambi, prese una sedia, si accomodò vicino a Carlo e cominciò a imboccarlo con un piccolo cucchiaino, asciugandogli delicatamente con un tovagliolo ricamato gli angoli della bocca dove rimanevano tracce di crema. La masticazione di Carlo era lenta, la deglutizione molto prudente, così quando Davide ebbe finito di mangiare la sua fetta, Carlo non era neanche a metà della sua.
«Meglio goderci l'Elvezia finché si può. Presto non potrò più ingoiare nulla», gorgogliò Carlo sforzandosi di sorridere. «A quel punto si rimedierà con un tubo per l'alimentazione forzata. Maria mi ha detto che mi inietterà il Brunello direttamente nello stomaco. Lo sai quanto mi piace il vino rosso».
Davide, che stava sorseggiando il suo tè, per poco non si strozzò. Tossicchiò, si schiarì la voce, e cercò di dimostrare tutto il suo sangue freddo, atteggiando il suo viso ad un'espressione di delicata partecipazione.
«Certo così non potrò sentirne il sapore. Ma ...»
«Ma ci possiamo organizzare anche per questo», intervenne premurosamente Maria, vedendo Carlo affaticato dal parlare. «Inzupperò una compressa nel vino e gliela appoggerò sulle labbra. L'ho fatto anche con altri malati di Sla che ho assistito: una di loro era golosa di formaggio, io glielo tagliavo a pezzettini, li avvolgevo nella garza e lei li succhiava».
Carlo la guardò con gratitudine.
«Faremo lo stesso col Culatello», concluse stentatamente, ridendo solo con gli occhi mentre la bocca, nel parlare, si torceva come un foglio accartocciato.
Davide guardava la scena senza sapere cosa dire. La tenerezza di Maria verso Carlo e la sua riconoscenza per lei gli suscitavano un inconfessabile fastidio, anche più dello stato penoso in cui versava l'amico, che per farfugliare una frase ci impiegava minuti interi e per inghiottire un cucchiaino di crema senza soffocare contraeva i muscoli facciali fino a storpiarsi il viso. Se avesse trovato Carlo abbandonato a se stesso su un letto, malvestito e mal lavato, e con l'umore annichilito dalla malattia, dal cuore di Davide sarebbe sgorgata naturalmente una facile e rassicurante pietà: a quel punto si sarebbe slanciato verso di lui per scuoterlo, risollevarlo, incitarlo a combattere. Lo avrebbe persino lavato e cambiato, nutrito pazientemente, restituito a un minimo di dignità umana. Ma vedere l'amico così accudito e, soprattutto, moralmente superiore alla sclerosi che stava facendo terra bruciata del suo corpo gli faceva ribrezzo: era ripugnante vedere il sorriso su quella faccia sfigurata, stomachevole la sollecitudine di Maria verso di lui, tutto in quella casa procedeva contro l'ordine naturale delle cose e gli opprimeva il cuore come una lastra d'acciaio.
«E ... come passi le giornate?» gli chiese vincendo la propria ostilità.
«Oh, faccio tante di quelle cose che ci metterei troppo tempo ad elencartele», rispose Carlo, che così dicendo si rivolse con lo sguardo a Maria, pregandola di intervenire.
E Maria spiegò a Davide che Carlo si svegliava la mattina alle otto, e dopo le operazioni di pulizia faceva colazione, sempre con l'aiuto di lei. Poi si metteva al computer e si occupava di un blog che aveva creato lui, rivolto a tutti i malati di Sla: raccoglieva informazioni sulle ricerche farmacologiche e le sperimentazioni in corso, si teneva aggiornato sugli ausili elettronici a disposizione dei disabili gravi e diffondeva tutto il materiale sul sito, che era ormai frequentatissimo non solo dai malati ma anche da medici e specialisti della Sla. Lavorava al computer fino a quando non si formava l'acido lattico nelle tre dita che ancora poteva utilizzare. Poi pranzava – soprattutto cibi liquidi o semisolidi, ormai – e guardava tre telegiornali. Dopo pranzo riposava un po', fino a quando non arrivava il fisioterapista per la seduta quotidiana. Nel tardo pomeriggio, Maria lo accompagnava a fare una passeggiata sul lungo lago. Il resto del tempo lo trascorreva leggendo i romanzi dell'Ottocento francese e inglese, guardando dvd in compagnia del padre o degli amici che venivano a trovarlo. Dopo cena, andava a letto alle undici, non prima di aver dato uno sguardo alla posta elettronica e aver risposto a qualcuno dei tanti post che riceveva nel forum del suo blog.
«Tutto questo cambierà quando perderò quello che mi resta della mia autonomia e passerò tutta la giornata a letto», disse Carlo, e una improvvisa malinconia gli attraversò il viso. «Mi dispiace per mio padre e per Maria, che dovranno faticare infinitamente di più per assistermi».
«Se vorrai, potrò aiutarti anch'io», intervenne Davide di slancio.
La sua profferta era sincera. Realmente Davide desiderava prestarsi ad assistere Davide, giorno e notte, se necessario; anche se non si poteva certo dire che fosse l'amicizia a spingerlo, e nemmeno la compassione, bensì quel naturale istinto di competizione che si aguzzava in lui dinanzi a chi dimostrava una eccezionale capacità di resistenza alla fatica e al dolore. Se persino uno come Carlo aveva saputo dimostrarsi più forte della malattia, accettando le sue menomazioni e parlando con familiarità e senza un filo di risentimento del dopo che era lì ad attenderlo, altrettanto avrebbe saputo fare lui, superando il disgusto che gli procurava la vicinanza dell'amico e mettendosi a disposizione della sua infermità.
Ma Carlo non sembrava d'accordo. Aggrottò le sopracciglia con aria di rimprovero.
«Sei matto? Tu sei un campione, hai altro a cui pensare», esclamò. «Devi continuare a vincere, anche per me».
Anche Maria scosse la testa, asciugandosi sul grembiule le grosse mani sporche di crema. «C'è bisogno di esperienza, non ci si può improvvisare ...», affermò con decisione.
Davide insistette. «Se è solo per questo, non c'è da temere: ho assistito mia nonna durante la sua malattia e so cosa significa un ammalato che richiede cure continue».
Maria allargò le braccia. «Si, ma la Sla è un caso particolare. Lei è veramente generoso, e Carlo è fortunato ad avere un amico così. Però ...».
«Oh, non vi starò sempre tra i piedi. Lo assisterò solo un giorno e una notte a settimana, così i miei allenamenti non ne risentiranno» la interruppe Davide. «E poi scommetto che Carlo in fondo è il primo a desiderare la mia presenza. Ha tutto il diritto di avere il suo migliore amico affianco a sé, oltre al padre e alla badante», aggiunse rivolgendo a Carlo uno sguardo deciso che non ammetteva repliche.
Carlo sembrava ormai conquistato dalla decisione di Davide e aveva tutta l'aria di volervi acconsentire.
Sopraffatta da quel richiamo morale al valore dell'amicizia e alle esigenze spirituali dell'ammalato, Maria non seppe più cosa replicare. Si limitò ad ammonire Davide sulla necessità di un'adeguata preparazione tecnica all'assistenza di un malato di Sla, esperienza che avrebbe potuto acquisire frequentando a lungo quella casa ed affiancando lei e il padre di Carlo durante le operazioni di accudimento. Per il resto, alzò di nascosto gli occhi al cielo e si rassegnò ad avere alle costole, in futuro, quel saputello invadente che, se l'istinto non la ingannava, in breve tempo si sarebbe permesso persino di insegnarle il suo mestiere.

***

Davide si rivelò ben presto un infermiere attento e affidabile, in grado di sostituire degnamente la badante e il padre di Carlo in ogni fase dell'assistenza.
Aveva preso subito familiarità con le operazioni di pulizia del malato: al mattino gli passava su tutto il corpo una manopola imbevuta di alcool puro, gli puliva il viso e gli occhi con un asciugamano strizzato e poi gli lavava i denti legandogli dietro il collo un sacchetto di plastica per l'acqua del lavaggio. Non aveva alcuna difficoltà nell'applicargli il pappagallo e la padella, e nel sollevare o rigirare il corpo di Carlo nel letto era persino più delicato di Maria.
Aveva anche imparato a cucinare: la minestra di zucca e la polpa di granchio tritata e condita con salsa di aragosta e dragoncello erano la sua specialità, e comprava di tasca sua il Brunello delle migliori aziende perché a Carlo non mancasse mai il vino rosso da bere con la cannuccia. L'amico era diventato la sua principale occupazione, un pensiero scomodo e inestinguibile, e ormai passava con lui tutto il tempo che non dedicava agli allenamenti.
Tutta questa sollecitudine non piaceva per niente a Maria, non solo perché, come aveva intuito, Davide aveva cominciato ben presto a criticare in numerose occasioni il suo operato («Ieri ho trovato Carlo pieno di lividi sulle spalle. Dovresti stare più attenta quando lo sollevi», «Il pigiama era sporco. Non te ne eri accorta?», rimproveri che la facevano imbestialire soprattutto per il sottile compiacimento con cui Davide glieli rivolgeva), ma anche perché la sua devozione verso l'amico non aveva niente di umano o di amorevole. Da quando aveva cominciato ad assistere Carlo, Davide non aveva sorriso nemmeno una volta. Era assiduo, scrupoloso, riusciva persino ad indovinare i desideri di Carlo prima che lui li esprimesse; e non perdeva mai la pazienza, neanche per un attimo, nonostante la fatica fisica e mentale di assistere un tetraplegico sempre più incapace di comunicare. Ma in questo suo prodigarsi non c'era la minima traccia di affetto: c'era piuttosto una sorta di accanimento terapeutico di cui Maria, nella sua semplicità, faticava a intravedere lo scopo. E quanto meno amore traspariva dalla sua dedizione all'amico, tanto più Davide moltiplicava i suoi sforzi per assisterlo, arrivando persino a rinunciare ad alcune giornate di allenamento per le Olimpiadi. Persino il vecchio, che in passato aveva amato Davide come un figlio (e anche più del figlio che aveva avuto), era ormai infastidito dalla sua presenza ossessiva; e non riusciva proprio a capire come mai il freddo fervore di Davide non provocasse alcun disagio a Carlo, che, al contrario, chiedeva sempre di lui quando non c'era e si illuminava ogni volta che lo vedeva entrare in casa.
Quando per Carlo divenne troppo faticoso articolare anche poche parole, Davide si adoperò anche più del padre a procurargli un puntatore ottico con sintetizzatore vocale: era un'applicazione innovativa che avrebbe consentito al malato, con un semplice movimento degli occhi, di selezionare lettere o parole intere su una tastiera virtuale, ed in questo modo di scrivere i suoi pensieri, che sarebbero stati poi trasformati in voce dal sintetizzatore. Grazie alla fama di cui godeva, e ai tifosi che poteva vantare al Comune di Mantova, Davide era riuscito a fare in modo che l'Assessorato allo Sport si facesse carico interamente dell'acquisto, senza che la famiglia di Carlo sborsasse un centesimo. Il vecchio, messo dinanzi al fatto compiuto che si era verificato a sua insaputa, non poté non ringraziare il ragazzo per il suo intervento risolutivo, ma in cuor suo si sentiva ancora una volta scavalcato dall'invadenza di Davide e dalla ridondanza delle sue premure. Carlo, invece, non la finiva più di ringraziare l'amico, sbattendo le palpebre ripetutamente, secondo il linguaggio degli occhi che avevano messo a punto; e la prima cosa che disse, una volta imparato ad usare il puntatore, fu: «Non immagini quanta forza di vivere mi dai».
Tuttavia, queste manifestazioni d'affetto da parte di Carlo non smuovevano il cuore di Davide, né incrinavano il senso di impotenza che lo tormentava da quando aveva cominciato ad assisterlo. Qualunque sforzo facesse per Carlo − dal più pesante, come aiutarlo a salire sulla carrozzina, al più sgradevole, come quello di pulirlo dopo l'evacuazione – Davide si sentiva sempre inutile e inadeguato, nonostante svolgesse ogni compito in modo tecnicamente ineccepibile; e a nulla servivano i continui attestati di stima che gli tributavano i concittadini e i fan, pieni di ammirazione per un campione che sapeva essere così fenomenale nello sport e così nobile con gli ammalati: tutto questo gli procurava una soddisfazione intensa ma fragile, che andava in pezzi inesorabilmente alla vista del sorriso di Carlo. Quell'espressione di tenace serenità, che non veniva meno neanche nei momenti più drammatici della malattia e non cedeva mai il posto al rancore contro la sorte ingiusta, era ciò che precipitava Davide nello sconforto: dopotutto, si domandava, cos'erano i suoi sacrifici in confronto a quelli di Carlo? Nessuno dei suoi sforzi, nemmeno il più ripugnante, avrebbe mai potuto eguagliare la grandezza di quel poveraccio, la dignità con cui subiva il disfacimento del suo corpo e le umiliazioni della sua vita di invalido. Ben presto quel sorriso cominciò a perseguitarlo giorno e notte: "È un segno di vittoria. È la vita che sconfigge la malattia e la morte", si ripeteva Davide febbrilmente, e di fronte a quel trionfo, le sue vittorie sportive gli sembravano così misere e insignificanti, e così sterile la fatica con cui aveva forgiato se stesso a resistere e a non mollare mai. Vincere la propria ripugnanza e assistere un malato a morte, sfigurato e maleodorante, non gli aveva regalato il podio che agognava: il sorriso di Carlo svettava ormai sopra di lui con l'umile leggerezza di un passero; e ogni volta che Davide, impegnandosi fino allo stremo dell'abnegazione, si illudeva di averlo raggiunto in altezza, Carlo vinceva una nuova sfida con la malattia, semplicemente abbracciandone la crescente crudeltà e rimettendosi sommessamente al suo destino.
Quando, col procedere della sclerosi, Carlo perse anche la mimica facciale e il suo viso si contrasse per sempre in un'espressione vuota, Davide si sentì rinascere per qualche giorno, rasserenato dal fatto che almeno la vista di quel sorriso gli sarebbe stata risparmiata. Ma lo sconforto lo riassalì di colpo, parlando un pomeriggio con l'amico ricoverato in ospedale per l'inserimento della Peg, necessaria da quando, a causa della paralisi, non riusciva più a deglutire. Dopo l'intervento, Carlo aveva avuto qualche difficoltà a riprendersi: si sentiva soffocare, aveva riposato male durante la notte e si era risvegliato con un forte mal di testa. Lo pneumologo aveva deciso di sottoporlo ad una spirometria, che aveva dato un esito preoccupante.
«I medici dicono che la mia capacità respiratoria si è ridotta al minimo. Presto il ventilatore non basterà più». Quando toccava argomenti così estremi, la voce computerizzata di Carlo diventava ancora più irreale ed assurda.
«Hai deciso cosa sceglierai?», chiese Davide ansioso.
«Ho deciso per la tracheostomia».
Il viso di Davide si rabbuiò improvvisamente.
«Ci hai pensato bene?».
«Si. Voglio continuare a vivere il più a lungo possibile. Anche intubato e attaccato ad un respiratore artificiale».
A sentire queste parole, Davide non poté più nascondere la rabbia che covava da tempo e di colpo serrò le mani intorno alle sbarre di ferro ai piedi del letto di Carlo.
«Tu non sai quello che dici!!», gridò. «Ti rendi conto che servirà solo a prolungare le tue sofferenze? Cosa mai ci troverai di bello in questa vita che valga la pena di vivere crocifisso ad un respiratore?!?».
Carlo lo fissò a lungo col suo viso inerte. Poi gli occhi cominciarono a muoversi rapidamente sulla tastiera virtuale.
«Ci trovo te, ad esempio. Te che mi stai vicino giorno e notte, mi accudisci, mi aiuti a tenere i contatti col mondo prendendoti cura del mio blog e di migliaia di altri derelitti come me. Ti sembra poco? Sei tu che mi allunghi la vita. Come fai a sottovalutarti così?».
Allora Davide fece quello che non aveva fatto quasi mai, neanche da bambino: scoppiò a piangere, singhiozzando come un disperato.
Aveva fallito, sì, aveva indiscutibilmente fallito, per la prima volta nella sua vita. Non era più lui il più forte, il migliore. Quel corpo che giaceva lì davanti a lui, con l'inerzia dei morti e la loro stessa espressione di ebete incredulità sul viso, quello era il vero vincitore, il vero atleta. La maratona più ardua l'aveva vinta Carlo, senza mai ritirarsi, consumandosi lentamente fino al traguardo della morte, proprio come Fidippide. Ora la gente avrebbe additato lui, uno su cui prima nessuno avrebbe mai puntato, come il vero campione della sofferenza, mentre Davide, che lo aveva vegliato ai piedi della croce, sarebbe stato ricordato solamente come l'eterno secondo: una pia donna che con coraggio sopporta la vista dell'agonia, ma che non ha il privilegio di viverla nella propria carne.
Da quel giorno, Davide cominciò a saltare svariate sedute di allenamento e le sue prestazioni si appannarono sempre più. Il suo allenatore arrivò persino a sconsigliargli la partecipazione alle Olimpiadi, perché la sua reputazione non venisse bruciata da una performance mediocre, e gli propose, fino quasi ad imporglielo, di giustificare la sua assenza dalla competizione con l'annuncio a mezzo stampa di un infortunio al polpaccio. Ma Davide rifiutò categoricamente: la sua etica gli impediva di mentire ai media e ai suoi fan; e benché l'idea di correre una maratona gli sembrasse ormai addirittura ridicola, decise di parteciparvi lo stesso per non deludere le aspettative dei tifosi. Così, tralasciando a malincuore il capezzale di Carlo, nell'ultimo mese prima della partenza per Pechino si allenò con una certa, distaccata costanza.
Alla maratona olimpica, Davide Serianni arrivò soltanto decimo, deludendo uno stuolo di sostenitori di ogni parte del mondo che avevano dato per certo il suo successo. I media avrebbero potuto infierire sul suo tracollo inaspettato, e invece furono sorprendentemente clementi con lui, avendo trovato comunque una notizia con cui pasteggiare nella vicenda esemplare di un campione che pur di assistere il suo migliore amico malato a morte aveva rinunciato ad una luminosa carriera. Perciò proclamarono Davide il "vincitore morale" della maratona di Pechino e impiegarono pagine intere a commentarne la storia, raccogliendo il parere di sportivi, psicologi, scrittori e preti.
Ma Davide, ormai, a finire sui giornali non ci provava più gusto. Un tempo la considerazione dei media lo avrebbe inebriato, e tutt'ora sentirsi definire – come aveva fatto il Times – "la personificazione vivente dello spirito di sacrificio che è l'essenza della maratona", non lo avrebbe lasciato indifferente, se solo quel ritratto fosse stato vero. Ma purtroppo non lo era, e lui lo sapeva bene: era Carlo che con la sua vicenda aveva incarnato più di ogni altro il paziente martirio del maratoneta, ed era a lui che spettava la "vittoria morale" nello sport che per anni avevano praticato insieme. Così Davide smise di rilasciare interviste e di leggere gli articoli che lo esaltavano come il vero campione della maratona di Pechino: quelle lodi immeritate lo facevano sentire solo uno squallido usurpatore, e ogni volta che gli capitava di ascoltarle di sfuggita alla radio o alla televisione il suo senso di inadeguatezza si riacutizzava, fino a diventare vergogna di se stesso.
Tornato a Mantova, Davide annunciò al suo allenatore che nei mesi successivi non avrebbe preso parte a nessuna gara importante e ricominciò ad assistere Carlo ancora più assiduamente di prima, per abbracciare fino allo stremo il ruolo di comprimario nelle sofferenze dell'amico.
Quella di Pechino, fu l'ultima maratona a cui partecipò fino alla fine della sua vita.

***

La motonave solcò silenziosamente la superficie di seta lucida del Lago di Mezzo e poi sparì, inghiottita nel nulla oltre il confine del campo visivo di Carlo.
Una volta terminato il riposo pomeridiano, il ragazzo, immobile nel letto, si faceva girare la testa verso la finestra e rimaneva per un paio d'ore a vedere le motonavi passare: gli sembrava che venissero a prenderlo per portarselo via in quello stesso solido nulla che circondava il breve tratto di orizzonte del suo sguardo; poi la nave passava senza fermarsi e lui tornava ad aspettare quella successiva.
Quel giorno però Carlo era particolarmente irrequieto e avrebbe voluto cambiare posizione ogni quarto d'ora. Girò le pupille sul lato sinistro: nell'inquadratura fissa del suo sguardo, spuntavano i piedi di Davide, seduto sulla vecchia poltrona affianco alla finestra. Erano immobili e accavallati uno sull'altro, mentre le pantofole giacevano a terra scomposte. Carlo non poteva alzare gli occhi fino a vederlo in faccia, ma intuì che l'amico dormiva e preferì non chiamarlo. Avrebbe aspettato il suo risveglio per farsi girare sull'altro fianco.
Allora, per passare il tempo, immaginò l'espressione di Davide nel sonno: fragile, disarmata, senza traccia della fibra di un tempo. Una candela agli sgoccioli. Eppure, neanche così riusciva a provare pietà per lui.
All'inizio, quando aveva cominciato a recitare la parte del tetraplegico impavido e sorridente, Carlo aveva avuto paura di una cosa sola: di poter provare, un giorno, un barlume di compassione per l'uomo che odiava da sempre e che ora aveva l'occasione di annientare psicologicamente. Era certo che Davide prima o poi sarebbe crollato nel vedere il suo amico sfigato sorridere al proprio destino infame anziché disperarsi, sfoderando una inaspettata forza d'animo che valeva più di ogni podio. Ma non era sicuro di poter portare avanti la finzione fino alla fine. Temeva che un soprassalto di pietà verso un campione in crisi lo avrebbe indotto a cedere e confessare che il suo sorriso era solo una maschera, una messinscena ideata per prendersi una rivincita su un uomo convinto di essere un modello insuperabile di abnegazione e rigore morale.
Poi, come aveva previsto, Davide era andato in pezzi per davvero, anche prima di quanto si potesse immaginare. E allora Carlo, a sorpresa, invece di provare pena per lui lo aveva disprezzato ancora di più. Del resto come non odiare uno che lo assisteva solo per spiare i segni dell'abbattimento sul suo viso? Che fremeva di rabbia al vederlo sorridere nella disgrazia?
Provocare la superbia di Davide diventò la sua principale occupazione durante le cupe e monotone giornate di paralitico. Scoprì che bastava poco per innervosirlo: ironizzare sulla propria condizione di invalido, ostentare rassegnazione, fingere di amare la vita. Ogni volta che Davide lo scorgeva sorridere, automaticamente diventava più servizievole e moltiplicava i suoi sforzi per assisterlo in modo sempre più mortificante per se stesso. Era persino divertente vederlo affaccendarsi intorno al suo capezzale come una solerte suorina, sempre in gara con un avversario irraggiungibile come poteva essere solo un infermo risplendente di Grazia. "Achille e la tartaruga": gli era capitato spesso di pensare al suo rapporto con Davide nei termini di quel paradosso logico appreso sui banchi di scuola. "L'uomo più veloce del mondo non potrà mai raggiungere una tartaruga quasi ferma come sono io, prigioniero del mio letto".
Certo non era facile costringersi a mentire: era come cucirsi il volto, sottoporsi costantemente ad un'operazione di chirurgia facciale. Sotto questo aspetto, perdere la mimica del viso era stata una liberazione: da quel momento aveva dovuto semplicemente mentire a parole, tramite il sintetizzatore vocale, senza più paura che gli occhi e la bocca lo tradissero.
Ad ogni modo, il risultato di tutti i suoi sforzi era stato grandioso: leggere negli occhi di Davide tutta l'umiliazione della sconfitta era l'unica cosa che negli ultimi due anni lo aveva fatto sentire vivo. Ferocemente vivo.
A volte, si sentiva talmente potente che gli sembrava di avvertire nelle sue mani atrofiche un improvviso afflusso di energia: le sentiva crescere, diventare enormi, titaniche, capaci di stritolare il mondo in una morsa traboccante di gioia cattiva. Nulla di paragonabile, per intensità, al tiepido sentimento che nutriva per suo padre e per Maria, o al suo debole senso di solidarietà verso i malati come lui, per i quali si era pure tanto adoperato. Tutti loro, senza saperlo, erano entrati a far parte della sua macchinazione, manipolati per diventare spettatori estatici del suo eroismo, la claque necessaria per rendere più schiacciante la sua vittoria su Davide. Ma verso di loro non provava alcun senso di colpa: recitare la parte del paralitico innamorato della vita aveva distrutto una persona, ma ne aveva aiutate molte altre: come suo padre, che nel vederlo sempre sorridente era riuscito a sopravvivere al dolore; o come gli altri malati di Sla, che nel suo esempio avevano trovato un fugace conforto. Tutti loro, seppure strumentalizzati, nella sua simulazione ci avevano trovato il proprio tornaconto.
Solo un uomo, in quegli anni, aveva avuto il potere di fargli provare vergogna per i suoi pensieri più occulti: era Dialmi, il neurologo che gli aveva diagnosticato la sua malattia, e che dopo la tracheostomia era andato a trovarlo in ospedale.
«Come sta, ragazzo mio?», aveva detto posandogli delicatamente la mano sulla spalla, come usava sempre fare.
Maria, che era lì al suo fianco, aveva risposto al posto di Carlo, prima ancora che lui sollevasse gli occhi verso la tastiera del suo sintetizzatore vocale.
«Professore, questo ragazzo è un santo. Ha una forza d'animo incredibile, che lo aiuta ad accettare serenamente qualunque cosa gli accada. Io glielo dico sempre che lui ha la fede, anche se lo nega».
Dialmi non aveva risposto nulla. Ricordando quel che si erano detti durante il loro ultimo incontro, lo aveva semplicemente fissato negli occhi con uno sguardo paterno ma indagatore, come se fosse ansioso, e allo stesso tempo disperasse, di trovare conferma in lui di ciò che Maria andava dicendo. Quello sguardo amorevole ma non ingenuo, che lo inseguiva nei nascondigli più insospettabili della sua mente, Carlo non era proprio riuscito a sostenerlo. Mentre Dialmi lo scrutava, le sue pupille avevano cominciato a muoversi rapidamente da destra a sinistra come due conigli spaventati.
Poi Maria aveva aggiunto, soddisfatta: «Tutti pensavano che fosse il suo amico, quel Davide Serianni, il vero campione. E invece Carlo ha dimostrato a tutti di essere lui, l'eroe». E allora Dialmi aveva capito. Tutto. Ma non aveva detto niente. Aveva sorriso con mite tristezza, poi si era chinato su di lui e lo aveva baciato sulla fronte. E quel bacio aveva prodotto in lui una tale agitazione che il computer che misurava la sua frequenza cardiaca aveva cominciato a inondare la stanza di beep.
Ora lui era lì, nel suo letto, vicino al suo nemico di sempre ormai piegato e inoffensivo. Giustizia era fatta, ormai poteva anche morire e finalmente fuggire dal tugurio del suo corpo. Forse l'irrequietezza degli ultimi giorni, che neanche i sedativi riuscivano a calmare, era il segnale della morte che veniva a prenderlo.
Guardò fuori dalla finestra.
Un'altra motonave si stava avvicinando.

***

Quando il corpo di Davide Serianni venne ripescato nelle acque del Mincio a bordo del suo fuoristrada, nessuno pensò che si trattasse di un semplice incidente.
La morte di Carlo, scomparso un mese prima dopo due anni di malattia, lo aveva privato dell'unica ragione di vivere che gli era rimasta dopo l'abbandono delle gare, e per quanta forza d'animo avesse, era facile pensare che il dolore intollerabile e l'improvvisa solitudine lo avessero spinto a togliersi la vita. Tutta la città lo pianse, e la stampa (che per lunghi mesi non si era più occupata di lui) si rimpossessò della sua storia, ponendosi per la prima volta, benché in modo puramente allusivo, certe domande scomode che non si erano mai affacciate apertamente sui giornali finché Davide era ancora vivo, limitandosi a circolare sottovoce nelle redazioni sportive: ad esempio, perché Serianni non si era mai sposato? Perché nessuno aveva mai saputo di una sua storia d'amore con una donna? Da cosa nasceva la sua misoginia? E chi era Carlo Vignoni, per lui? Avrebbe mai potuto assisterlo così devotamente, rinunciando persino ai suoi successi sportivi, se Carlo fosse stato un semplice amico?
A questi interrogativi (da cui i giornalisti preferirono non trarre ufficialmente alcuna conclusione, nel timore di beccarsi una querela dalle famiglie dei due defunti) pensarono di poter dare una risposta implicita alcuni ambienti omosessuali, che elessero la figura di Davide Serianni a simbolo dell'amicizia virile, fino a trasformarlo in una vera e propria icona gay. In questa veste, Davide conobbe una popolarità post-mortem talmente grande che a un anno dalla sua scomparsa, per celebrarlo, un pittore americano iperrealista lo raffigurò nelle sembianze di un Achille piangente, chino sul corpo senza vita del suo amato Patroclo.
La memoria di Carlo, invece, venne onorata in modo diverso, ma con un ardore persino più grande.
Una nota associazione pro life per la difesa dei diritti dei disabili gli dedicò un convegno dal titolo: "Carlo Vignoni: una vita per la Vita", in cui si ricordava non solo l'impegno profuso dal defunto nei confronti degli altri malati di Sla, ma soprattutto la sua volontà di vivere ad ogni costo, seppure attaccato ad un ventilatore; e si paragonava il coraggio dimostrato da Carlo col nichilismo di altri malati nelle sue stesse condizioni, che, disprezzando il dono della vita, chiedevano pubblicamente la sospensione delle terapie e il distacco dal respiratore artificiale.
Da quel momento, la figura di Carlo Vignoni divenne patrimonio dei movimenti per la vita, che in sua memoria istituirono borse di studio, organizzarono maratone per disabili e fondarono cliniche a cui diedero il suo nome. Presto cominciarono a diffondersi voci di un suo avvicinamento alla Chiesa in punto di morte: Maria era disposta a giurare che negli ultimi giorni di vita Carlo pregava sempre e il padre raccontò che, qualche ora prima di morire, il ragazzo gli aveva chiesto di mandare a chiamare il prete della sua parrocchia, che però non era arrivato in tempo al suo capezzale. Nella sua città, e poi in tutta Italia, Carlo divenne oggetto di un vero e proprio culto ufficioso, venerato e invocato dai malati come un santo.
Alcuni di loro affermano di averlo visto sorridere in sogno e di essersi risvegliati perfettamente guariti.