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La vita è un professore pazzo
Sam_Taylor_Wood_-_Bram_Stokers_chairLa giornata era cominciata male ed era continuata anche peggio.
Appena sveglia, come tutte le mattine Marta si era affacciata alla finestra: vento. Ansia, aveva pensato, speriamo che si calmi. Avrebbe preferito la pioggia, sottile o scrosciante non importava, sarebbe stato comunque un lavacro per i suoi pensieri tristi. Ma il vento no, non lo sopportava, le ricordava sua madre: i suoi passi sulle scale per venire in camera sua a controllare se studiava, l'aria quieta di casa che improvvisamente cominciava a smuoversi, a rumoreggiare, poi di colpo un fiotto di vento isterico spalancava la porta e investiva la stanza: «Sei ancora a telefono? Domani hai l'esame!!!!». Marta non aveva certo bisogno di essere incalzata, aveva la media del 30; ma era così che aveva cominciato a fiutare che prendere bei voti all'Università non le avrebbe semplificato la vita, né in famiglia né sul lavoro.

Il colloquio era alle dieci di mattina: zona Eur, dall'altra parte di Roma, nulla di complicato con un cambio di metro, se non fosse stato per uno sciopero degli autoferrotranvieri che l'aveva costretta a svegliarsi un'ora prima. Si preparò con la commossa certezza di un eroico fallimento. «Tu parti col piede sbagliato», le diceva sempre Fabio, il suo amico d'infanzia. Ma lei, trent'anni e una decina di colloqui di lavoro finiti male («Lei è senza dubbio preparatissima, ma per questo lavoro è un po' sovradimensionata», «Poco spigliata», «Troppo spigliata», «È libera stasera a cena?»), aveva perso da tempo il demone ottuso e feroce che possiede i ventenni, sicuri di conquistare il mondo. Ormai non credeva più nel principio di causa-effetto, studio ergo lavoro, mi impegno quindi riesco. "Se ci credi davvero, vedrai che succederà". "Nihil difficile volenti". Uno spietato pensiero positivo si aggirava per il mondo, caricando le spalle dei poveri cristi di tutto il peso della loro disfatta: Tutti possono farcela, basta volerlo proclamava spandendo uno smagliante sorriso democratico, coi rimasugli dei perdenti senza volontà impigliati negli interstizi dentali.

"La vita è un professore pazzo", le passò per la mente versandosi il caffè.
Sentiva il bisogno di una conclusione sboccata, degna del suo rancore di quella mattina.
"Mette i voti a cazzo".
La rima da rapper arrabbiato la ritemprò con la strafottenza degli esclusi dal sistema. Spavaldamente afferrò la tazzina quasi fosse un microfono, ma nell'impeto il caffè le si rovesciò sugli stivali di camoscio.
«Merdaaaaa!!!», gridò.
La giornata ricominciò da capo: preparazione della caffettiera, con la miscela che per la fretta si depositava ovunque tranne nel filtro, corsa in camera a cambiarsi partendo dalle scarpe, fuori gli stivali, dentro i tronchetti neri che chiamavano a gran voce un altro paio di pantaloni, che a loro volta richiedevano a forza una camicia diversa ‒ bianca, no, troppo triste, rossa, no, troppo garrula, deciso: a righe bordeaux ‒ dunque anche una diversa giacca, e così via fino al cappotto, non più verde ma nero. Intanto il caffè dimenticato sul fuoco bulicava fuori dalla macchinetta, una pozzanghera marrone sul fornello pulito appena la sera prima.

Avrebbe voluto sbagliarsi, ma sentiva che su quella mattinata frenetica e accidentata pesava lo sguardo algido di Emma.
Il colloquio presso la casa editrice di suo padre per un posto di editor glielo aveva procurato lei, non certo spontaneamente, come avrebbe dovuto fare un'amica di vecchia data, ma dopo una lunga insistenza da parte di Marta. Eppure Emma conosceva il suo valore, sapeva che Marta era stata un'editor stimata presso la Ex libris edizioni, prima che fallisse; ma pur essendo in grado di aiutarla ‒ lei che appena laureata in Economia era diventata capo dell'Ufficio Diritti dell'impresa paterna ‒ aveva lasciato che l'amica si arrabattasse in mille modi per sopravvivere, prima come pierre, poi come commessa, sales manager, tutor in un'università telematica ... Poi, alleluja, aveva smesso di tergiversare e le aveva preso un appuntamento col direttore della sua casa editrice.
«Pensi che ci sia qualche possibilità?» le aveva chiesto Marta trepidante. «Sì», aveva risposto lei, laconica e impassibile; e a Marta era parso di sentire distintamente dopo quel "Sì" il suono di un punto finale che non ammetteva ulteriori domande. Non le aveva chiesto altro, ma da allora aveva cominciato a pensare a quel colloquio come a una finzione. Un copione ben congegnato, ma non certo a lieto fine.

Marta si estrasse dall'occhio la lente a contatto e la scrutò nervosamente: un ciglio, ecco cos'era che le dava fastidio. La immerse nel contenitore con la soluzione unica, la sciacquò, fece per inserirla di nuovo ma l'occhio era irritato ormai: le palpebre sbattevano in continuazione e la lente non riuscì ad entrare. Una volta, due volte, tre: niente da fare. La ragazza tirò un sospiro spazientito: era un sintomo della sua ansia non riuscire a infilarsi le lenti a contatto di mattina.
Al quarto tentativo, la lente, espulsa dall'occhio arrossato, si ribaltò dall'indice di Marta e precipitò chissà dove.
Lei non ci vide più dalla rabbia.
«Maledetta bastarda! Ti ci metti anche tu, adesso!».
Era veramente troppo. In preda all'ira, sbatté furiosamente i pugni sul piano del lavandino: il dolore fu lancinante, quasi le impediva di aprire le mani tumefatte, ma ormai la rabbia aveva rotto il guinzaglio e non c'era più niente che la potesse fermare. Con una bracciata violenta come un colpo di falce, Marta scaraventò per aria boccette e flaconi di cosmetici disposti ordinatamente intorno al lavabo: nella sua mente eccitata immaginò Emma schiantarsi sullo stipite della porta e precipitare al suolo fracassandosi le ossa di vetro, «La sedia a rotelle non te la leva nessuno!», il direttore editoriale invece si sfracellò contro il muro, una poltiglia biancastra di schegge e materia cerebrale che gocciolava sul pavimento; e con loro volarono in cielo tutti gli ottimisti, i sostenitori della forza del singolo, del "basta volerlo" ‒ it's up to you!: chi si spappolava cadendo per terra, chi nel bidet, chi nella tazza del gabinetto. Ma la sorte più truce toccò agli adoratori degli dei del ventunesimo secolo ‒ Successo, Realizzazione, Affermazione, Popolarità ‒ che giacevano in fila sulla mensola del bagno: Marta li decapitò uno ad uno, afferrandoli per il fusto con una mano e spezzandogli il collo con l'altra. Le teste di plastica escisse dal corpo rotolarono nel cestino dell'immondizia, sotto il lavandino.

Quando ebbe finito, Marta contemplò stremata la sua carneficina, le braccia appoggiate sui bordi del lavandino, lo sguardo basso e inespressivo. Nella scena del crimine, tra chiazze e frantumi, vide baluginare una scaglia azzurrina che galleggiava nella soluzione unica. Una scheggia di vetro?
Infilò l'indice nel contenitore e con grande sorpresa non avvertì nulla di tagliente, solo la pelle liscia della lente a contatto che credeva caduta: con una piroetta da étoile, la lentina era andata a finire per caso proprio nella sua vaschetta, come un funambolo che saltando ricade esattamente sui pochi millimetri della sua corda d'acciaio.
Marta si sentì sommergere da un'onda di commozione.
In quella mattinata storta e convulsa, il Caso le aveva portato la solidarietà di un piccolo essere senza peso, una lente giornaliera, efemeride dalla vita breve.
«Farfallina ... perché non ho la tua leggerezza?».
Bisognava abbandonarsi al Caso, lasciarsi cadere a piombo per diventare lieve.
"Il Caso ha l'ultima parola su tutto", pensò Marta, e per la prima volta nella vita si sentì pacificata, libera anche di fallire.
Forse, in futuro, il Caso le sarebbe venuto incontro altre volte, come quella mattina, con gentilezza e precisione. O forse non l'avrebbe visitata più coi suoi favori (non si poteva costringerlo: era il Caso, dopotutto).
Ma che importanza aveva, ormai.