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«Ma cosa cazzo hai combinato???». Dalla cornetta, la voce di Davoli rimbombò come una frana nelle orecchie di Enrico, che solo mezz'ora prima era sprofondato nella terra disabitata di un sonno senza sogni. «Sei pazzo a chiamarmi alle due di notte? Mi ero appena addormentato». Davoli non perse tempo a giustificarsi. «Senti: ho qui sulla scrivania i provini delle foto di Angelica Fox e ancora non riesco a credere ai miei occhi», disse cercando di mantenere la calma. «Dimmi che c'è stata una svista. Ti prego. Dimmi che questi erano gli scatti riusciti male e che quelli sexy che ti abbiamo commissionato noi sono finiti per errore nello zainetto di tuo figlio, tra la merenda e l'abbecedario». Enrico si scrollò di dosso gli ultimi resti del letargo in cui era caduto dopo due dosi di sonnifero e si drizzò a sedere sul letto. «Non ho figli», rispose stropicciandosi gli occhi. «E comunque non capisco di cosa parli». «Parlo di quanto sono stato cretino a scegliere te, un fotografo indipendente, per un servizio su una pornostar!», tuonò Davoli nel ricevitore. Enrico non si scompose. «Sei stato tu a dirmi di tirare fuori la parte più vera di lei. Volevi delle foto diverse dalle solite pose sexy, ricordi? E mi hai dato carta bianca». «Già. E tu ne hai fatto carta igienica! Che me ne faccio ora di queste foto?». Dall'altro capo del telefono, Enrico sentì un rumore di stampe accartocciate e sparpagliate con un gesto rabbioso per tutta la stanza. «E poi ci voleva tanto a capire che "foto diverse dalle solite pose sexy" per un giornale come il nostro significava "pose sexy ma in una chiave insolita"? Autoerotismo, ci voleva, signore iddio. Che so, lei che si strofina un bumpy bunny tra le cosce, che si accarezza con le perle della geisha ... insomma: tutto quello che puoi chiedere ad una pornostar sola davanti all'obiettivo, ma con una luce cruda, brutale. Come se lei fosse una donna qualunque che si masturba nella sua camera da letto». Davoli era fuori di sé, sembrava una mitragliatrice a tiro continuo. «Mica ti chiedevo scatti pornografici. Foto dove la finzione è sfacciata, madornale. No: io ti chiedevo verità, spontaneità, naturalezza. E tu, invece, che fai? Le fai solo primi piani in cui lei sorride. SORRIDE, Dio mio. Senza neanche inarcare un sopracciglio, senza sollevare maliziosamente l'angolo delle labbra come a dire "che aspetti a scoparmi?". Una pornostar che sorride candidamente: non potevi immaginare niente di più osceno. OSCENO, lo capisci?». «Se è per questo, ce n'è anche qualcuna in cui ride», osservò Enrico quasi divertito. «Dio, non me lo ricordare. Sono le peggiori di tutte. Ma come ti è venuto in mente? Non lo sai che ormai si ride solo nelle pubblicità della birra o dei sughi pronti? Nel sesso non c'è niente da ridere. Il sesso vero è trasgressione, distruzione dei confini, pulsione di morte. Ma che ne puoi sapere tu ... che sei rimasto a Bocca di rosa ...». A quel punto Enrico perse la pazienza. «Guarda che la tua mentalità la conosco bene», sbottò. «Tu sei di quelli che "Lady Gaga sì che è una vera rivoluzionaria", non è così? Allora sei tu l'ingenuo, Davoli, tu e tutti quelli per cui il sesso è rimasto l'unico modo per rompere gli schemi», urlò stringendo nervosamente la cornetta. «Ma non ti accorgi che è il sistema che ci dice come e quanto trasgredire, che ci distrae con una rivoluzione di paglia per continuare ad agire indisturbato?». Si fermò un attimo per riprendere fiato. «E intanto i problemi rimangono sempre gli stessi: lavoro, sfruttamento ...». La sua voce ora era venata di un'acida malinconia. «Dai retta a me: il sesso trasgressivo è il nuovo oppio dei popoli». Davoli rimase allibito. Per qualche istante non fiatò. «Senti senti: Marx è vivo e lotta insieme a noi», fece poi, sghignazzando. «Beh, dovevi dirmelo prima come la pensavi, e rifiutare la nostra offerta. Oppure dovevi chinare la testa e adattarti alle logiche economiche del "sistema", come lo chiami tu». «Ci ho provato. I primi scatti che ho fatto erano porno-chic, proprio come li volevi. Poi ho capito che non ero veramente io che scattavo. Ho pensato che mi stavo censurando, e allora ho dato una svolta allo shooting. Ho cominciato a raccontarle di quando ... beh, lasciamo perdere ... e lei è scoppiata a ridere come una matta. Una risata sincera, ribelle ... È stata fantastica, sai? Mi ha detto: "Posso fingere l'orgasmo, ma non potrei mai ridere per finta"». «Fermi tutti, che forse riusciamo a salvare il salvabile», lo interruppe Davoli in preda alla concitazione. «Di' un po': hai conservato quei primi scatti?». Enrico non rispose. «Dai, lo so che ce li hai ... Magari su cd, così me li puoi spedire anche adesso, zippati, via mail ...», gli disse l'uomo con una voce insinuante. Enrico continuava a non parlare. Il tono di Davoli lo paralizzava dal ribrezzo. «Su, su, non essere rigido. Te la senti davvero di rinunciare al compenso che avevamo stabilito? E poi, pensa a quanto si alzerebbero le quotazioni dei tuoi lavori se per una volta, anche una volta sola, tu raggiungessi il grande pubblico con un servizio sul nostro giornale». Enrico sospirò. «E va bene. Dammi la tua mail e facciamola finita». Pochi minuti dopo, sedeva davanti al monitor del pc acceso, con la faccia tra le mani e i gomiti sulla scrivania. Le foto erano lì, in una cartella zippata, pronte per essere spedite. Una solitudine bianca, vuota come una distesa ghiacciata, gli raggrinziva il cuore. Ma non era quello il modo per sentirsi meno solo. "Andate all'inferno", mormorò tra sé e sé. Cliccò sull'icona in basso a destra. La finestra di dialogo di Windows lo invitò a scegliere tra le opzioni disponibili. "Arresta il sistema". Lo schermo si spense. Enrico prese un'altra dose di sonnifero e tornò a dormire.
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